È uscito il 23 maggio 2025 per Ciqala Records il primo album ufficiale degli Hambone, trio pugliese composto da Vittorio Romano (sax), Luca Giannotti (chitarra elettrica) e Gilberto Bufi (batteria e synth). Un disco omonimo che non è solo un esordio discografico, ma una tappa di arrivo e partenza insieme: il frutto di quattro anni di ricerca musicale, improvvisazione e costruzione collettiva.
Il progetto nasce nel 2021 da un’urgenza comune: esplorare nuovi linguaggi, rielaborare materiali sonori senza schemi, e spingere il jazz verso confini contaminati con il noise, la world music, l’elettronica e il rock. Il risultato è un suono vivido, in costante movimento, capace di sorprendere, emozionare e far riflettere.
Anticipato dal singolo “Biko” e registrato presso il prestigioso Sudestudio di Guagnano, “Hambone” è un lavoro maturo, coeso e libero. Abbiamo incontrato la band per farci raccontare le origini del progetto, la genesi dell’album e le intenzioni sonore che li guidano.
L’intervista con gli Hambone
Che tipo di racconto volete trasmettere con il vostro primo album ufficiale, “Hambone”?
Quando abbiamo iniziato a pensare a questo disco, una delle prime cose che abbiamo chiarito fra noi, era proprio che l’album non avrebbe avuto un concept e che non avremmo voluto attribuire sovrastrutture narrative a questi brani. Molti di essi racchiudono un forte significato per chi li ha scritti, ma non abbiamo sentito la necessità di esternare questo aspetto.
Il punto è che viviamo in maniera molto intensa l’esperienza dell’ascolto, del suono, del suonare. Per noi è tutto incentrato su questo, sul vivere e condividere il più possibile quello che per noi è un vero e proprio rituale, lasciandone intatta la purezza, anche nella nostra comunicazione.
Il disco nasce da un percorso di quattro anni fatto di scrittura, concerti e ricerca sonora. Qual è stato il momento più formativo o rivelatore di questo cammino?
Tutto il processo di produzione del disco stesso, dalle pre-produzioni fino alla finalizzazione, è stato un percorso fondamentale: il materiale che da tempo stavamo portando in giro, era soggetto a continui mutamenti sul piano della forma, del suono e dell’approccio.
Questo percorso ci ha messi davanti alla necessità di prendere delle scelte consapevoli rispetto alle strutture e alle direzioni sonore che i brani dovevano prendere, ed è stato decisamente formativo.
In questo è stato molto importante anche il contributo di Michele Valente, che oltre ad averci fatto da fonico (dalle registrazioni al mix) è stato, insieme a Danilo de Candia, il nostro supervisore musicale.
L’interplay e l’ascolto reciproco sembrano essere il cuore del vostro approccio: quanto spazio ha avuto l’improvvisazione nella costruzione dell’album?
Sono elementi fondamentali, probabilmente per ogni musicista, di qualsiasi estrazione.
Quello che abbiamo voluto fare con gli Hambone è stato mettere questa dimensione al centro, cercando di coltivarla il più possibile, lavorando a quello che poteva essere il nostro codice con cui leggerla e interpretarla.
È qualcosa che ci regala la possibilità di darci continui stimoli e di affrontare ogni performance come una nuova occasione per cercare qualcosa di nuovo. Non potremmo mai rinunciare a una cosa del genere perché rappresenta l’essenza di questa esperienza.
Il singolo “Biko” è anche il vostro primo videoclip ufficiale. Cosa rappresenta per voi questo brano e come avete lavorato al video con Sara Napoletano?
Abbiamo scelto “Biko” come singolo per anticipare l’uscita del disco, perché sintetizzava in maniera molto organica le sonorità racchiuse nell’album, ma allo stesso tempo non “spoilerava” nulla.
Il videoclip, diretto e girato da Sara Napoletano, non è altro che un racconto delle tre giornate di registrazione al Sudestudio. Sara è riuscita ad immortalare dei momenti, dentro e fuori la sala di incisione, che per noi hanno una forte valenza emotiva. Condividerli con questo videoclip ci è sembrato il modo più spontaneo e sincero per comunicare al pubblico il valore che questo album ha per noi.
