Dentro l’universo di Clodia Quitter

14 Gen , 2026 - EMERGENTI

Dentro l’universo di Clodia Quitter

Clodia Quitter arriva nella nuova scena rock italiana con un linguaggio sonoro che guarda al psych-rock anni ’70, trasformandolo in qualcosa di profondamente attuale. Le sue canzoni nascono da un’urgenza reale, quella di mettere in musica le difficoltà quotidiane, le relazioni umane e le domande esistenziali che attraversano una generazione alla ricerca di senso. È un approccio diretto e viscerale, che restituisce un immaginario personale fatto di tensioni emotive e visioni intime.

Nel suo nuovo EP, Clodia unisce chitarre ipnotiche e atmosfere lisergiche a una scrittura sincera che non cerca soluzioni immediate, ma spazi dove fragilità e forza possano convivere. Ogni traccia diventa un paesaggio interiore, un invito a confrontarsi con il dubbio e a usarlo come scintilla creativa. Niente pose, niente filtri: solo un viaggio dentro ciò che resta e ciò che cambia.

Con questo debutto, Clodia Quitter si impone come una voce nuova e necessaria nel panorama rock contemporaneo. La sua musica parla a chi non teme la profondità, a chi riconosce nelle ombre non un limite, ma un punto di partenza. Un’identità forte che può lasciare un segno autentico.

L’intervista con Clodia Quitter

Come nasce Freak Show e qual è stata la scintilla emotiva che ha dato il via alla sua creazione?
Freak Show nasce dopo un periodo molto difficile, in cui si sono susseguite situazioni problematiche e surreali allo stesso tempo. Ho deciso di dedicare a quei momenti critici delle canzoni che racchiudessero sentimenti, sensazioni ed esperienze contrastanti. Tutto quel marasma emotivo aveva bisogno di uno sfogo e di manifestarsi all’esterno: così sono nati questi sei brani, raccolti sotto un titolo che li rappresenta al massimo.

In che modo lo psych rock anni ’70 ha influenzato il tuo linguaggio artistico e come lo hai reinterpretato in chiave contemporanea?
L’influenza del rock anni ’70 è intrinseca nella mia persona. Mi sento molto vicina a quel modo di esprimere le emozioni in modo sincero, crudo e libero da pregiudizi, come un’urgenza, una liberazione. Si può notare nelle vocalità e negli stili di artisti come Janis Joplin, Jefferson Airplane, Fleetwood Mac. La chiave contemporanea deriva invece dalla mia dimensione personale, perché io sono il risultato degli anni che ho vissuto.

C’è un tema o un filo conduttore che lega le tracce dell’EP e che ti ha guidata durante la scrittura?
I temi che legano i brani non sono leggeri: la scrittura è stata guidata da una conoscenza interiore con cui ho dovuto confrontarmi e che ho dovuto accettare. Affronto argomenti intimi come i disturbi emotivi e tutto ciò che ne deriva, dalle sofferenze depressive alla difficoltà di convivere con se stessi, con il proprio corpo e con una personalità che spesso non è semplice delineare.

Quanto c’è di autobiografico nei testi di Freak Show e quanto invece deriva dall’osservazione del mondo esterno?
Direi che un buon 80 per cento è totalmente autobiografico e un 20 per cento riguarda il mondo esterno. Ma anche quel 20 per cento non è del tutto distaccato: è più un osservare come l’esterno abbia influenzato e condizionato la mia realtà.

Nel tuo processo creativo nasce prima il testo, la melodia o un’immagine/visione da tradurre in musica?
Dipende molto dal brano. Alcuni nascono dalla scrittura del testo, altri dalla musica che richiama un’atmosfera e quindi qualcosa da voler dire, altri ancora da una visione momentanea, da un getto che collega tutto insieme nella bolla di uno stato d’animo.

La fragilità è una parte importante della tua narrativa. Come riesci a trasformarla in forza espressiva?
Per tantissimo tempo non sono riuscita a riconoscere e ad ammettere la mia fragilità. L’ho nascosta auto-creandomi un’armatura, un’immagine di persona forte e indipendente da tutto. Ho cercato di rifugiarmi in questa idea per anni, finché non sono esplosa: la bugia è crollata e gestirla è diventato impossibile. È lì che ho dovuto prenderne atto, riconoscerla e accettarla. Renderla parte centrale della mia narrativa è stato un modo per vedermi davvero e capirmi.

Qual è stata la sfida più grande nel realizzare questo EP, sia da un punto di vista artistico che personale?
La risposta sarà poco poetica, ma la sfida più grande è stata l’organizzazione pratica: la coordinazione con tutte le persone coinvolte, con ritmi di vita diversi e incastri complessi.

Il titolo Freak Show richiama un immaginario potente e simbolico. Cosa rappresenta per te e cosa vorresti che evocasse nell’ascoltatore?
Vorrei che aiutasse a normalizzare le difficoltà personali, che sono ancora molto stigmatizzate e considerate “da persone diverse o strane”. Gli ultimi due anni della mia vita sono stati un Freak Show vero e proprio, ma succede, può accadere a tutti. Non dovrebbe essere vissuto con ansia o giudizio, né diventare motivo di vergogna.

Come immagini la dimensione live di questo progetto e che tipo di energia vuoi creare sul palco?
Immagino una bolla comunicativa, un’interazione libera e naturale tra le persone. Un flusso che permetta a ognuno di vivere ciò che sente nella propria autenticità.

A chi vorresti arrivasse questo EP e quale messaggio speri che rimanga dopo l’ascolto?
Vorrei che passasse l’idea: “Non vergogniamoci di essere ciò che siamo, di ciò che proviamo e di come lo proviamo”. Mi piacerebbe arrivare a chi ha difficoltà a stare con se stesso.

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