DEESPAR e la libertà di non somigliare a nessuno

3 Giu , 2026 - EMERGENTI

DEESPAR e la libertà di non somigliare a nessuno

DEESPAR, nome d’arte di Davide Giannone, è un artista cresciuto a Stezzano, in provincia di Bergamo, con la musica come primo vero rifugio. Fin da piccolo trova nei suoni una via di fuga dalla provincia e da un senso di inquietudine personale, passando dalla batteria al violino, fino alla chitarra acustica e al basso imparati da autodidatta. Un percorso istintivo, viscerale, nato prima ancora del bisogno di definirsi.

Il trasferimento a Londra nel 2019 segna una svolta profonda nella sua vita e nella sua scrittura. In un periodo difficile, vissuto lontano da casa e senza punti di riferimento, DEESPAR scopre nei testi una forma di terapia, trasformando fragilità, rabbia e insicurezze in materiale creativo. Da lì nasce un percorso fatto di demo pubblicate su SoundCloud, singoli indipendenti, l’incontro con Orangle Records, l’EP FRAGILE, il singolo NOIA, fino al progetto MONDOVELENO con NEEDA Records.

Dal 2025 DEESPAR riparte da indipendente, scegliendo di avere pieno controllo sulla propria musica e sulla distribuzione dei brani. Il suo immaginario unisce rock anni 80 e 90, rap moderno, pop, punk e riferimenti come YUNGBLUD, Bon Jovi, Aerosmith, NF, Limp Bizkit e Harry Styles, in un linguaggio che si avvicina all’alternative-rock, ma senza lasciarsi chiudere troppo facilmente in una definizione. Al centro resta una cosa: fare della diversità uno spazio sicuro, dove chi ascolta possa riconoscersi e sentirsi meno solo.

L’intervista con DEESPAR

Da “dispar”, diverso: quanto il nome DEESPAR racconta davvero il tuo modo di vivere la musica e la tua identità artistica?

In modo quasi totale, non tanto nel risultato quanto più nell’approccio: non ritengo che la mia musica sia qualcosa di nuovo, fresco o originale, cerco semplicemente di fare quello che piace a me, senza seguire quello che va di moda. Conosco molta gente che fa musica per il piacere di farlo e che lo fa con i miei stessi principi, ma, nel più ampio spettro del mercato musicale, seguire il cuore anziché il trend ritengo sia qualcosa di raro.

La mia identità artistica è solo uno specchio di ciò che sono: l’unico filtro che voglio che ci sia tra il vero me e il me personaggio è la color correction, non punto a essere qualcosa che non sono. Da piccolo in classe ero quello strano, al campetto da calcio hanno smesso di invitarmi perché mi distraevo e mi arrampicavo sulla porta. Sono sempre stato un po’ fuori dal mondo, ecco. Col tempo ho solo iniziato ad accettarlo e a impegnarmi a vederlo come una qualità anziché un difetto.

Sei cresciuto a Stezzano, un paese da cui racconti di aver cercato spesso di scappare attraverso la musica. Che rapporto hai oggi con le tue origini?

Con il mio paese un po’ ci ho fatto pace, però vivo ancora questo rapporto di amore e odio. Ci sono molto legato sentimentalmente perché molti dei miei ricordi d’adolescenza vengono da lì. Ora, quando ci passo del tempo, lo faccio volentieri, però sento ancora un po’ quella sensazione di soffocamento che, ad esempio, non sento quando vado a Milano. Decisamente non percepisco la libertà e la gioia che percepivo a Londra.

A 18 anni ti sei trasferito da solo a Londra, vivendo mesi molto difficili. Quanto quell’esperienza ha cambiato il tuo modo di scrivere e di vedere te stesso?

Londra mi ha svoltato la vita. Ho sempre fatto musica crescendo, suonando vari strumenti e cimentandomi in diversi progetti, ma, se non avessi mai avuto quell’attacco di panico nel cortile del mio condominio a Leytonstone, non so se avrei mai iniziato a scrivere.

È stato proprio un istinto naturale: non l’avevo mai fatto prima, eppure senza pensarci ho sentito che fosse la cosa giusta da fare. Inoltre, vivere da solo lì, senza nessun appoggio economico o sociale, nel pieno del Covid, mi ha insegnato tanta disciplina. Sono maturato tantissimo e ho guadagnato tanta sicurezza in me stesso che prima non avevo. Grazie a Londra non solo ho iniziato a scrivere, ho anche iniziato a volermi un po’ bene.

Hai iniziato a scrivere quasi per gioco, scoprendo poi nei testi una forma di terapia. Cosa ti ha fatto capire che quella cosa poteva diventare qualcosa di più grande?

Per me la musica è uno sfogo. In ogni brano ci metto tutto me stesso, dal testo all’arrangiamento, curando ogni singolo dettaglio: dalla scelta dei suoni al bilanciamento del mix. Ovviamente tutto quello che faccio è possibile anche grazie al mio producer Rob the Child, che amo alla follia, con cui mi interfaccio per tutto e che, oltre a essere un grande collaboratore, è una persona d’oro, super disponibile.

Penso che questa nostra sinergia aiuti la musica che ne esce a essere genuina e credo che questo venga percepito da chi la ascolta. Non so quanto grande potrà diventare questo progetto, ma so di per certo che per alcune persone già è immenso e a me basta questo.

Nel tuo percorso convivono strumenti, generi e riferimenti molto diversi: dalla musica classica al rock, dal rap moderno al punk. Come riesci a far stare tutto dentro lo stesso mondo?

Posso essere sincero? Non ne ho idea, ahah. Ascolto una miriade di generi diversi: posso passare nell’arco di una giornata dal k-pop al metal anni 90, passando dall’indie acustico depresso inglese fino ad arrivare al rap hardcore.

