Parliamo di “Antartide” con Vitiana

28 Lug , 2025 - EMERGENTI

Parliamo di “Antartide” con Vitiana

Vitiana torna a emozionare con “Antartide”, un singolo che esplora il dolore, la perdita e la forza di resistere. Il brano, disponibile dal 25 luglio su tutte le piattaforme digitali, è un ritratto intimo e struggente nato da una storia personale che ha toccato profondamente l’artista.

Scritto in un momento di grande vulnerabilità, “Antartide” è stato ispirato dalla battaglia della madre contro il cancro , e si è trasformato da dedica privata a ballata universale grazie anche alla collaborazione con Veronica Forlani (Veri), Luca Petronella e Mayk.

Vitiana ci porta in un paesaggio emotivo fatto di silenzi, fragilità e verità taciute, invitandoci ad attraversare quel gelo che spesso ci separa dagli altri. Un brano che non solo racconta, ma tocca nel profondo.

L’intervista con Vitiana

“Antartide” è un brano profondamente emotivo e personale. Cosa hai provato nel momento in cui l’hai scritto per la prima volta, due anni fa?
La prima stesura è nata tutta d’un fiato. Sentivo l’urgenza di dare forma a un’emozione intensa e complessa, e la scrittura è stata per me uno strumento di elaborazione e di consapevolezza. Ricordo chiaramente che il verso “qui dentro di me” – oggi pre-ritornello – era già presente fin da subito e risuonava nella mia testa.

La canzone nasce come dedica a tua madre: quanto ha influito la sua storia nel tuo percorso artistico e personale?
La sua storia ha segnato profondamente la nascita di questo brano. Antartide nasce in un momento preciso e delicato, e porta con sé molte delle emozioni legate a quel periodo. Detto questo, il mio percorso artistico e la mia scrittura si nutre di tante altre esperienze e riflessioni che vanno oltre la sfera familiare. Mia madre è stata una figura fondamentale, sempre presente e vicina, e in un certo senso continua a esserlo anche oggi.

Il titolo originario era “La mia Musa”. Cosa ti ha portato a trasformarlo in “Antartide” e cosa rappresenta per te questa immagine di gelo?
Il titolo originale si legava a una versione precedente del ritornello. Antartide è nato dal desiderio di rendere tangibile una sensazione interiore, trasformandola in immagine. Il gelo, in questo caso, è metafora di un vuoto emotivo, di una distanza, ma anche di un luogo intimo e fragile. Ho voluto che il brano fosse aperto all’ascolto di chiunque, non solo una dedica personale: Antartide racchiude un’emozione che, in modi diversi, può appartenere a molti.

Parli di gelo emotivo e distanze interiori: hai mai avuto paura che la tua vulnerabilità potesse allontanare chi ti ascolta?
In realtà no, non mi sono mai posta troppo questo problema. Penso che raccontare le proprie emozioni in modo sincero sia un modo per creare connessione, non distanza. Essere sensibili non significa essere deboli, e non credo che la vulnerabilità debba essere nascosta. Quando scrivo qualcosa di personale, l’obiettivo non è solo condividere un pezzo della mia storia, ma lasciare spazio anche a chi ascolta di rivedersi dentro quel racconto.

Come è nata la collaborazione con Veronica Forlani, Luca Petronella e Michele Scalera? Che ruolo hanno avuto nel dare forma definitiva al brano?
È stata una collaborazione nata in modo molto naturale. Con Mayk e Luca avevo già lavorato in passato, quindi è stato semplice ritrovarci in studio e continuare a costruire insieme. Con Veronica ci siamo conosciute durante una masterclass e da lì è venuta voglia di sperimentare qualcosa insieme. Ognuno ha portato la propria visione e sensibilità, e questo ha permesso al brano di prendere una direzione più fresca, ritmica e meno legata esclusivamente a un vissuto personale. È stato un bel lavoro di squadra.

La tua voce nel pezzo è particolarmente intensa e penetrante. Come hai lavorato sull’interpretazione vocale per restituire al meglio le emozioni del testo?
Anche se nel tempo il brano ha subito delle variazioni, sia nel testo che nella struttura, volevo che l’interpretazione rispecchiasse le emozioni originali. Ho lavorato molto sulle sfumature, sugli accenti e sui respiri, cercando un suono della voce che fosse profondo e in grado di riflettere il sentimento del brano nel modo più naturale possibile.

“Antartide” sembra congelare il tempo ma allo stesso tempo scaldare l’anima. È stato difficile trovare questo equilibrio tra dolore e bellezza?
Non so se ho davvero cercato di trovare un equilibrio preciso tra dolore e bellezza, è più qualcosa che è venuto fuori da solo. Antartide racconta un momento sospeso, quasi congelato, ma dentro a quel gelo ci sono emozioni molto forti. Se poi quel racconto riesce a toccare chi ascolta, allora vuol dire che qualcosa di vero è passato, anche senza volerlo.

Scrivere questa canzone ti ha aiutato a elaborare il lutto e il senso di impotenza che racconti nel testo?
La musica, come ogni forma d’arte, ha la capacità di aiutarci a riconoscere e affrontare le emozioni più complesse. Davanti a un lutto o a una ferita profonda, è normale sentirsi impotenti. Ma scrivere questo brano mi ha permesso di attraversare quella sensazione, di darle voce e trasformarla in qualcosa di condivisibile.

C’è un verso del brano che senti più rappresentativo del messaggio che volevi trasmettere?
Sicuramente “qui dentro di me” è il verso che più rispecchia il cuore del brano. È una frase semplice ma densa, quasi una ninna nanna emotiva che mi accompagna. È un promemoria: anche quando perdiamo qualcosa o qualcuno, ciò che ci ha lasciato continua a vivere dentro di noi, come un segno indelebile.

Hai accennato a nuovi brani in arrivo: possiamo aspettarci una continuità con “Antartide” oppure stai esplorando nuove sonorità e tematiche?
Sto lavorando a nuovi brani che affrontano temi diversi, ma alla fine mi piace sempre scrivere cose che fanno riflettere, sia me che chi mi ascolta. Non so se ci sarà una vera continuità con Antartide, però credo che ci sarà sempre una coerenza nel modo in cui racconto le emozioni e le storie.


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