Con “Trigger”, KRADE apre una fase nuova del proprio percorso artistico: un disco nato dalla frustrazione di non riuscire a vivere pienamente ciò che si desidera e dalla difficoltà di accettare una realtà diversa da quella immaginata. Il progetto racconta la rincorsa ostinata di un’emozione mai davvero vissuta, tra malinconia, rabbia e bisogno di dare forma a ciò che resta irrisolto.
Tra pianoforte in feltro, elettronica organica e influenze soul e avant pop, Gianmario Mesoraca costruisce un lavoro in cui scrittura e produzione si muovono insieme, senza gerarchie, trasformando la delusione in materia sonora. Ne abbiamo parlato con lui per capire cosa significa davvero questo capitolo e cosa rappresenta nel suo percorso.
Intervista con Krade
Trigger nasce da una consapevolezza dolorosa, quella di non poter vivere pienamente ciò che desideri. Quando hai capito che questo sentimento sarebbe diventato il centro del disco
TRIGGER nasce in un periodo in cui, dal punto di vista individuale e relazionale, mi sentivo bloccato nell’espressione della mia identità, costantemente frenata nel far sbocciare i propri frutti. Il sentimento principale del disco nasce perciò dalle mie primissime ed embrionali sessioni di songwriting al pianoforte, durate diverse giornate consecutive, nel tentativo di codificare questo complesso blocco interiore: le armonie dei brani nascono di getto, come se avessi passato troppo tempo nel trattenere per me.
Nel racconto di Trigger il desiderio è incarnato da un amore platonico che si rivela un’illusione. Quanto è stato difficile trasformare un rifiuto così netto in un progetto artistico completo
Trasformare questo stato di rifiuto è stato un processo spontaneo, come affermato poco fa, poiché non avevo sovrastrutture o dettagli in cui perdermi, ma soltanto una grande necessità di dare una forma armonica e scritta alla malinconia e alla rabbia di quel periodo.
Rispetto a Tradirsi, qui sembra sparire la frenesia della scelta impulsiva e subentrare una malinconia più lucida e amara. In che modo senti di essere cambiato come persona e come artista tra i due progetti
Fra Tradire (EP mai pubblicato) e TRIGGER ho avuto un cambiamento molto netto a livello personale e artistico.
in “Tradire EP” puntavo molto sui tecnicismi e su un approccio più appariscente e provocante in termini di scrittura e produzione, per evidenziare un mio bisogno di leggerezza e divincolarmi così da una passata visione di me, con TRIGGER, in seguito alle delusioni di cui parlo nel disco, mi sono ritrovato forzato a vivere un decisivo momento introspettivo.
Ho dovuto fare i conti con ciò che volessi realmente rappresentare a livello artistico, chiedermi quale fosse realmente la mia storia.
Ciò ha portato inevitabilmente ad un approccio più profondo e meno esibizionista, più sincero, di conseguenza questo modo di pormi si è riversato in tutte le scelte artistiche prese nel disco.
Nel disco ritorna spesso l’idea di preferire cento “no” piuttosto che accettare lo spegnimento definitivo di una fiamma. È una forma di resistenza emotiva o una condanna che riconosci come tua
Penso che tutti noi abbiamo a che fare nella vita con degli eventi diversi tra loro ma che si ripresentano in maniera analoga per svariati motivi, come delle questioni in sospeso che non accettiamo e con fatica riusciamo a chiuderci in modo definitivo. Porci in questa maniera nei confronti di questi eventi ci allontana da nuovi orizzonti che ci spettano e da nuove versioni di noi. In TRIGGER porto questo concetto all’esasperazione: il mio obiettivo è fare in modo che l’ascoltatore possa sentire fino a che punto possiamo spingerci nel tentare di cambiare un finale a noi scomodo, piuttosto che voltare semplicemente pagina ed iniziare a vivere in maniera attiva il nostro presente.
