Trino è un cantautore romano dalle origini partenopee, architetto di professione e autore di canzoni da sempre. Per anni ha scritto lontano dai riflettori, trasformando pensieri, esperienze e contraddizioni in musica, fino a dare forma a un progetto artistico nel quale cantautorato, teatro e vita quotidiana si incontrano.
Il suo percorso discografico è iniziato con “Maurizio Costanzo”, singolo accompagnato da un videoclip dal forte impatto cinematografico, capace di mostrare fin da subito l’importanza della dimensione visiva e narrativa all’interno del progetto.
Il 24 luglio è arrivato “dabaduda”, un brano autobiografico attraverso il quale Trino racconta il proprio rapporto istintivo e personale con la musica. Pur non avendo seguito un percorso accademico, ha trovato nella scrittura il linguaggio più autentico per esprimersi, affrontando temi profondi con una costante vena ironica: parlare di cose serie senza prendersi troppo sul serio.
Mentre lavora al suo primo album presso il Green (D) Studio di Roma, Trino inaugura così un percorso personale e fuori dagli schemi, costruito sulla contaminazione tra discipline, sul racconto di sé e sulla libertà di seguire l’istinto più delle regole.
L’intervista con Trino
Il tuo percorso nasce dall’incontro tra architettura e musica: in che modo queste due discipline si influenzano a vicenda?
Nei primi anni di università ho iniziato a scrivere canzoni, quasi per gioco, e penso di aver applicato inconsciamente alla musica lo stesso metodo compositivo che stavo imparando attraverso l’architettura: ricerca, linguaggio, equilibrio e, soprattutto, semplicità.
In fondo, sia un progetto architettonico sia una canzone cercano di raccontare qualcosa. Credo che il mio modo di costruire i brani risenta molto di quel percorso.
Per anni hai scritto canzoni lontano dai riflettori. Cosa ti ha spinto a trasformare quella dimensione privata in un vero progetto artistico?
Le canzoni che scrivevo non avevano, e in realtà non hanno tuttora, l’obiettivo di arrivare al grande pubblico. Le scrivevo per me, un po’ come si scrive un diario personale. Le suonavo con la chitarra, le registravo con il microfono del cellulare e le mandavo agli amici più stretti.
A un certo punto, però, quella dimensione ha iniziato a starmi stretta. Mi sono costruito un piccolo home studio per provare a realizzare produzioni più curate e pubblicarle su Instagram, ma il risultato era ancora molto lontano da quello che immaginavo.
Poi, quasi per caso, attraverso l’associazione “Partecipandoci”, ho scoperto un contest gratuito dedicato agli artisti emergenti con brani inediti. Il primo premio prevedeva la produzione di un intero album. Non mi ero mai esibito dal vivo con le mie canzoni, ma decisi comunque di provarci.
Per farla breve, da quando ho vinto quel contest la mia vita musicale è cambiata. O forse, semplicemente, è appena iniziata.
Il tuo nuovo singolo “dabaduda” racconta il rapporto che hai con la musica. Da quale momento personale nasce il brano?
Ho scritto “dabaduda” nella mia cameretta, a casa dei miei genitori a Roma. Era marzo del 2020: mi ero appena laureato in Architettura ed eravamo nel pieno del lockdown. In quel periodo il mio unico vero impegno era preparare l’esame di Stato.
Il brano nasce proprio in quel momento di passaggio tra la vita “comoda” dello studente universitario e quella, decisamente più “scomoda”, del lavoratore che deve iniziare a costruirsi il proprio futuro. Invece di mettermi a studiare, però, ho deciso di restare sdraiato sul letto e scrivere una canzone.
Il titolo “dabaduda” richiama qualcosa di spontaneo e istintivo: cosa rappresenta per te?
Nel brano racconto proprio come tutto nasca più dall’istinto che da una reale consapevolezza di ciò che sto facendo. La chiave della canzone è la semplicità, sia nel testo sia nella musica, e credo rappresenti molto bene il mio modo di scrivere: sincero, spontaneo e senza troppi filtri.
La canzone gira intorno a tre accordi di chitarra e il titolo, “dabaduda”, non significa assolutamente nulla. Mi è uscito così, quasi per caso, perché non riuscivo a trovare un ritornello.
È un gioco di parole che ha qualcosa di infantile e proprio per questo ho scelto come copertina una fotografia di me da bambino mentre canto davanti a un microfono giocattolo. È come se quel bambino stesse dicendo proprio: “dabaduda”.
Non hai seguito un percorso musicale accademico. Questa libertà ha influenzato il tuo modo di comporre e scrivere?
