PARADISO LIGHT è il primo album di Via Mercanti, il progetto musicale di Simone Castelluccio, giovane cantautore salernitano classe 2003 che ha trasformato la sua storia, le sue fragilità e i suoi ricordi in musica sincera e senza filtri.
L’album, uscito il 20 giugno per Cantieri Sonori con distribuzione Ada Music Italy, racconta le emozioni che si provano quando ci si toglie il casco e si decide di cadere sul serio. Quelle emozioni che non fanno rumore ma scavano. Dalle notti insonni ai momenti di rottura, dalla nostalgia di casa alla rabbia verso una città che sembra essersi addormentata.
Via Mercanti ha costruito questo disco come si costruisce una nuova pelle: con parole vere, melodie pop intrise di malinconia e synth che sanno di ricordi anni ’80, grazie anche alla collaborazione con il produttore Marco Canigiula. PARADISO LIGHT è un album che parla sottovoce, ma arriva forte. È un invito a guardarsi dentro senza paura.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Simone per capire cosa si nasconde dietro questo disco così intimo e generazionale.
L’intervista con Via Mercanti
“Paradiso Light” è un titolo che sembra promettere leggerezza, ma dentro ci sono ferite e domande profonde. Come è nato questo contrasto?
Il contrasto è voluto. L’idea di “Paradiso Light” nasce dalla volontà di raccontare la felicità nella società moderna, venduta quasi come un panino di un fast food, facile da raggiungere, veloce, sempre più semplice. Dentro tutto questo “Paradiso” però c’è il riflesso amaro di una società che per semplificare il proprio cammino è costretta a ridurre tutto all’osso, lasciando andar via anche un po’ di sostanza e coltivando il vuoto, la solitudine e l’isolamento sociale. Sono partito da questa riflessione per raccontare in maniera più sincera possibile un contrasto che ho notato soprattutto negli ultimi anni, nella mia vita.
Parli di “chiacchierate sulle panchine”: quanto è importante per te la dimensione del confronto con gli altri quando scrivi?
Importantissima. Le chiacchiere vere, quelle fatte senza filtri, spesso rivelano più di quanto pensiamo. Sono momenti in cui ci si specchia negli altri, in cui emergono paure, sogni, limiti. A volte una frase detta per caso da un amico su una panchina diventa il cuore di una canzone. Scrivere, per me, è un atto intimo ma nasce quasi sempre da un’eco esterna.
Tra i brani del disco, ce n’è uno che senti più vicino, più “tuo” degli altri? Perché?
Il brano che sento più “mio” degli altri, per il suo essere fragile ed estremamente sincero, è “Salerno è morta”. Questo brano è nato in un periodo in cui mi sentivo distante, quasi “orfano” dalla mia città, e ho voluto scrivere questo pezzo partendo dall’apparente provocazione nascosta nel titolo. Nonostante questo, il brano ha tutt’altro che di provocatorio, ma nasconde una dichiarazione d’amore vera e propria a una città che racchiude ricordi ed emozioni importanti, e che lotta con il desiderio di essere “abbandonata” e il bisogno di restare, di non tagliare mai quel filo invisibile che unisce me alle mie origini.
“Salerno è morta” è una provocazione ma anche un atto d’amore. Che rapporto hai con la tua città oggi?
Sì, proprio come scrivevo prima, questo brano è una provocazione che cela un atto d’amore, e il rapporto che ho oggi con la mia città è abbastanza complicato. Salerno può rappresentare il cuore di molti giovani, ma anche un limite per chi coltiva i propri sogni. Rappresenta una sorta di amore e odio che cerco di portare sempre all’equilibrio e che ancora oggi, dopo molto tempo, cerco di comprendere.
In “Insegna led” si parla di limiti e paure. Quali sono quelli con cui combatti ancora?
“Insegna led” è un brano che parla di limiti e paure, e quelle che combatto ancora sono quelle di molti altri giovani come me, che si trovano a inseguire i propri sogni, investendo su un futuro che diventa sempre più incerto. Penso che una delle paure con cui combatto ancora oggi sia proprio quella del futuro, di ciò che potrebbe essere, dell’incertezza del presente.
Il tuo album è suonato interamente dal vivo. Quanto ha influito questo approccio sulla scrittura e sull’energia del disco?
Durante i primi ascolti dei miei brani, questo aspetto mi ha colpito profondamente e ha influito in maniera molto positiva sulla scrittura e sull’energia del disco. Sentire ogni singolo strumento che suona un’idea partita da piano e voce è un’emozione unica, e questo mi ha motivato molto a dare tutto me stesso durante la creazione dell’album. Suonare tutto dal vivo ha reso ogni brano più “vero”: ogni imperfezione, ogni respiro, ogni suono è lì per un motivo, e nella scrittura ha influito molto sull’idea di essere estremamente “veri” e “sinceri”, mettendo a nudo ogni singolo aspetto.
Hai detto che ti piace “sporcarti le mani” e toglierti il casco: quanto è stato difficile, nella realtà, mostrarti così vulnerabile nel disco?
Sì, penso che per essere felici non basti seguire degli schemi, delle regole o dei manuali di sopravvivenza. Bisognerebbe “sporcarsi le mani” un po’ di più, togliendo le protezioni lì dove non servono. Mostrarmi vulnerabile nel disco ha contribuito a rafforzare molto il mio legame con chi ascolta i miei brani. Quando si è vulnerabili, sinceri, fragili, si aprono le proprie porte di casa: questo, nella musica, ha un forte significato, perché ognuno di noi ha bisogno di sentirsi capito, rappresentato, meno solo. Per me il primo passo per permettere tutto ciò è proprio l’essere sinceri in ciò che si racconta.
Le tue influenze spaziano da Fulminacci a Tropico. In cosa senti di assomigliare a questi artisti e in cosa invece vuoi distinguerti?
Mi affascina il modo in cui raccontano le cose semplici rendendole potenti. Fulminacci ha quella scrittura quotidiana che sembra sempre sul filo del sorriso e della malinconia. Tropico, invece, ha un’estetica sonora che mi ispira tantissimo. Ma io voglio trovare la mia voce, quella che parte da Salerno e racconta la mia generazione in maniera semplice e vera.
Il tuo progetto è nato nel 2024 ma la tua voce sembra già molto definita. Com’è cambiata, se è cambiata, da “Vinili Vecchi” a oggi?
“Vinili Vecchi” era una fotografia di chi ero allora: più ingenuo, forse, ma con la stessa voglia di raccontarmi. Da allora sono cambiate tante cose. In quest’ultimo anno sono cresciuto molto, soprattutto dal punto di vista personale ed emotivo. Ho vissuto periodi in cui ho imparato a conoscermi di più, a passare del tempo con me stesso e capire in che direzione volessi andare. Quest’ultimo anno ha costruito maggiormente la mia identità artistica e anche personale, e penso che questo sia un ciclo senza fine che porta ogni persona a migliorare giorno dopo giorno. Dopo “Vinili Vecchi”, la mia voce è cambiata imparando ad osare di più, a lasciarmi andare davvero, senza filtri o maschere.
Se chiudessimo gli occhi e ascoltassimo Paradiso Light dall’inizio alla fine, cosa ti piacerebbe che ci restasse addosso?
Mi piacerebbe che vi restasse addosso la voglia di osare, di sbagliare e di vivere in maniera più intensa il presente, risultando a volte anche “folli” o “strani” agli occhi degli altri. Mi piacerebbe che alle persone che ascoltano i miei brani restasse quell’anima vera e sincera che ho cercato di racchiudere in ogni mio pezzo.
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