Deerahya è un progetto musicale e narrativo ideato da Alessandro Bernini che utilizza il folk nordico e i linguaggi della tradizione per raccontare il presente con uno sguardo simbolico e profondo. In questa intervista a Deerahya entriamo in un universo dove mito e quotidianità dialogano costantemente, trasformando l’antico in uno strumento vivo di riflessione contemporanea.
Ispirata alla musica di tradizione e alle sonorità arcaiche, la proposta artistica di Deerahya rielabora esperienze, emozioni e conflitti interiori attraverso strumenti acustici come cornamuse medievali, tamburi e percussioni, lire Kravik e strumenti nordici tradizionali. L’immaginario mitologico, in particolare quello norreno, non viene trattato come semplice rievocazione folcloristica, ma come chiave simbolica per affrontare temi attuali: il tempo che passa, la fragilità, la trasformazione e il rapporto con ciò che è invisibile ma profondamente presente.
Accanto alla produzione musicale, Deerahya sviluppa anche un podcast dedicato agli strumenti folkloristici, alle saghe medievali e alla letteratura norrena, oltre a interviste ad artisti e figure del proprio territorio. Musica e parola convivono in un percorso coerente, dove il suono non è semplice accompagnamento ma parte integrante del racconto e della visione artistica.
Indipendente e artigianale, il progetto rifiuta logiche di mercato per privilegiare una ricerca autentica e personale. Deerahya non propone una spiritualità dogmatica, ma un invito all’ascolto: della natura, della memoria e delle esperienze quotidiane che, anche nella loro apparente semplicità, possono assumere un valore rituale e universale.
L’intervista con Deerahya
Come nasce Deerahya e quando hai capito che questo progetto poteva diventare non solo musicale, ma anche narrativo e simbolico?
Deerahya non nasce per caso. Dopo diversi anni di studio del canto e della cornamusa sentivo il bisogno di esprimere qualcosa di profondamente mio e di condividerlo con il mondo. Non è stato immediato: essendo una persona molto introspettiva, avevo dentro una sorta di caos creativo, una miscela di idee e sensazioni che col tempo, grazie ai miei maestri, alle esperienze quotidiane e alla mia crescita personale, ha trovato una forma.
Durante la pandemia ho trovato una grande fonte di ispirazione e ho scritto moltissimi testi, che negli anni successivi hanno preso vita in musica. È stato in quel periodo che ho iniziato a capire che Deerahya non sarebbe stato solo un progetto musicale, ma uno spazio in cui far convivere suono e racconto. La dimensione narrativa, in realtà, è sempre stata parte di me: fin da ragazzo scrivevo racconti brevi, ero appassionato di storia e fantasy e mi piaceva raccontare storie agli altri, condividere immaginari e spiegare eventi a chi aveva voglia di ascoltare. Per questo il lato narrativo è emerso in modo del tutto naturale.
Il lato simbolico nasce invece dal mio legame profondo con la natura. Sono nato e cresciuto a Livorno, dove il mare non è solo una presenza fisica, ma quasi un confidente capace di assorbire il dolore. Allo stesso modo sento una forte connessione con i boschi, le montagne e gli animali. Non li percepisco soltanto per ciò che sono visivamente, ma come realtà cariche di significato. È da questo rapporto che scaturisce la dimensione simbolica del progetto: un tentativo di tradurre in musica e narrazione ciò che la natura mi suggerisce a un livello più profondo.
Nel tuo lavoro utilizzi linguaggi antichi per parlare del presente. Cosa ti permette l’antico che, secondo te, il linguaggio contemporaneo fatica a dire?
Non parlerei tanto di una difficoltà del linguaggio contemporaneo, quanto di una mia esigenza personale. Potrei esprimermi in modo più diretto, ma non sentirei davvero sulla pelle e nel cuore ciò che sto cercando di comunicare. I linguaggi antichi mi permettono di trasformare esperienze molto attuali in immagini simboliche più profonde.
Nel mio primo inedito La Selva, ad esempio, racconto di un’entità oscura che attraversa le foreste rubandone l’anima e lasciandole morenti, finché incontra una selva capace di ribellarsi. Dietro questa immagine c’è la rabbia verso quelle persone che entrano nella tua vita con fragore, ti scuotono e poi se ne vanno all’improvviso, lasciandoti svuotato. È anche una riflessione su una tendenza molto moderna: arrivare in un luogo o in una relazione, consumarla velocemente e andarsene solo per poter dire di esserci stati, senza soffermarsi davvero.
Attraverso il linguaggio antico riesco a dare forma a questo disagio senza ridurlo a uno sfogo personale. Lo trasformo in una narrazione simbolica che può parlare anche ad altri. Più volte mi sono sentito dire di avere “un’anima antica che non è di questo tempo”. Non so se sia vero, ma sento forte il bisogno di rallentare, di rispettare ciò che incontro e, quando è il momento di andare, farlo con la maggiore gentilezza possibile. È questa sensibilità che i linguaggi antichi mi permettono di esprimere con più verità.
