Nati a Mestre nel 2024, i Liars Motel sono il frutto dell’incontro tra Richard Liar (voce), Oliver Barbieri (batteria) e Giacomo Frison (chitarra, basso e tastiere). Il loro stile unisce rock alternativo e influenze industrial, dando voce a impulsi repressi, tra violenza, fragilità e desiderio di redenzione, con l’obiettivo di esplorare il lato più crudo e viscerale dell’essere umano.
Il loro omonimo EP d’esordio, Liars Motel, è concepito come un viaggio mentale: un motel simbolico in cui ogni stanza rappresenta un trauma, un segreto o una parte sepolta del proprio io.
La title track, uscita a marzo insieme al videoclip, segna l’inizio dell’esplorazione, mentre il percorso si conclude con Uscita di Sicurezza, in un disperato tentativo di fuga o salvezza.
Un progetto sonoro e concettuale che non lascia indifferenti, invitando chi ascolta a confrontarsi con ciò che normalmente evita.
L’intervista con i Liars Motel
Come nasce l’incontro tra voi tre e in che momento avete capito che stava nascendo qualcosa di più di una semplice collaborazione?
Oliver: Tutto nacque un po’ per caso: conobbi Richard mentre cercavo una voce per un’altra band che tuttora condivido con Jack. Rimasi colpito dalla voce e dall’estetica che Richard proponeva nel suo progetto solista, capii fin da subito il potenziale e che volevo collaborare con lui per qualcosa di nuovo, mai visto prima.
Dopo vari tentativi per capire che direzione dare al progetto coinvolsi Jack, completando la formazione. In tre siamo riusciti a creare l’equilibrio perfetto poiché ognuno ha un ruolo specifico. Dopo un breve periodo di assestamento capimmo come sfruttare i nostri punti di forza, iniziando così la stesura della title track: “Liars Motel”.
Il nome Liars Motel è molto evocativo. Quando lo avete scelto, cosa volevate comunicare al pubblico?
Il Liars Motel è il luogo dove chiunque può essere sé stesso lontano dai giudizi morali. Il nome arriva direttamente dalle ceneri del progetto solista di Richard: “Richard Liar”. Affascinati dall’immaginario del profondo sud americano fatto di valli deserte, lingue d’asfalto e motel dall’insegna al neon, decidemmo di accostare le due cose e da lì nacque, durante una sessione di prove, il nome “Liars Motel”. L’immaginario si è evoluto con il tempo prendendo altri riferimenti vicini all’industrial e al gotico, senza modificare il messaggio di libertà morale.
Nella vostra bio si parla di “mostruosità che albergano in ognuno di noi”: quanto è stato difficile metterle in musica senza cadere in cliché?
Jack: Il compito non è stato facile, le cose che mi hanno aiutato di più sono state due: l’assenza di limiti e l’ambientazione di ogni canzone. L’assenza di limiti si può percepire anche dal primo ascolto: non c’è uno stile unico all’interno dell’EP, ogni canzone è diversa, sia per struttura che per strumenti usati. L’ambientazione, invece, è da ricercare non solo nella musica ma anche nei testi. Per esempio, “Minotauro” è ambientata in un labirinto, “Caccia” nel giardino dell’Eden… con la musica ho cercato di ambientare ogni canzone in una stanza a sé stante, creando una vera e propria colonna sonora che faccia percepire all’ascoltatore questa distinzione, accompagnandolo nei corridoi del Motel.
L’EP sembra concepito come un vero e proprio viaggio interiore. Come avete lavorato sulla struttura narrativa delle tracce?
Richard: Per creare una narrazione quanto più interessante ho dovuto trovare espedienti narrativi attorno ai temi che volevo trattare. Ho fatto un lungo percorso di analisi e ricerca in me stesso, cercando di scavare nella mia intimità per mettermi completamente a nudo, senza limiti. Attorno ai temi cruciali mi piace costruire un contesto narrativo che li svisceri senza però cadere nella banalità, offrendo all’ascoltatore nuovi spunti di riflessione e interpretazioni.
