Il progetto LEBIOT nasce dall’incontro di Jonas e Rebecca in un piccolo paese delle Alpi francesi, Le Biot, luogo che ha dato origine non solo al nome del duo ma anche a un immaginario musicale profondamente radicato nella natura e nell’essenzialità. La loro proposta si muove tra folk contemporaneo e sonorità indipendenti internazionali, costruendo un linguaggio intimo e aperto.
La musica dei LEBIOT si fonda su un minimalismo acustico fatto di chitarra, ukulele e voci intrecciate, capace di trasmettere emozioni autentiche senza sovrastrutture. I loro brani attraversano temi come fragilità, cura e speranza, creando uno spazio sonoro che invita all’ascolto profondo e alla connessione emotiva.
Oltre alle pubblicazioni discografiche, il duo ha sviluppato una forte identità anche dal vivo, portando la propria musica in contesti molto diversi, dai concerti intimi ai festival internazionali. Parallelamente, hanno dato vita a format esperienziali come “I Racconti della Luna”, dove musica, arte e benessere si incontrano, trasformando il concerto in un momento condiviso e immersivo.
L’intervista con LEBIOT
Come vi siete incontrati e in che modo quel momento ha dato origine al progetto LEBIOT?
Ci siamo incontrati tramite Workaway, una piattaforma in cui ci si iscrive come volontari e si va a vivere presso famiglie o strutture prestando servizi di diverso tipo. Noi siamo capitati “per caso” nello stesso progetto. Nonostante sia veramente troppo romantico da dire (ma è la verità!), l’amore e la musica sono nati nello stesso momento, anche se consapevolmente il progetto LEBIOT è arrivato in un secondo momento. Però fin da subito abbiamo avuto una connessione personale e musicale molto forte.
Il nome del progetto nasce dal paese francese Le Biot: quanto quel luogo continua a influenzare il vostro immaginario musicale?
Quel periodo in Francia ha segnato le nostre vite. Abbiamo vissuto in questo posto meraviglioso Le Biot, circondati da distese erbose e da montagne maestose. Il silenzio, il contatto con la natura, i profumi e colori al cambiare delle stagioni… tutto ciò ha fortemente influenzato la nostra musica, che è armoniosa e vuole portare pace esattamente come quel luogo ha fatto con noi.
Il vostro suono è molto essenziale, costruito su chitarra, ukulele e voci intrecciate: quanto è stata una scelta consapevole puntare su un minimalismo acustico così forte?
Agli arbori del nostro progetto era tutto abbastanza inconsapevole. Questa era la nostra musica e l’unica consapevolezza forte che avevamo è che fondamentalmente ritornava sempre lo stesso feedback dalle persone: il senso di armonia, di pace e di unione. Poi nel 2024 abbiamo iniziato a produrre in studio con Massimiliano Titi di Maxi Sound, il quale ci fece prendere consapevolezza di quanto questo minimalismo acustico fosse la nostra più grande forza, in un mondo non solo musicale così complicato e sempre alla
ricerca di più, noi portiamo la semplicità che spesso fa paura. Una cosa divertente è inoltre che in dialetto milanese lebiòtt significa nudo/a, e da allora ci piace pensare alla nostra musica come musica nuda, cioè che parla direttamente dall’anima all’anima, che è sostanziale, “non processata”, come il cibo biot-logico.
Nei vostri brani si percepisce un’atmosfera molto intima e internazionale allo stesso tempo: quali sono gli artisti o i progetti che vi hanno ispirato maggiormente?
Jonas è cresciuto con i grandi classici del rock come i Led Zeppelin, Black Sabbath, Nirvana, Incubus e Pearl Jam. Ha poi negli anni sperimentato la musica folk (Jethro Tull, musica celtica e flamenco) ed essendosi esibito come solista per più di dieci anni, ha sviluppato uno stile di chitarra molto “filling”, cioè con tante farciture e riempimenti, mentre ha mantenuto un impronta molto rock nella voce. Rebecca prende come riferimento importante i canti polifonici corali, canti antichi tradizionali, canti sacri. Negli anni poi ha sperimentato svariati generi e adesso il suo punto di riferimento principale è Eivor, artista faroense, che continua a ispirala sia nella scrittura che nella costruzione delle linee vocali.
Le vostre canzoni spesso parlano di fragilità, cura e speranza senza raccontare storie troppo esplicite: preferite suggerire emozioni piuttosto che narrarle direttamente?
Piuttosto che preferenza è la modalità che ci riesce più naturale. Esprimere i nostri vissuti tramite metafore universali.
Tra i vostri singoli, da “Sunlight Song” a “Vuela Con El Viento” fino a “Neige”, c’è una varietà di lingue e atmosfere: quanto è importante per voi la dimensione internazionale del progetto?