Il folk nordico e la musica di tradizione sono spesso associati a una dimensione storica o folkloristica. In che modo riesci invece a renderli strumenti vivi e attuali?
Anche il mio progetto, pur nel suo piccolo, si inserisce in questo rinnovato interesse verso il mondo folkloristico, soprattutto nordico. La mia scelta però è stata quella di evitare una ricostruzione puramente estetica o scenografica. Non sento il bisogno di indossare costumi o di ricreare un’immagine completamente antica: preferisco restare visivamente e artisticamente nel presente, creando un ponte tra passato e contemporaneità.
Questa posizione “di confine” mi permette di mantenere i piedi nell’oggi senza perdere il fascino dell’antico. C’è poi un aspetto tecnico importante: gli strumenti folkloristici, per quanto ricchissimi di carattere, possono risultare limitanti dal punto di vista compositivo e il rischio di ripetere formule già sentite è sempre presente. Per questo cerco di sperimentare, soprattutto attraverso testi in italiano che, pur muovendosi in una dimensione simbolica, parlano a una sensibilità attuale.
È proprio nell’incontro tra strumenti tradizionali, ricerca sonora e linguaggio contemporaneo che riesco a far dialogare queste musiche con il presente, mantenendole vive e in continua evoluzione.
L’immaginario mitologico, in particolare quello nordico, è centrale nel progetto. Che rapporto hai con il mito e come lo utilizzi per raccontare temi come fragilità, conflitto interiore e trasformazione?
Nella mia musica non parlo mai in modo diretto di mitologia nordica, e non so nemmeno se lo farò in futuro. Più che raccontare i miti, mi interessa assorbirne lo spirito. Uno degli aspetti che trovo più affascinanti della mitologia nordica è la profonda umanità delle sue figure: dèi ed eroi sono mortali, falliscono, commettono errori, portano ferite e imperfezioni. Non sono eterni né invincibili e il loro destino è lasciare spazio a ciò che verrà dopo. In questo senso il mito diventa uno specchio molto potente della nostra esperienza quotidiana.
Attraverso questa lente riesco a parlare di fragilità e conflitto interiore in modo simbolico. Mi sento vicino all’idea, espressa anche da Tolkien, che il coraggio non sia l’assenza di paura ma la capacità di andare avanti nonostante essa. Nella mia visione personale il mito non giudica la debolezza: riconosce i momenti oscuri come parte del cammino e invita a rialzarsi.
Il mito entra anche in una dimensione molto intima della mia vita. Il mio cuore e la mia mente tendono a rendere figure mitiche anche le persone care che non ci sono più. Mio padre, ad esempio, nella mia immaginazione assume la statura di una figura quasi divina, qualcosa di simile a Talos (gli amanti di Skyrim capiranno), e allo stesso tempo mi piace pensare che stia finalmente riposando dopo il grande trambusto che ha attraversato nella sua vita. Ho nonni e bisnonni che sono stati olimpionici di canottaggio e pallanuoto e li immagino come una sorta di costellazione familiare: sento la loro presenza soprattutto nei momenti di sconforto e, da quando ho imparato ad amarmi e volermi bene davvero, anche nei momenti di gioia e felicità.
Rimane sempre una vena di malinconia ovviamente, ma è una malinconia che convive con la gratitudine e che alimenta il mio modo di vivere il mito come qualcosa di profondamente personale.
So che il linguaggio della lotta e del “combattere” può risultare controverso, soprattutto quando viene applicato a esperienze dolorose o alla malattia. Per me non è un invito a negare la sofferenza né a sminuire chi la pensa diversamente; è piuttosto un modo per cercare una spinta interiore. Nella mia vita questo immaginario mi ha aiutato a trovare segnali e motivazioni anche in gesti minimi, persino nell’incontro casuale con la natura, come lo sguardo di un daino in un parco di Dublino, trasformando momenti difficili in occasioni di consapevolezza e trasformazione.
La tua musica è fortemente legata alla natura e a una spiritualità intima e non dogmatica. Che ruolo ha oggi, nella tua vita quotidiana, questa dimensione spirituale?
Forse ho già sfiorato questo tema nella risposta precedente, magari in parte. Credo che il punto centrale sia distinguere la spiritualità da qualcosa di strettamente religioso. Per me la spiritualità non è un sistema di dogmi, ma una dimensione personale che, pur toccando qualcosa di “celeste”, si dirama dentro ciascuno di noi in modo unico. È una ricerca interiore che ti aiuta a trovare un punto di luce e ad affrontare l’esistenza con maggiore consapevolezza.
