Lo Slè racconta la rabbia di una generazione

4 Apr , 2026 - EMERGENTI

Lo Slè racconta la rabbia di una generazione

Lo Slè è uno di quegli artisti che non si limita a fare musica, ma costruisce un immaginario. Il suo percorso parte nel 2024 con l’EP “È stato Lo Slè”, un debutto indipendente che mette subito in chiaro le cose: non solo brani, ma un’opera visiva unica che lega tutto in un unico racconto, segnando un’estetica già definita e riconoscibile.

Dalla firma con Honiro Label ai singoli successivi, Lo Slè ha continuato a sviluppare una visione coerente, dove ogni uscita diventa un progetto completo tra suono e immagine. Un approccio raro, che trasforma ogni release in un tassello preciso di un mondo più ampio, fatto di riferimenti culturali, ricerca visiva e identità forte.

Con “SENTI CHE VENTO CHE TIRA” arriva però un cambio di passo: un brano che unisce stornello, canto alpino, rap ed elettronica per raccontare con ironia e lucidità la precarietà di un’intera generazione. Tra immaginari anni 80 e disillusione contemporanea, Lo Slè mette in scena una realtà che molti vivono ogni giorno, trasformandola in un racconto potente e visivamente iconico.

Intervista con Lo Slè

Il tuo progetto nasce nel 2024 ma ha già un’identità visiva e sonora molto forte: quanto è stato importante partire subito con un immaginario così definito?
L’immaginario all’inizio non direi che fosse definito, di sicuro volevo far capire molto velocemente a chi ascoltava che non si trattava dell’ennesimo rapper emergente, ma di un artista con una visione che sarebbe potuta durare a lungo termine. Inizialmente mi sono proposto semplicemente per come ero nella vita quotidiana, sia musicalmente che esteticamente.

L’EP “È stato Lo Slè” unisce musica e videoclip in un’unica opera: come nasce questa idea e quanto conta per te il rapporto tra suono e immagine?
L’idea nasce da una necessità condivisa tra me e il mio amico Mounir Derbal, ottimo regista e curatore di tutti i contenuti video che poi sarebbero usciti.

La necessità è quella di avere una narrazione che accompagnasse ogni canzone, volevamo che l’EP raccontasse una storia e quindi il videoclip non poteva limitarsi a fare da accompagnatore visivo alla musica, ma doveva essere protagonista alla pari con essa, così invece che un videoclip canonico, abbiamo realizzato una sorta di cortometraggio musicale.

È stato molto faticoso, abbiamo compresso tutto in tre giornate di riprese e avevamo zero budget, ma ci siamo divertiti moltissimo ovviamente e poi il risultato è stato più che soddisfacente per un’esordio indipendente di quel tipo. Ci saremmo poi rifatti circa sei mesi dopo con il videoclip di Gare de Bercy, singolo uscito ad Aprile 2025 che con il suo videoclip ufficiale rappresenta ancora meglio questo discorso di “narrazione” del brano.

Dopo l’indipendenza è arrivata la firma con Honiro: cosa è cambiato concretamente nel tuo modo di lavorare e nel tuo approccio artistico?
Nell’approccio artistico non è cambiato praticamente nulla, continuo a creare i miei brani da solo curando sia la produzione che i testi e le registrazioni della voce, di sicuro invece è cambiato il modo di lavorare alla distribuzione, ho la fortuna di avere un team di persone che mi segue e che mi permette di delegare tantissimi aspetti che altrimenti avrei dovuto coprire io levando energie alla visione e alla creatività. In particolare ho apprezzato moltissimo il lavoro di Lorenzo Piermattei e Francesco Corsello, i quali ringrazio, che hanno curato tutte le copertine dei quattro singoli usciti con Honiro Label.

Ogni tuo singolo sembra vivere anche sui social con un progetto visivo preciso: pensi che oggi un artista debba necessariamente essere anche un “regista” del proprio mondo?
Penso che oggi un artista debba scontrarsi troppo con un mercato che si basa sul tutto e subito. È difficile spiegare la propria visione e i propri scopi artistici a un pubblico che si è abituato a scoprire nuove voci tramite video di pochissimi secondi.

