La Stella Rossa del Kinotto pubblica Di calcio, d’amore e…, un concept album che segna un nuovo capitolo per la band molisana: l’abbandono definitivo del cantautorato rock in favore di sonorità pop più contemporanee.
A far da collante ai brani, tre pilastri che – secondo la band – rappresentano il cuore dell’indie italiano: la Serie A, gli amori tossici e la Politica. Un mix tanto esplosivo quanto onesto, che restituisce tutta l’anima borderline del progetto. Pubblicato da Orangle Records e distribuito da INgrooves-Universal Music, l’album ha già totalizzato oltre 100mila stream su Spotify.
Dalle bestemmie al pop: la storia (vera) della band
Nata nel 2006 “non per scelta, ma per disperazione”, la Stella Rossa del Kinotto è cresciuta nel vuoto culturale e geografico del Molise. Un buco “dove anche le capre si annoiavano”, racconta Roial, tastierista e voce narrante della band, in una delle bio più feroci e sincere mai lette.
Tra letture psichedeliche dell’Orlando Furioso e serate in garage puzzolenti di sudore e sogni falliti, la band ha mosso i primi passi sotto la guida spirituale di Gisus Bianchi – “filosofo della perversione e santone del sesso e della dannazione”.
Fame, birra e amplificatori rotti
Nessun palco era troppo piccolo, nessun compenso troppo misero. Anzi, era proprio l’assenza di compromessi a farli brillare. La Stella Rossa del Kinotto non ha mai puntato al talento, ma alla fame: “Fame di palco, di groupies ubriache, di recensioni su blog sfigati”.
Il loro pubblico li ha sempre seguiti per questo: per l’autenticità. Per quella rabbia ruvida, senza trucco né post-produzione. Una rabbia che oggi torna in una forma più pop, ma ugualmente cruda e vera.
“Di calcio, d’amore e…”: la rinascita in chiave pop
A distanza di quasi vent’anni dagli esordi, questo nuovo album rappresenta una vera svolta artistica. Non una svolta di marketing, ma di intenti. Dietro il sound più accessibile si nasconde la stessa band disillusa, affamata e visionaria che un tempo sognava la luna leggendosi l’Ariosto.
“Di calcio, d’amore e…” non è solo un disco, è una dichiarazione d’identità. Il suono cambia, ma il cuore resta lo stesso: sporco, rumoroso, e tremendamente vivo.
RECENSIONE PAZZA INTER:
Pazza Inter – L’amore, la squadra e la vita che ci sfugge di mano
No, non è quell’inno interista che tutti conoscono. È qualcosa di molto più sottile, più bastardo, più vero. Pazza Inter è una dichiarazione d’amore dissimulata, un’ode all’imprevedibilità umana che si traveste da canzone da stadio per spiazzarti al primo ascolto e poi restarti in testa come una frase che ti ha fatto male.
“Bisogna amarti così come sei, come se fossi l’Inter”: dietro questa frase – apparentemente goliardica – si nasconde il cuore del pezzo. Non è una metafora da poco. È un manifesto: amare l’altro per quello che è, senza cercare di cambiarlo, anche se ti fa soffrire, anche se ti fa impazzire. Anche se ogni giorno è come seguire una squadra che ti fa esultare al 90° e imprecare al 91°.
La produzione di Vasy Lynsky fa il suo sporco lavoro: beat caldo, colpi secchi, synth sottili che lasciano respirare la voce di Jesus Blanco III, mai così amara e romantica allo stesso tempo. Il testo firmato Giuseppe Bianchi è asciutto e preciso come una rasoiata. Una poesia urbana che si muove tra leggerezza e malinconia, senza mai scadere nella retorica.
Il videoclip, girato in stile badn da derby in provincia, è perfetto: non ha bisogno di grandi effetti per comunicare quello che conta. Ti porta in quella zona di confine tra sogno e disillusione, tra tifo e innamoramento, dove tutto è un po’ ridicolo e un po’ sacro.
In fondo, Pazza Inter è un titolo che si prende gioco di noi, ma anche di sé stesso. Perché la vita, come l’amore, come il calcio, non si capisce. Si vive. Si soffre. Si canta.
ASCOLTA PAZZA INTER:
Segui La stella del Kinotto su instagram