Quando inizio un brano in studio ci arrivo con testo e melodia già finiti, un’idea grossolana della produzione, ma poi quello che ne consegue è un flusso, uno scambio tra me e Rob. Poi io ho delle idee abbastanza inconsuete, che magari possono non avere senso, ma per quella che è la mia visione, se mi piace va bene. Il mio mondo, le mie regole.

Questo vale sia per un abbinamento di strumenti insolito che per le dissonanze. Ricordiamoci che Finneas ha fatto una hit con il suono dei semafori neozelandesi.

Dopo i primi singoli, FRAGILE, NOIA, la canzone che sei e MONDOVELENO, a settembre 2025 hai scelto di ripartire da indipendente. Cosa cercavi davvero in questa nuova fase?

In una parola: libertà. Se io adesso volessi fare un album e metterci dentro qualche brano rilasciato con i primi due EP non potrei, perché sono distribuiti ciascuno con una publishing diversa. Sono errori che ho fatto da inesperto, un po’ me ne pento, ma fa parte della crescita artistica.

Per come la vedo io, essere legato a una publishing è solo ed esclusivamente un limite: non ti spingono, non ti finanziano, si prendono metà di royalties e SIAE e non ti danno la tua parte di guadagni sotto una certa soglia. Nulla di illecito, è tutto nei contratti che ho firmato io. Semplicemente ho deciso di proseguire diversamente, facendo le cose quando, come e perché voglio io.

La tua musica viene spesso avvicinata all’alternative-rock, anche se sembra riduttivo definirla con una sola etichetta. Tu come descriveresti il tuo suono a chi non ti ha mai ascoltato?

Quando me lo chiedono di solito rispondo: troppo rap per essere pop, troppo pop per essere rock, troppo rock per essere rap. È un miscuglio di cose. La parte importante della musica non è l’etichetta, ma ciò che ti trasmette.

Gli artisti, prima di essere tali, sono esseri umani e, in quanto esseri umani, provano un’infinità di emozioni. Quindi per me è impensabile che un cantante debba per forza fare canzoni tutte uguali o con lo stesso mood. Ognuno è liberissimo di fare arte come meglio crede. Io voglio mostrare tutto me stesso, non solo un lato.

So che per come funziona il mercato nel 2026 questo sia controproducente, ma pensiamo un attimo a quanto erano musicalmente e stilisticamente variegati gli album di quelli che ancora oggi consideriamo i più grandi di sempre.

Hai costruito una band per portare i tuoi brani live senza basi, smontandoli e ricostruendoli. Quanto è importante per te la dimensione dal vivo?

Per me il palco, che sia un pub con venti persone o un festival con 100.000 fan, è il traguardo, il tempio finale della musica. Sono cresciuto ascoltando Bon Jovi, Queen, Skid Row, Guns N’ Roses e così via. Per me la musica dal vivo deve essere suonata.

Poi ovviamente ci sono alcune situazioni in cui per forza di cose, che siano richieste organizzative o esigenze logistiche, si scende a compromessi, ma se posso scegliere mi porto la band. Suono ormai da tre anni con quattro bravissimi musicisti che mi seguono senza chiedere nulla in cambio, solo per il divertimento di farlo e perché penso credano in me.

Quando suono con loro mi sento più coraggioso. Il progetto è mio, ma live siamo una band e penso che questo il pubblico lo percepisca.

Nei tuoi brani trasformi dolore, rabbia e insicurezze in uno spazio sicuro. Che cosa vorresti far provare a chi si riconosce nella tua musica?

Tutto, anche le cose più brutte. Crescendo ho capito che è inutile scappare dalle proprie emozioni: bisogna sbatterci la faccia per elaborarle. Se le tieni nascoste, prima o poi escono più forti.

Ho scritto una canzone che si chiama “il fondo”, che parla della mia depressione e di certi pensieri e istinti che purtroppo penso abbiano sfiorato quasi tutti. Lì io ci ho messo tutto il mio dolore e la mia fragilità, ma non mi sono mai sentito così felice come quando l’ho cantata per la prima volta in sala prove con la band: avevo trasformato qualcosa che mi stava uccidendo in qualcosa che mi dava nuova vita.

Spero che chi mi ascolta viva questo processo: partire da un’emozione, bella o brutta che sia, e viverla tutta. Se è felice sarai più felice, se è triste avrai finalmente affrontato il mostro, se è incazzata, eh va beh, mi spiace, sarai ancora più incazzato, ahah.

Se DEESPAR è anche un luogo in cui sentirsi meno soli nella propria diversità, che tipo di comunità sogni di costruire attorno al tuo progetto?

Una comunità d’amore, in cui non esistono età, colore o genere. Una grande famiglia in cui ognuno si può voler bene e in cui ognuno si può sentire accettato e meno solo. Le fondamenta ci sono, ora bisogna costruire.

Il punto della Redazione

Il percorso di DEESPAR racconta un’idea di musica profondamente personale, lontana dalla ricerca forzata del personaggio e più vicina a un bisogno reale di espressione. Nelle sue risposte emerge un artista che non vuole adattarsi a una formula, ma costruire un linguaggio fedele alla propria storia, anche quando questo significa muoversi fuori dalle logiche più immediate del mercato. Tra provincia, Londra, indipendenza, band e scrittura terapeutica, DEESPAR trasforma la diversità in un punto di forza e la fragilità in uno spazio condiviso. Il suo progetto non cerca soltanto di raccontare il dolore, la rabbia o l’inquietudine, ma di attraversarli, portarli sul palco e renderli qualcosa di vivo. Ed è proprio qui che la sua musica trova il suo senso più forte: nel tentativo di costruire una comunità in cui sentirsi meno soli, senza dover smettere di essere diversi.

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