Non credo letteralmente nelle scene mitologiche, per esempio nell’idea che Loki si trasformi in giumenta e partorisca Sleipnir, ma credo profondamente nei messaggi che la realtà naturale riesce a trasmettere. Quando guardo un cavallo negli occhi ho la sensazione che riesca a leggermi dentro. Provo qualcosa di particolare in momenti sospesi come il silenzio del primo giorno dell’anno, la calma dell’ora di pranzo della domenica quando anche le strade più trafficate si fermano, il mare in tempesta, i tuoni, il vento che vibra nella cassa armonica della lira o i tramonti di casa mia che sembrano gridare. In questi istanti sento una connessione che non può essere racchiusa in un dogma.
Questa dimensione spirituale è legata anche ai miei affetti. Il pensiero di mio padre è diventato una sorta di metro interiore con cui misuro le paure e le difficoltà. Prima che se ne andasse, mia madre mi disse di immaginarlo come un’aquila finalmente libera di volare. Da allora, ogni volta che vedo un rapace nel cielo mi sento meno solo, come se fossi vegliato. Sono segni profondamente personali, ma fanno parte della mia quotidianità e alimentano il modo in cui vivo la musica e il rapporto con la natura.
Gli strumenti acustici che utilizzi, dalle cornamuse medievali alle lire nordiche, hanno un forte impatto evocativo. Come scegli gli strumenti e che tipo di relazione instaurano con il racconto musicale?
Ho sempre dato una risposta molto precisa a questa domanda: scelgo gli strumenti perché producono il suono di ciò che ho dentro. Può sembrare una spiegazione eterea o semplicistica, ma per me è esattamente così. Ogni strumento diventa una traduzione sonora di uno stato emotivo.
Le due cornamuse medievali che utilizzo, ad esempio, sono quasi opposte tra loro. Una è pura epicità: è energia, resistenza, voglia di affermare la propria presenza nel mondo, ma anche desiderio di festa, di danza e di vita. L’altra ha un carattere molto più solenne: è una marcia che parte dal fondo, dalle profondità dell’oblio, e racconta la rivalsa e la risalita con un’intensità che può risultare quasi un pugno nello stomaco.
La lira rappresenta invece anche un omaggio a uno dei miei artisti di riferimento, Einar Selvik dei Wardruna. La lira Kravik è per me uno strumento speciale: pur nella sua apparente semplicità e limitata versatilità, possiede un potenziale enorme sul piano espressivo. Ho un legame molto forte con le composizioni voce e lira, che mi richiamano la figura degli antichi scaldi nordici: l’idea di narrare, di dare voce a ciò che è stato e a ciò che si porta dentro rende il racconto musicale più vivo e incisivo.
A questo si aggiungono la voce stessa, che considero uno strumento a tutti gli effetti, e i tamburi, capaci di risvegliare qualcosa di profondo e di riportarti a una maggiore consapevolezza di te. Insieme, questi elementi instaurano un dialogo continuo con la narrazione musicale, trasformando ogni brano in un’esperienza emotiva prima ancora che tecnica.
Accanto alla musica porti avanti anche un podcast dedicato a strumenti folkloristici, saghe medievali e letteratura norrena. In che modo parola e suono dialogano all’interno del tuo percorso artistico?
Inizialmente pensavo di voler dedicarmi esclusivamente alla musica, ma col tempo ho capito che musica, podcast e scrittura (sto lavorando anche a una storia che sta prendendo la forma di un romanzo) fanno parte di un unico progetto artistico. È un progetto piccolo e umile, ma completo, e cerco di farmi guidare dall’ispirazione e da ciò che in un determinato momento mi fa stare meglio.
Negli ultimi tempi ho scoperto di sentirmi particolarmente a mio agio nel parlare al microfono e nello scrivere. Questa consapevolezza è stata importante, perché all’inizio sentivo una forte pressione nel dover essere prolifico a livello musicale, e questo finiva per generare frustrazione. Lavorando da solo ho ancora molto da imparare, ma ho capito che è fondamentale lasciarsi trasportare anche dal flusso creativo, senza forzature.
Parola e suono dialogano proprio in questo spazio di libertà: il podcast approfondisce e racconta, la musica traduce in emozione ciò che la parola costruisce. Tutto confluisce in un percorso che, prima ancora di essere rivolto all’esterno, è un luogo di benessere e di rifugio personale. Ed è proprio da questo equilibrio che il progetto credo trovi la sua autenticità.
Racconti spesso l’invisibile, ciò che non si vede ma è presente. Come riesci a trasformare queste percezioni intime in musica e narrazione condivisibile?