Il vostro suono fonde jazz, rock, elettronica e world music. Quali artisti o esperienze vi hanno maggiormente influenzato durante la creazione del disco?
Sicuramente il punto di partenza sta nel il fatto che ognuno di noi porta con sé un bagaglio musicale diverso, che si è riversato spontaneamente nelle scelte che ciascuno di noi compie quando suona, scrive e interagisce.
Detto questo, di sicuro ci sono degli artisti di riferimento.
In particolare, sin dall’inizio del nostro percorso, ci ha accomunati una forte ammirazione per una certa corrente jazzistica, per intenderci quella iniziata da John Coltrane nella sua fase più “spirituale”, da “A Love Supreme” in poi, intrapresa anche da musicisti come Pharoah Sanders, Archie Shepp, Albert Ayler e tanti altri.
Tra i riferimenti più attuali, ci sono musicisti come Shabaka Hutchings, Blake Mills, Jeff Parker, Alabaster De Plume (di quest’ultimo abbiamo avuto l’immenso onore di aprire un concerto al Secolare Festival).
In generale cerchiamo di essere molto attenti e ricettivi rispetto a tutto ciò che ha a che fare con il nostro linguaggio, sia che appartenga al presente, che al passato.
Com’è stato registrare all’interno del Sudestudio di Guagnano? Ha avuto un impatto sul risultato finale?
Cercavamo una resa sonora senza compromessi e il Sudest è stato il primo posto che ci è venuto in mente per questo fine. È uno studio con un livello tecnico altissimo, una vera eccellenza del nostro territorio e del nostro paese.
Oltre a questo c’è stato tutto un lato puramente umano, legato all’accoglienza che abbiamo ricevuto da parte di Stefano, alla presenza di tanti amici che sono venuti a trovarci, che ha contribuito a metterci a nostro agio e a dare davvero il meglio durante le registrazioni.
Ah, non dimentichiamoci dell’esperienza enogastronomica che il Salento regala. Fondamentale anche quella.
Il nome Hambone, che date anche all’album, ha una forte valenza identitaria. Come lo avete scelto e cosa significa per voi?
Abbiamo intercettato il nome “Hambone” per la prima volta tramite un brano omonimo di Archie Shepp. Poi ci siamo documentati, abbiamo scoperto che l’hambone era anche un’antica forma di danza che si praticava in alcune tribù africane, e che prevedeva anche una forma di body percussion.
Tutto questo ci ha dato le giuste suggestioni, e abbiamo deciso di adottarlo come nome del progetto.
In un panorama musicale spesso omologato, cosa pensate possa rendere il vostro progetto riconoscibile e necessario?
Suoniamo fondamentalmente del jazz, ma tutti abbiamo dei trascorsi musicali più legati ad ambienti “underground”, che conosciamo abbastanza bene e che continuiamo a frequentare con molto interesse.
Questo probabilmente ci porta a suonare e a comunicare in maniera un po’ diversa rispetto a molti progetti del panorama del jazz attuale, specialmente italiano.
È una cosa che non abbiamo premeditato in alcun modo e che ci viene in maniera molto naturale, ma che probabilmente ci sta aiutando ad emergere in maniere più identitaria.
Quali sono state le reazioni più sorprendenti o inaspettate da parte del pubblico o degli addetti ai lavori finora?
Sin dall’inizio abbiamo raccolto gli apprezzamenti di tanti che non si direbbero particolarmente appassionati di musica strumentale, né tantomeno di jazz.
Questo ci ha sempre gratificato molto, perché ci ha fatto comprendere che certi limiti, spesso dettati dalle etichette e dai preconcetti, possono essere tranquillamente oltrepassabili. Ci auguriamo davvero che vada sempre così.
Cosa dobbiamo aspettarci dal futuro degli Hambone? Avete già in programma nuovi live o collaborazioni?
Nell’imminente abbiamo voglia di suonare live davvero il più possibile. È una cosa fondamentale per un progetto come il nostro.
Al contempo sì, stiamo già ragionando su una prossima uscita ed eventuali collaborazioni, ma è ancora molto presto.
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