Nevecieca: “Vacuità” è il primo album e parla di crescita

6 Dic , 2025 - EMERGENTI

Nevecieca: “Vacuità” è il primo album e parla di crescita

“Vacuità” è il debutto discografico dei Nevecieca, disponibile dal 28 novembre 2025 in distribuzione Ada Music. È un disco che torna all’essenza: suonare, creare, vivere la musica senza inseguire numeri o algoritmi. Un lavoro nato in provincia di Varese che porta con sé un’urgenza fortissima e un’immaginario che fonde malinconia, energia e un approccio totalmente autentico.

L’album affonda le radici nella cosiddetta “crisi del quarto di secolo”, quella fase sospesa in cui si passa dall’adolescenza all’età adulta con addosso domande, paure e speranze. Nei brani dei Nevecieca si respira tutto: le false partenze, la disillusione, l’inadeguatezza, gli amori che salvano o feriscono, lo sguardo scettico su un mondo che spesso non riconosciamo come nostro.

Con atmosfere che oscillano tra dream pop e tinte più crude, “Vacuità” rappresenta un vero manifesto emotivo per una generazione che prova ancora a definirsi. In questo album, Edward, William e Marco mostrano la loro forma più autentica.

L’intervista con i Nevecieca

Come nasce Nevecieca nella provincia di Varese nel 2020 e in che modo l’ingresso di Marco ha cambiato l’equilibrio e il sound del progetto rispetto alle prime prove a due?

Marco, nell’alchimia del gruppo, è il giusto collante tra me (Edward) e William. Ha delle intuizioni che fanno sì che le canzoni prendano una piega piacevolmente inaspettata. Quando eravamo in due rischiavamo di parare spesso sugli stessi schemi e ingenuamente per un periodo ho pensato di non avere bisogno di un bassista, ma abbiamo capito quanto fosse fondamentale già dalla prima volta che ha suonato assieme a noi.

Il vostro suono oscilla tra atmosfere dream pop sognanti e momenti più ruvidi vicini al grunge e all’hard rock: come avete trovato questo equilibrio e quali sono stati i riferimenti che vi hanno guidato nella ricerca della vostra identità sonora?

(Marco) Penso che questo dualismo nasca dal fatto che da un lato abbiamo tutti e tre influenze abbastanza diverse, ma dall’altro tutti e tre alterniamo fra queste influenze, anche se in modo un po’ diverso. Se dovessi fare un nome personalmente direi i Porcupine Tree, perché penso siano una band che racchiude perfettamente il dualismo di cui sopra in modo naturale. Anzi, credo che questo contrasto sia uno dei marchi di fabbrica del loro sound, e spero anche nel nostro.

“Vacuità” ruota attorno alla “crisi del quarto di secolo”: quando vi siete resi conto che questo tema sarebbe diventato il filo conduttore dell’album e quanto nasce da esperienze realmente vissute tra i 20 e i 30 anni?

(Edward) Ho capito che era un filo conduttore quando abbiamo scelto la scaletta del disco. Le canzoni prendono spunto da fatti realmente accaduti. Spesso la stesura dei testi partiva da flussi di coscienza che mi portavano a capire dove stavo andando a parare solo quando il testo era completato.

Nei testi parlate di false speranze, disillusione, inadeguatezza, amore e rancore verso un mondo che non sentite pienamente vostro: c’è un episodio o un momento preciso delle vostre vite che sentite rappresenti meglio questo stato d’animo?

(Marco) Mi spiace ripetermi, ma anche in questo senso io, Edward e William siamo abbastanza diversi per formazione ed esperienze di vita. Però credo di poter parlare a nome di tutti se dico che ci siamo un po’ sentiti “fuori dal coro” sin da giovanissimi (come un po’ tutti gli adolescenti cresciuti a pane & metal) e, anche ora che siamo un po’ cresciuti, questo senso è rimasto, sebbene sia sicuramente diverso da allora. Penso che possiamo dire che tutti e tre viviamo quotidianamente la nostra “buona” dose di alienazione.

“Dio solitario” è un brano molto forte nel modo in cui racconta la frustrazione delle generazioni passate rispetto alle aspettative di vita non rispettate: com’è nata l’idea di mettere a fuoco proprio questo punto di vista e quanto vi riguarda in prima persona?