Eh, questa potrebbe essere una domanda da un milione di dollari! (ride)
Non è qualcosa di premeditato. Di solito parto da sensazioni molto personali, spesso difficili da spiegare a parole. Possono essere immagini, stati d’animo o percezioni legate alla natura e alla memoria. La musica mi permette di dare una forma a ciò che sarebbe altrimenti invisibile, senza doverlo definire in modo rigido.
Mi ispiro però anche molto al vissuto delle persone che mi circondano e a ciò che mi raccontano. Su ali di Corvo, per esempio, nasce proprio dall’intreccio di esperienze, visioni e sensazioni legate a lutti e perdite non solo mie, ma anche di chi ha condiviso con me parti intime della propria storia. Ascoltare gli altri diventa quindi una parte fondamentale del mio processo creativo.
Concretamente inizio a scrivere quando avverto una presenza molto forte a livello fisico, come una pressione sul ventre o sul petto. Cerco prima di fare ordine nella mente, per non scrivere solo “di pancia”: provo a capire il contesto e ciò che quella sensazione mi sta trasmettendo, e da lì comincio a lavorare. A volte mi aiutano anche altre canzoni, magari lontanissime per significato da ciò che voglio esprimere: può bastare un vocalizzo o una nota suonata in un certo modo per farmi entrare nell’atmosfera giusta.
Non cerco mai di spiegare tutto in maniera esplicita. Preferisco usare simboli e atmosfere che lascino spazio all’ascoltatore, perché credo che ognuno debba poter abitare la musica con la propria esperienza. In questo modo qualcosa di profondamente intimo diventa condivisibile: non perché venga tradotto in un messaggio preciso, ma perché crea un terreno comune di emozioni.
Il progetto si muove in maniera indipendente e artigianale, lontano dalle logiche di mercato. Quanto è importante per te questa scelta e che libertà ti concede a livello creativo?
In sostanza mi permette di fare ciò che voglio, quando voglio, e lo dico anche con un sorriso. Al di là della battuta, il fatto di non dover rispondere a scadenze o a logiche di etichetta mi concede una libertà reale. Il progetto nasce prima di tutto come diletto e come sfogo personale, e questo lo rende estremamente autentico.
È vero che a volte mi chiedo cosa succederebbe se prendesse una piega più professionale. In passato ci ho sperato molto e una parte di me conserva ancora il desiderio di portare questa musica o magari il podcast su qualche palco. Allo stesso tempo esiste anche una componente di timore: la consapevolezza di quanto sarebbe impegnativo conciliare una crescita del genere con la vita privata e con tutto il resto, oltre alla grande mole di studio necessaria per continuare a migliorarmi. È una tensione che vivo con una certa serenità, anche se l’equilibrio cambia a seconda dei periodi.
Dal punto di vista creativo, l’indipendenza mi permette di sperimentare senza filtri. Posso scegliere liberamente gli argomenti del podcast e i temi delle canzoni senza chiedermi se siano più o meno “acchiappa-ascolti” o adatti al grande pubblico. È uno spazio in cui posso seguire l’ispirazione senza compromessi. E nonostante la mia paura del tempo che scorre, c’è sempre una voce dentro di me che ripete: mai dire mai.
Se Deerahya dovesse essere un rito, un momento simbolico da vivere, come vorresti che l’ascoltatore ne uscisse dopo aver attraversato il tuo mondo sonoro?
Vorrei che chi attraversa il mio mondo sonoro si rendesse conto, prima di tutto, di non essere solo. Non solo perché può ritrovare qualcosa di sé nella mia musica, e quindi sapere che esiste già qualcuno che prova sensazioni simili, ma anche perché attorno a questo progetto si crea una piccola comunità di persone che condividono le stesse fragilità e la stessa sensibilità.
Mi piacerebbe che l’ascoltatore uscisse da questo “rito” con lo sguardo un po’ più leggero, accorgendosi che intorno a noi esistono sempre elementi capaci di alleggerire lo spirito e, allo stesso tempo, di restituire nuovo vigore e spirito combattivo: la natura, i suoni, i ricordi, le connessioni umane. Se la mia musica riesce a far sentire qualcuno più compreso e a invitarlo a vivere con maggiore pienezza e leggerezza, allora sento di aver raggiunto il mio scopo.
Il punto della Redazione
Con Deerahya, Alessandro Bernini costruisce un percorso che va oltre la semplice produzione musicale: è un progetto che intreccia suono, parola e simbolo, trasformando il mito in uno strumento vivo per leggere il presente. Lontano da ogni ricostruzione folkloristica fine a sé stessa, il suo lavoro si muove su un confine sottile tra passato e contemporaneità, tra fragilità personale e immaginario collettivo. In un’attualità che corre veloce, Deerahya sceglie l’ascolto, la natura, il silenzio, il rito. E forse è proprio questa la sua forza: ricordarci che dentro le nostre inquietudini esiste uno spazio antico, capace di accoglierle.

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