è molto importante, noi ci sentiamo cittadini del mondo! Abbiamo viaggiato e siamo entrati in contatto con tante culture e tanti modi di pensare diversi, che ovviamente ci hanno aperto a una visione molto ampia di espressione linguistica e personale.
Avete suonato in molti contesti diversi, dal busking ai festival fino agli eventi privati: quale tipo di live sentite più vicino alla vostra identità artistica?
I contesti intimi sono quelli dove ci sentiamo più a nostro agio, perché ci permettono di stabilire una connessione con chi ci ascolta e quindi di rendere l’esperienza del concerto più personale e interattiva. Ci piace dedicare tempo alle persone e riuscire a sentirci vicini a loro energeticamente.
Il vostro format “I Racconti della Luna” unisce musica, scrittura, pittura e degustazione di vino: da dove nasce l’idea di trasformare il concerto in un’esperienza così immersiva?
È stato il processo di cercare la nostra dimensione, fatto di domande, riflessioni, direzioni. La consapevolezza del nostro progetto musicale è cambiata con gli anni e così quella personale che ci ha portato a chiederci cosa volessimo veramente creare che fosse NOSTRO.
Ci è sempre stato molto chiaro che non avremmo mai seguito una strada convenzionale. La domanda fondamentale è stata questa:
Cosa vogliamo creare PER NOI e per la nostra comunità?
E poi arrivò anche la tremenda consapevolezza di quanto possa essere bello, frustrante ma anche interessante essere persone multipotenziali! È possibile mettere d’accordo tutte le nostre centomila passioni e interessi per creare qualcosa a cui noi stessi vorremmo prendere parte, ci siamo detti.
E per noi è quel senso di profonda connessione. È quel cerchio di persone che si incontra e sa di poter esprimersi senza giudizio. Lo spirito che si eleva a qualcosa di più grande. Il “fare” incondizionato dal riscontro materiale, ma perché si crede in qualcosa.
Volevamo creare un luogo in cui può accadere la magia: emozioni, creatività, pensieri che prendono forma. Questa è la nostra dimensione e la stiamo formando… ma è un processo che non finirà mai!
Nei vostri eventi parlate spesso di ascolto profondo e comunità temporanea: pensate che oggi il pubblico abbia bisogno di vivere la musica in modo più lento e condiviso?
Crediamo che il mondo abbia un disperato bisogno di rallentare e l’arte, la condivisione del bello, dell’estetico, dell’armonioso, ha lo scopo di elevare l’essere umano. Perciò vogliamo creare uno spazio in cui la. musica non venga solo consumata, ma che piuttosto accompagni lo spettatore e lo coinvolga in tutte le sue sfere: quella fisica, tramite il suono, che è vibrazione e aiuta a radicare il corpo. Poi la mente, che si rilassa e che viene pervasa da questa vibrazione, quindi non c’è più la fretta della quotidianità o l’effetto “monkey mind”. L’irrequietezza si dissolve. Infine lo spirito, che si eleva, e lo spettatore torna a casa con nuovi paesaggi interiori, emozioni scoperte o rilasciate, armonia.
Guardando al futuro, quale direzione immaginate per il progetto LEBIOT: nuove uscite discografiche, altri formati esperienziali o magari un album completo?
È tutto possibile! Siamo in continua evoluzione e alla scoperta di qualcosa di nuovo soprattutto per noi. Da maggio lanceremo un nuovo formato di laboratori ad Amburgo, in Germania, sempre sotto la categoria “wellness, wine and folk”: Saranno giornate rigeneranti in cui sceglieremo un tema da scoprire insieme; la giornata prevede una lezione di yoga in collaborazione con Pook e Ulf di Omsara Yoga Studio, accompagnata da musiche strumentali e mantra scritti da noi, eseguito tutto dal vivo mentre si pratica lo yoga. Poi verrà proposta una meditazione e a seguito offriamo un concerto privato, guidato e interattivo, durante il quale verranno dati spunti di riflessione, da scrivere o da disegnare, e alla fine guideremo il gruppo in un canto corale. Alla fine di tutto ciò offriremo un aperitivo/brunch come esperienza per radicarsi e connetterci tra di noi… sarà un banchetto di comunità!
L’idea dell’album invece è stata scritta nel nostro diario da tanto tempo e speriamo che possa realizzarsi prossimamente.
Il punto della redazione
Quello dei LEBIOT è un progetto che si distingue per coerenza, delicatezza e visione. In un panorama spesso orientato all’eccesso, la loro scelta di restare essenziali diventa una presa di posizione forte e riconoscibile.
La loro musica non cerca di imporsi, ma di creare uno spazio. Ed è proprio in questo spazio che succede qualcosa di raro: l’ascolto torna a essere esperienza.
LEBIOT non è solo un duo folk, ma un progetto che prova a ridefinire il modo in cui viviamo la musica oggi. Tra live, ritualità condivise e ricerca interiore, il loro percorso suggerisce una direzione chiara: meno rumore, più connessione.
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