Assolutamente sì. Forse è stata proprio la parte più bella del percorso. All’inizio mi sentivo come un piccolo esploratore tra le corde della chitarra. Poi, piano piano, ho iniziato a capire qualcosa leggendo manuali, ascoltando tanta musica e seguendo i consigli delle persone giuste.
Il prossimo passo sarà sicuramente approfondire lo studio della musica. Sono convinto che con l’istinto si possa arrivare fino a un certo punto, ma se vuoi fare musica ad alto livello devi anche imparare le regole del gioco.
Nelle tue canzoni affronti temi profondi attraverso l’ironia. Quale sarà il filo conduttore del disco e cosa dobbiamo aspettarci dagli altri brani?
Il filo conduttore dell’album, in realtà, l’ho scoperto quasi a ritroso. Solo dopo aver scritto diverse canzoni mi sono accorto che c’era qualcosa che le univa, e quel qualcosa è la mia personalità.
L’ironia è il modo in cui affronto la vita di tutti i giorni e finisce inevitabilmente anche dentro le mie canzoni. Che racconti una storia d’amore o un episodio di vita quotidiana, il mio istinto mi porta sempre a inserire una “minchiata”. Però deve essere una minchiata fatta bene.
Il tuo debutto con “Maurizio Costanzo” ha mostrato una forte attenzione alla componente visiva. Che ruolo hanno cinema e teatro nel tuo immaginario?
Hanno un ruolo fondamentale. Nella mia testa, una canzone nasce quasi sempre insieme alle immagini del videoclip. Sono cresciuto guardando MTV tutti i giorni e sono sempre stato affascinato dai video musicali. Ormai faccio fatica a separare una canzone dal suo immaginario visivo.
Con “Maurizio Costanzo”, che è stato il mio primo brano, ho voluto presentarmi raccontando il mio universo artistico nel modo più completo possibile, mostrando sia il lato del cantautore sia quello dell’attore.
Il primo album è stato realizzato presso il Green (D) Studio di Roma. Come si è sviluppato il lavoro in studio?
Fin dall’inizio si è creato un grande rapporto di stima reciproca con i ragazzi dello studio. Prima ancora di iniziare a registrare l’album abbiamo trascorso parecchio tempo ad ascoltare musica, confrontarci e fare brainstorming, cercando di capire quali fossero le influenze comuni e quale direzione dare al progetto.
Con i produttori Riccardo Delogu e Luca Nizzia abbiamo trovato subito un’intesa sugli arrangiamenti e sul taglio della produzione. Ora siamo nella fase finale di cura del suono insieme al fonico Matteo Savastano, che si sta occupando del mix e del mastering.
Con la tua band, Trino e i Treni, stai portando in anteprima il tuo album nei locali di Roma. Che effetto ti fa sentire suonati da una band i brani nati nella tua cameretta, soltanto con chitarra e voce?
È una sensazione incredibile. Non avrei mai immaginato che qualcuno potesse “accollarsi” l’idea di suonare le mie canzoni.
Un giorno, in studio, con Riccardo ci siamo detti: “Perché non mettiamo su una band?”. Abbiamo fatto un paio di telefonate e, nel giro di due o tre prove, è nata Trino e i Treni.
Oggi stiamo portando l’album in anteprima nei locali di Roma, dai club più piccoli a quelli più grandi, adattando ogni volta la formazione al contesto. In alcune occasioni basta una formazione acustica, mentre in altre saliamo sul palco con la band al completo.
Quale immagine o sensazione vorresti restasse al pubblico dopo aver ascoltato la musica di Trino?
Oggi siamo immersi in una quantità enorme di musica e anch’io, nel mio piccolo, mi aggiungo a questa baraonda. Spesso ho la sensazione che si raccontino sempre le stesse cose, nello stesso modo e attraverso sonorità molto simili.
La mia ambizione è distinguermi, cercando di realizzare canzoni che siano il più possibile originali, sia nel modo di raccontare sia nell’immaginario che costruiscono.
Se, dopo avermi ascoltato, anche una sola persona pensasse: “Anvedi ’sto Trino”, per me sarebbe già una grande soddisfazione.
Il punto della Redazione
Con “dabaduda”, Trino trasforma l’assenza di regole in un linguaggio personale, affidandosi alla spontaneità senza rinunciare alla ricerca. Il suo percorso dimostra come architettura, musica, teatro e immagini possano convivere all’interno dello stesso progetto, contribuendo alla costruzione di un’identità riconoscibile.
Tra ironia, autobiografia e attenzione alla dimensione visiva, il cantautore romano pone le basi per un esordio discografico capace di raccontare la quotidianità da una prospettiva personale e fuori dagli schemi.

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