Ad esempio, in “Caccia” la passione per il sadismo e il masochismo diventano mezzo per raccontare la naturale inclinazione dell’essere umano alla violenza e il piacere che prova nel perpetrarla. Ecco che una fantasia sessuale diventa un’analisi antropologica ricca di riferimenti religiosi.
Ogni brano rappresenta una stanza del Motel. Qual è quella che per voi è stata più difficile da scrivere e perché?
Richard: La canzone più difficile è stata “Minotauro”. Racconta in modo crudo il rapporto conflittuale che ho con mio padre. La figura del Minotauro all’interno del labirinto mi è servita per raccontare le difficili dinamiche tra di noi. I muri invalicabili rappresentano la difficoltà di dialogo e comprensione, è sempre incombente la figura del padre irraggiungibile e ineguagliabile, di cui percepiamo solo l’odore nauseabondo. Tuttavia, i due antagonisti nella canzone non si incontrano mai: il conflitto non avviene direttamente, non vi è mai uno scontro fisico.
Il singolo “Liars Motel” ha aperto le porte di questo universo. Com’è nato il videoclip che lo accompagna?
Oliver: Volevamo trovare un luogo che rispecchiasse lo spirito del Liars Motel, quindi è iniziata la ricerca per un set adatto. Abbiamo trovato quello che faceva al caso nostro a Novara, all’Emotional Grand Motel. Sfruttando le stanze a tema della struttura, siamo riusciti a ricreare l’atmosfera giusta. Una chicca: nel video si può notare che abbiamo posizionato la batteria all’interno di una piscina rossa a forma di croce — siamo stati gli unici clienti a fare una richiesta del genere!
“Uscita di Sicurezza” chiude l’EP con un’idea di redenzione: c’è davvero una via d’uscita dalla parte più oscura di noi?
Richard: “Uscita di Sicurezza” è la definitiva conferma che dal Motel è impossibile uscire. Si tratta di una resa definitiva. Dopo aver assaggiato i “frutti dell’albero immondo” — ovvero ciò che offre un luogo privo di ogni morale — nulla può ripulire le nostre anime. Il rimorso che portiamo dentro è impossibile da estirpare, nemmeno le lacrime del pentimento potranno redimerci.
Ecco che, come drammatica e finale risposta, vi è la speranza che per lo meno queste lacrime ci possano annegare, mettendo fine ai nostri tormenti. Di fronte a quel rimorso ci troviamo come bestie incatenate in attesa che il macellaio sferri su di noi la mannaia per porre fine alla nostra agonia. È un epilogo drammatico ma realistico.
Le vostre sonorità mescolano rock alternativo e industrial. Quali artisti o dischi hanno influenzato maggiormente la vostra identità musicale?
Jack: Nell’EP ho cercato di discostarmi il più possibile dai gusti musicali che condividiamo, prendendo spunto da interi generi come la classica e l’elettronica piuttosto che da artisti o album specifici. Questo rende difficile catalogare con precisione il lavoro, rendendolo unico.
Quanto è importante per voi il rapporto con il live? Portare questo Motel su un palco cambia la percezione che il pubblico ha del vostro messaggio?
Oliver: Per noi l’aspetto live è molto importante perché ci permette di sfruttare la nostra immagine. Penso che oggigiorno sia una componente fondamentale da mettere in luce per emergere. Vogliamo proporre un vero e proprio show che scaraventi il pubblico tra le mura del nostro mondo.
Cosa ci dobbiamo aspettare dopo questo primo EP? Avete già in mente nuove “stanze” da esplorare?
Jack: Stiamo attualmente lavorando a un album: le demo sono quasi tutte pronte e contiamo di iniziare le registrazioni prima della fine dell’anno. Ci siamo momentaneamente lasciati il Motel alle spalle e abbiamo intenzione di esplorare tematiche sociali e attuali, senza perdere i nostri tratti distintivi.
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