Il titolo Trigger richiama sia il trauma che la ripetizione, anche a livello sonoro. Quanto è stato importante per te allineare in modo così stretto concept emotivo e scelte di produzione
Allineare il concept emotivo e sonoro è stato intuitivo e semplice, ho avuto la fortuna di avere in mente delle reference di sound design che si sposassero alla perfezione col concetto di “ostinato” che volevo raccontare.
Le influenze di James Blake, Jordan Rakei e SOHN sono percepibili, ma filtrate da una sensibilità molto personale. Come hai lavorato per evitare il rischio della semplice citazione e trovare una tua identità sonora
Parli di una paura che ho avuto fino alla fase di chiusura delle voci nel disco. Il mio background musicale si rifà a una scrittura rap, a livello di modalità di racconto.
Penso che questo mi abbia aiutato a distinguermi rispetto alla modalità di scrittura da songwriter dei giganti che mi hai sopracitato.
A ogni modo non è stato semplice fondere il contrasto tra liriche a tratti così spinte (oserei dire metal) e un sound così intimo e sottile in termini di vocalità (soul / RnB).
Il pianoforte in feltro e i synth modulari creano un mood molto intimo e teso. Parti prima dall’armonia o dal sound design quando inizi a costruire un brano
In questo progetto l’affinità col pianoforte ha prevalso su tutto; il sound design arriva subito dopo, come a voler creare le atmosfere e l’ambiente sonoro giusti sopra il quale posare il piano. Da questo momento in poi nel processo di produzione sono subentrate le ritmiche, il basso, le voci ed i restanti dettagli.
La struttura dei pezzi si sviluppa come un’unica sezione in continua evoluzione, lontana dalle forme hip hop più classiche dei tuoi inizi. È stata una scelta naturale o una sfida consapevole al tuo passato musicale
Si è trattato di un processo inconsapevole e nato in freestyle, così come la nascita del songwriting del disco stesso.
In questo caso l’ascolto delle reference di cui abbiamo parlato poco fa mi ha sicuramente influenzato nella creazione della struttura di ogni brano.
Ogni brano parte con dinamica morbida fino ad arrivare a un Drop in cui l’emotività diventa stridente e la traccia esplode: per questo concetto, una struttura elettronica che si sviluppi esponenzialmente e senza ripetizioni sicuramente traduce meglio il significato che si cela dietro al disco.
Il tuo background tra pianoforte, fonia e sound design è molto solido. Quanto incide la tua formazione tecnica nel modo in cui racconti emozioni così fragili e personali
Non so quanto si direbbe vedendomi dall’esterno, ma mi reputo un musicista molto tecnico, specialmente nella fase iniziale di produzione che abbraccia la creazione dei suoni originali, parlo di sound design e tutto quel che ne concerne. Penso che la tecnica sia un ottimo strumento che ci aiuti a interpretare in maniera più chiara quel che abbiamo bisogno di esprimere.
Tutto quel che riguarda invece le parti vocali e la scrittura armonica resta saldamente anarchico e mi esce fuori di getto.
Guardando a Mediocritas, Tradirsi e ora Trigger, che tipo di capitolo rappresenta questo album nel tuo percorso e cosa senti di voler esplorare dopo aver scavato così a fondo nel desiderio e nella delusione
TRIGGER è il capitolo 0 della mia carriera da musicista, coincide con la conoscenza di me stesso e di quel che voglio, con la mia storia e la mia verità, il mio gusto.
Attualmente mi sento a un punto di partenza, un punto dal quale voglio farmi conoscere grazie a questo colore così atipico che intendo rendere mainstream.
Sento però l’esigenza di andare incontro a sonorità meno morbide e più struggenti in futuro e, perché no, ibridare questa mia visione così personale ed elettronica a qualcosa di più acustico e che possa coinvolgere più musicisti.

Conclusione della redazione
KRADE non cerca una risposta definitiva ma fotografa un momento preciso: quello in cui si smette di inseguire l’illusione perfetta e si inizia a capire cosa resta quando il desiderio non si realizza. Un disco intimo, costruito sulla ripetizione emotiva prima ancora che musicale, che segna più un inizio che un arrivo.
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