(Edward) Quando scrissi questa canzone mi ricordo che provavo fondamentalmente una sorta di invidia per chi ha vissuto decenni prima di noi, perché sembra che la maggior parte delle fortune e possibilità ci siano state portate via. Rimproveravo la loro negligenza e il loro egoismo, ma sinceramente adesso non provo più gli stessi sentimenti. Credo sia sbagliato giudicare: ognuno è figlio del suo tempo e credo, e spero, ci sia qualcosa di bello in serbo anche per noi e per le generazioni future.

Nel singolo “Coscienza e Lacrime” affrontate il distacco da una persona ormai lontana dal vostro tempo e dalla vostra realtà: che tipo di rapporto o di ferita emotiva vi ha spinto a scrivere questo pezzo e che ruolo hanno i ricordi nel vostro modo di comporre?

(Edward) Io credo che l’abbandono sia un momento così catartico che lascia segni inevitabili nella vita di una persona. Partendo da qualcosa di realmente vissuto, ho voluto lasciare un significato aperto a questa canzone perché non volevo fosse estremamente personale. Per quanto mi riguarda, i ricordi sono fondamentali perché attingo solamente da fatti realmente accaduti. In questo momento della mia vita non riesco a fare altrimenti.

“Cenere” parla della frustrazione di non essere ancora arrivati a certi traguardi e del desiderio quasi disperato di un’occasione, anche a costo di un insuccesso pur di cambiare qualcosa: quanto sentite che questo è un sentimento generazionale e quanto invece è una vostra urgenza personale?

(Edward) Penso che tutti abbiano un motivo per essere turbati. Spesso tante persone provano rabbia senza capire di chi sia veramente la colpa. Questa mia frustrazione era dovuta al fatto che la colpa l’ho sempre data a me stesso.

Avete definito “Vacuità” come un disco che vuole lasciare all’ascoltatore la libertà di vedere e immaginare ciò che vuole, trovando magari conforto nel sentirsi meno solo: che tipo di reazioni o messaggi vi piacerebbe ricevere da chi ascolta il vostro album dall’inizio alla fine?

(Marco) Anche se non ho scritto io i testi, mi piacerebbe sapere come arrivano a chi li ascolta o, in generale, cosa può significare la nostra musica per chi la ascolta. Forse ho un’aspettativa bassa, ma vedere qualcuno che se lo ascolta per intero è già di per sé un dono bellissimo.

Avete lavorato al primo album insieme a Francesco Sergnese, sia in produzione che come musicista aggiunto: cosa vi ha dato questo confronto esterno e in che modo ha contribuito a far crescere le vostre canzoni rispetto alle prime demo?

(Marco) Francesco, prima ancora di essere il nostro produttore, è un nostro caro amico. È tramite lui che ho conosciuto William ed Edward. Il suo apporto è stato fondamentale nella nostra crescita come musicisti e ovviamente anche nella realizzazione di “Vacuità”, soprattutto per quanto riguarda la struttura dei brani e alcune scelte stilistiche, in particolare a livello di sound. In molti casi ha saputo avere la visione d’insieme necessaria per realizzare un album, cosa che noi ai tempi ancora non avevamo al cento percento. Ha anche insistito molto sul provare a lungo i brani prima di registrarli (abbiamo fatto almeno due giri di preproduzione prima della sessione che sentite sul disco), cosa che all’inizio ci ha fatto storcere un po’ il naso ma che si è rivelata fondamentale, perché ci ha permesso di farli nostri al 120 percento.

Nevecieca è un progetto che punta a ritagliarsi uno spazio nella musica italiana con un linguaggio non stereotipato: qual è il vostro obiettivo a medio termine e cosa vi piacerebbe che il nome Nevecieca rappresentasse tra qualche anno nella scena alternativa italiana?

Il nostro obiettivo è essere identificati come noi e non essere scambiati con nessun altro. Preferiamo sentirci dire che facciamo schifo piuttosto che sentirci dire che somigliamo a tizio o caio. Puntiamo a creare un’alternativa valida a ciò che c’è già adesso, sottolineando che suoniamo in primis per noi stessi, ma comunque speriamo che la nostra autenticità venga riconosciuta.

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