Nel cuore della Puglia nasce una delle voci più interessanti della nuova scena cantautorale italiana: Vito Topputo, ventenne di Monopoli, debutta con “Pezze Americane”, un disco che sfugge a ogni definizione. Pubblicato da Trulletto Records e distribuito da Believe Music Italia, il progetto fonde cantautorato, rock alternativo e bossa nova con una sorprendente leggerezza poetica.
Il disco si muove tra due emisferi emotivi: da una parte il realismo che travolge nel passaggio all’età adulta, dall’altra il bisogno urgente di ritrovare l’immaginazione come unica via di fuga. Un’opera che rifiuta le regole del mercato e si affida alla forza del racconto e alla sincerità dell’emozione.
Dai primi singoli “Camus” e “Poesia di Natale” fino alla traccia finale “Il Fenomeno dei Gatti”, “Pezze Americane” è un mosaico fatto di visioni, malinconia e libertà. Abbiamo intervistato Vito per farci raccontare questo suo piccolo universo parallelo.
L’intervista con Vito Topputo
Hai scelto un titolo davvero evocativo per il tuo disco d’esordio. Quando hai capito che “Pezze Americane” sarebbe stato perfetto per rappresentarlo?
In realtà è nato prima il titolo che l’album stesso. Inizialmente avevo intenzione di pubblicare un EP con questo nome: avrebbe contenuto le 4 canzoni “originali”: Patente, Poesia di Natale, Che gioia e Camus. Alla fine le tempistiche si allungarono e avevo scritto un bel po’ di pezzi e pensai: “Perché no, rendiamolo un album”.
Affermi che questo album sia in comunicazione col passato, pur non parlandone la stessa lingua. Quali sono i riferimenti più lontani o inaspettati che hai cucito nei tuoi brani?
Quando scrivo ho sempre dei riferimenti musicali in testa, poi però chiudo il pezzo e scopro, anche a distanza di giorni, riferimenti a generi e canzoni che magari non ascoltavo da anni ma che ancora vivono in me. Penso a Falene, che ho scritto avendo in testa De André e Damien Rice, ma che ho scoperto avere dentro molto più i Nirvana, che non ascoltavo da anni. La mia sorpresa preferita è La maestra Maria: è una strumentale che inizialmente doveva essere simil ambient e invece è finita per essere una sorta di rimando alle soundtrack dei giochi Nintendo con cui sono cresciuto.
La tua musica mescola cantautorato, rock alternativo e bossa nova. Come riesci a tenere insieme questi mondi così diversi senza mai perdere coerenza?
Questo connubio di generi non è qualcosa di costruito, ma è avvenuto in maniera estremamente naturale, quindi non penso abbia bisogno di essere tenuto insieme o che possa perdere coerenza. Se ho fatto determinate scelte di gusto in un brano è perché il pezzo ne aveva bisogno e doveva andare in quella direzione.
I tuoi testi raccontano il passaggio all’età adulta con grande delicatezza ma anche disincanto. Quanto è stato difficile tradurre questo passaggio in musica?
Io non penso che di per sé raccontare qualcosa che si è vissuto sia difficile: tutti raccontiamo storie ogni giorno e potenzialmente siamo tutti capaci di scrivere una canzone. Quello che è difficilissimo è parlare di qualcosa che tutti prima o poi viviamo con una chiave di lettura che sia unica e valga la pena di essere espressa. Secondo me, ultimamente viene creata sempre più spesso arte inutile, che non ha nulla da raccontare; io ho fatto del mio meglio perché non voglio essere una perdita di tempo per chi mi ascolta.
La seconda metà dell’album è più sognante, quasi fiabesca. Ti capita ancora di rifugiarti nell’immaginazione per affrontare la realtà?
In Occidente siamo costantemente stimolati da informazioni e piccoli piaceri che hanno il potere di non farci mai annoiare e, di conseguenza, di non farci pensare. Non c’è niente di male nel dedicare un po’ di tempo all’immaginazione, anzi, è un grande atto di coraggio annoiarsi a morte pur di trovare qualcosa nella nostra testa che non c’è ancora lì fuori.
I singoli “Camus” e “Poesia di Natale” sembrano due manifesti opposti dell’album: ci racconti come sono nati e perché li hai scelti come anticipazioni?
Come ho già detto prima, entrambe le canzoni appartengono al nucleo originale di Pezze Americane, per questo ci sono molto affezionato. Camus è nata per gioco, improvvisando varie liriche su questo arpeggione intrigato. Poesia di Natale, invece, l’ho scritta quando ho passato il primo Natale con la mia ragazza. Ho scelto Camus come primo singolo perché è la traccia che apre il disco. Poesia di Natale, invece, è senza dubbio la traccia più “estroversa” di tutte: ha questa sezione strumentale di voci e tastiere di cui vado molto fiero.
Nella tracklist ci sono titoli curiosi e suggestivi, come “Il Formichiere” o “La Maestra Maria”. Quanto conta per te l’ironia e il gioco nei tuoi brani?
Sono affascinato dall’ingenuità, mi piacciono gli artisti che riescono a preservare un po’ di innocenza dentro testi e canzoni tutt’altro che infantili. Nel disco ho cercato di rimanere in contatto il più possibile con quel me bambino che, allo stesso tempo, stavo lasciando andare. Non voglio scrivere canzoni pesanti solo perché vengono da posti della mente pesanti: ho cercato di trovare dell’ironia anche nelle cose più brutte che ho vissuto.
Dal punto di vista sonoro, com’è stato il lavoro in studio con la tua band e i produttori? C’è un momento delle registrazioni che ricordi con particolare affetto?
Andava preservata la natura vintage dell’album e, di conseguenza, ci siamo serviti di tanta strumentazione analogica in fase di registrazione, che poi alla fine è lo standard nello splendido Slap Studio. Ricordo un momento in cui eravamo indecisi su quale distorsione utilizzare nella sezione finale di Falene: alla fine ci rendemmo conto che non c’era bisogno di nessun pedale e tirammo l’amplificatore al massimo volume.
La tua scrittura è molto personale ma anche visiva. Ti immagini mai le tue canzoni come piccoli cortometraggi?
Immagino che, se avessi avuto la pazienza e un fracco di soldi, probabilmente avrei fatto un videoclip per ogni canzone.
Sui social ti chiami “vitotappeto”, un nome che fa sorridere e incuriosisce. Quanto è importante per te sdrammatizzare anche il ruolo dell’artista?
Mi mette estremamente a disagio il ruolo e la formalità che mi sto trovando ad avere ora che inizio questo percorso artistico. Mi piacerebbe molto riuscire a esprimermi con chi mi ascolta nello stesso modo in cui parlo a un amico, ma è molto difficile non essere fraintesi attraverso una forma di socialità così fredda e sterile come i social. Mi auguro di poter essere un artista più fuori che dentro Instagram, o dentro Spotify.
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