Classe 1999 e milanese d’origine, Juno è il progetto musicale di Alessia Borganti, cantautrice e produttrice con una visione fortemente personale e sperimentale. Dopo la laurea in canto pop rock al CPM Music Institute e gli studi in Electronic Music Production al SAE Institute, Juno ha intrapreso un percorso artistico che intreccia ricerca sonora, introspezione e contaminazioni tra generi.
Il nome Juno richiama la celebre sonda spaziale della NASA, simbolo di un’esplorazione continua non solo dell’universo, ma anche del proprio mondo interiore. Un’immagine perfetta per descrivere la sua musica, che si muove tra vocalità effettata e testi profondamente emotivi, con l’obiettivo di restituire all’ascoltatore verità e cambiamento.
La sua è una scrittura che parte dall’intimo per diventare condivisibile, in un processo di trasformazione costante, dove il suono diventa mappa emotiva e specchio dell’anima.
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L’intervista con Juno
Ciao Juno! Il tuo progetto prende il nome da una sonda spaziale: cosa ti ha ispirato a legare il tuo universo musicale a questo concetto astronomico?
Ciao a voi! :)
Ho deciso di legare il mio progetto musicale a questo nome perchè trovo che la musica sia il mezzo tramite il quale riesco a sondare e a portare all’esterno emozioni e pensieri che altrimenti non avrebbero sfogo, rimanendo oscuri agli altri tanto quanto a me stessa.
Kafka dice “Amore è il fatto che tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”, io credo che questo oltre all’amore, lo faccia anche la musica.
Descrivi la tua musica come una “sonda” che esplora il pianeta Io, in continuo mutamento. In che modo riesci a trasformare questi cambiamenti interiori in suono?
È una bella domanda. Credo cercando di rimanere onesta: faccio molta fatica ad identificarmi in un genere, proprio perchè non mi sento sempre esattamente allo stesso modo, quindi i miei brani hanno certamente delle caratteristiche comuni, ma sono sempre diversi tra loro per influenze, atmosfere, sonorità. Non l’ho sempre vissuta bene, però ormai ci ho fatto pace: penso che faccia parte della natura umana non essere una cosa sola. Sintetizzando direi quindi tramite dei testi che cercano sempre di riportare fedelmente ciò che provo, una musica che si lascia contaminare senza troppo giudizio e tramite strutture fluide.
Hai una formazione accademica sia in canto pop rock che in produzione elettronica. Come convivono queste due anime nei tuoi brani?
L’anima votata alla produzione aiuta quella votata al canto (ma sicuramente per tutti i musicisti/cantanti che sono anche produttori, lo strumento d’impianto influenza il modo in cui ci si approccia alla produzione).
Mi spiego meglio: spesso mi è capitato in passato di avere in testa l’idea di come volessi che il mio brano suonasse, ma non riuscivo poi a concretizzarla. Un po’ come quando immagini di fare un bel disegno e poi prendi in mano la penna e viene uno schifo rispetto a come lo visualizzavi.
Adesso è un po’ diverso, anche se mi sembra ancora di fare dei gran pastrocchi e di avere tanto da imparare.
L’effettistica vocale sembra giocare un ruolo importante nel tuo sound. Cosa rappresenta per te la voce come strumento “alterabile”?
La voce è uno strumento davvero affascinante a mio parere.
Di per sé, senza nessun effetto aggiuntivo.
La cosa che io adoro degli effetti per voce è che ti permettono di giocare tantissimo e di cambiare i timbri di qualcosa che in natura oltre una certa soglia non sarebbe possibile mutare.
È come se gli effetti per voce ampliassero la palette di colori e le possibilità che ha la nostra voce naturale.
Utilizzare dunque la voce “alterata” nei miei brani, mi permette di avere un livello in più di azione, per mettere a fuoco meglio l’emozione o l’universo sonoro che voglio raccontare.
Nei tuoi testi c’è un forte elemento intimista. Scrivere e produrre ti aiuta a dare ordine al caos emotivo?
Sì. Assolutamente sì!
Purtroppo scrivo solo musica triste ahahahahah ma prima o poi forse riuscirò a tirare fuori dell’allegria da questo caos.
Quali sono gli artisti o i progetti che più ti hanno influenzata nel costruire il tuo linguaggio musicale?
Mhh… è una domanda difficile.
Direi Kimbra, M83, Stromae, Glass Animals, Bon Iver e per certi versi Sevdaliza.
Anche se sembra non centrare niente per me è stato determinante anche Mezzosangue, per il modo in cui riesce a scrivere utilizzando l’italiano, lingua con cui ho dovuto fare un po’ pace perchè, ahimè, ascolto praticamente solo musica straniera.
Mi hanno influenzato tanto anche artisti appartenenti ad altre discipline, come scrittori o pittori.
L’idea di esplorazione è centrale nella tua poetica. Hai mai pensato a un live o un concept album che porti avanti questa metafora spaziale?
Ahahahaha no! Nel caso ti ruberò l’idea ;)
Qual è stato finora il momento più significativo del tuo percorso artistico, quello in cui hai sentito più forte il bisogno di “sondare e riportare”?
Non saprei dire un momento specifico, è una continua oscillazione tra lo stare in equilibrio e lo strabordare. Quando esco dal bordo sento la necessità di scrivere. Purtroppo non c’è regolarità in questo per me, svariate volte ho pensato di non essere davvero in grado di scrivere qualcosa di decente, ma poi ho imparato che il mio compito non è essere perfetta, quanto appunto “sondare” e “riportare” senza giudizio.
Mi sono perdonata e ora devo dire è più divertente anche strabordare.
Il tuo obiettivo dichiarato è quello di connetterti con chi ascolta. Ti è mai capitato di ricevere un feedback particolarmente toccante da parte del pubblico?
Sì e devo ammettere che le persone a cui facevo ascoltare le mie canzoni (mettendo così tante premesse da farmi odiare ahah) e le reazioni del pubblico, sono state fondamentali nel mio percorso.
Mi hanno aiutato a capire che tutte le cose che mi racconto, in realtà hanno un senso: non sono l’unica a provare certe emozioni e vedere che queste risuonano nell’altro, mi rincuora tantissimo.
In un panorama musicale dove spesso si rincorre la tendenza, quanto è importante per te rimanere fedele a ciò che senti, anche se fuori dagli schemi?
Per me è importantissimo. Spero di riuscire a rimanere sempre fedele a ciò che sento e credo.
Immagino sia facile dirlo ora, mi intervistate di nuovo tra 10 anni e vediamo se ho tenuto fede a me stessa?