Io mi pongo in questo modo molto tealtrale e spettacolare perchè è una mia necessità artistica, che questo sia funzionale per attirare l’attenzione ed avere il colpo d’occhio giusto sinceramente me lo auguro, ma non è sicuramente quello il motivo che mi spinge a volermi esporre in quel modo. Io credo che la peculiarità di ogni artista si trovi nei dettagli, che siano nella produzione, nel testo o nell’estetica non importa, la cura dei dettagli per me distingue i grandi progetti, perciò nei lavori che proponiamo abbiamo una cura maniacale per ogni dettaglio, dal primo passo che può essere la stesura del beat, fino all’ultimo frame del videoclip ufficiale, che poi questo generi un quadro completo affascinante e bello da vedere e sentire credo ci stia riuscendo sempre meglio.

“SENTI CHE VENTO CHE TIRA” affronta un tema molto generazionale: da dove nasce l’urgenza di raccontare questa frustrazione collettiva?
Non si tratta di un urgenza, ho solo fatto una canzone basandomi su quello che vivo e che vedo intorno a me. Tutti viviamo questa angoscia, in “SENTI CHE VENTO CHE TIRA” cerco di comprimere questo enorme e complesso concetto che è la situazione precaria del lavoro giovanile in un messaggio chiaro: “o le cose cambiano o finiremo per andarcene tutti, e se ce ne andiamo noi che siamo il futuro, l’Italia un futuro non ce l’avrà”.

Nel brano mescoli elementi molto diversi come stornello, canto alpino, rap ed elettronica: come trovi l’equilibrio tra sperimentazione e identità?
Questa è facile: qualunque cosa sia se mi piace come suona la tengo, forse la mia identità risiede proprio in questa mescolanza di elementi.

L’estetica yuppie anni 80 e 90 è centrale nel progetto: cosa ti affascina di quell’epoca e perché hai deciso di usarla in chiave critica?
Non c’è nulla che mi attragga di quell’epoca, romanticizzando il tutto ho pensato che gli yuppie siano stati le prime vittime di questa distorta visione della vita.

Il personaggio dell’impiegato e dello stagista “in mutande” è molto forte e quasi teatrale: quanto c’è di reale e quanto di simbolico in questa narrazione?
Credo che ognuno decida da sé quanto sia reale o simbolico ciò che vede, ognuno di noi è stato almeno una volta sia l’impiegato frustrato sia lo stagista lasciato in mutande dalla vita. In quel breve video di pochi secondi abbiamo cercato di utilizzare i due archetipi più comprensibili di quelle che possono essere le figure insoddisfatte del lavoro, in questa cornice di fogli e documenti che sembra abbiano vita propria e che non permettono un momento di riposo a nessuno. Se noti manca l’elemento del CAPO, del BOSS, sono gli stessi documenti e fogli a ricoprire quel ruolo celando che il vero sfruttatore in quel momento è il lavoro stesso.

Nei tuoi lavori sembra esserci sempre ironia ma anche una certa amarezza di fondo: è un modo per rendere più accessibili temi complessi o è proprio il tuo linguaggio naturale?
Credo sia il mio modo di vivere, ho molta consapevolezza delle cose che non mi piacciono intorno a me e tramite l’ironia cerco di addolcire la pillola per non smettere di prestarci attenzione, altrimenti se fossi solo arrabbiato quanto male vivrei?

Guardando avanti, “SENTI CHE VENTO CHE TIRA” rappresenta davvero una nuova partenza: che direzione vuoi dare ora al progetto Lo Slè?
Una direzione più matura, so di essere molto giovane per cui sto crescendo ad ogni uscita sia come artista ma anche come persona. Con “SENTI CHE VENTO CHE TIRA” inizia una nuova fase de Lo Slè che mi vede più carico emotivamente, più desideroso di parlare alle persone e che si diverte anche di più musicalmente. Nei brani che seguiranno sentirete tante sonorità diverse dal rap che tanto amiamo, ma che per me era cominciato ad essere troppo stretto.

Il punto della redazione


Lo Slè si muove con una consapevolezza rara per un progetto così giovane, costruendo un percorso in cui musica, immagine e narrazione convivono senza compromessi. Tra ironia e lucidità, il suo sguardo resta puntato su una generazione sospesa, riuscendo a trasformare inquietudini reali in un linguaggio artistico riconoscibile. Se questa è davvero una nuova partenza, la direzione sembra già chiara: più libertà, più ricerca e una voce sempre più definita.

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