Enrico Marcucci porta avanti un percorso musicale fatto di immagini, atmosfere e dettagli emotivi. Compositore e produttore marchigiano classe 1992, oggi con base a Milano, negli anni ha attraversato sonorità Indie e Synth-pop prima di avvicinarsi sempre di più al mondo della musica per immagini e dell’audiovisivo, senza mai abbandonare la scrittura personale.
Con “Le luci”, il suo nuovo brano, costruisce una sorta di piano sequenza urbano tra incontri notturni, margini della città e domande esistenziali. Il pezzo si muove dentro una dimensione sospesa, dove la disillusione contemporanea lascia spazio al bisogno di appartenenza e di contatto umano, il tutto accompagnato da un’elettronica intima e crepuscolare.
Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Enrico Marcucci per approfondire il mondo dietro “Le luci”, il suo approccio alla scrittura e il rapporto tra musica, immagini e vita quotidiana.
Intervista con Enrico Marcucci
Quali immagini o momenti reali hanno dato origine a “Le luci”?
Avete colto subito il punto. Accadde tutto in una lunga notte. Avevo appena suonato sui Navigli e venivo ospitato da alcuni amici a Milano, perché all’epoca ancora non ero residente e vivevo nelle Marche, dove avevo la mia etichetta. Fondamentalmente mi persi in tutti i sensi, come dice il brano. Ebbi però l’inaspettata e preziosa possibilità di osservare situazioni ai margini che mi riguardavano nel profondo.
Le immagini? Una su tutte oltre a quelle descritte nel testo. Ricordo che davanti alla Stazione Centrale di Milano c’era una gabbia bianca, probabilmente utilizzata come spazio espositivo di qualche brand per l’ennesima Fashion Week, che alcuni ragazzi utilizzavano come rifugio per la notte pur di avere un riparo. Direi che la poesia dell’immagine non ha bisogno di ulteriori chiarimenti.
Hai parlato di una “poetica degli ultimi”. Cosa ti affascina dei margini e delle persone che spesso restano invisibili?
Probabilmente perché gli “invisibili” irradiano più degli altri. Non ci sono schemi o sovrastrutture in certi contesti: si vive secondo necessità e, a mio parere, in maniera più genuina. Sono realtà che mi riguardano particolarmente da vicino e che mi hanno insegnato molto nel corso del tempo.
Sono già musica, già fotografia, dipinti, poesia. Sono la vita che si racconta in scene autentiche e talvolta assurde nella loro semplicità. Ci si trova nudi davanti a se stessi, faccia a faccia con le proprie mancanze, e spesso è proprio questo il punto di partenza per apprezzare ciò che si ha con serenità.
Quanto il tuo lavoro nella musica per immagini influenza il tuo modo di scrivere canzoni?
La musica per immagini, grazie alla sua attenzione verso la narrazione dei fatti interiori ed esteriori delle scene, mi ha portato a considerare un brano “cantautorale”, come in questo caso, più come la colonna sonora di una situazione precisa che come un semplice racconto.
Da tempo cercavo questo connubio e in passato tenevo separate le due cose. Oggi il mio approccio non è quello di chi si limita a costruire la struttura di una canzone, ma c’è un’attenzione molto forte a tutti i sentimenti che riguardano il suo contesto, sia a livello sonoro che testuale, al di là dell’origine del brano.
In altre parole, il mio rapporto con il mondo dell’audiovisivo mi ha fatto trovare una dimensione che mi permette di essere più libero nell’espressione e, allo stesso tempo, più preciso rispetto a ciò che ho bisogno di dire.
Quanto Milano entra dentro le tue composizioni?
In molti modi, anche se credo di non averla mai citata con il suo vero nome. Sono i sentimenti che suscita la città, che amo particolarmente in tutte le sue molteplici facce, a ispirarmi. Ormai le appartengo in qualche modo e, nonostante le sue problematiche, non ha mai smesso di essere una fonte di ispirazione. Poi dipende sempre da dove si posa lo sguardo.
Nelle Marche, ad esempio, odiavo la pioggia, mentre a Milano spesso la desidero perché mi aiuta a concentrarmi.
Ti capita spesso di razionalizzare molto la scrittura?
Aspetto sempre che siano le parole a venire da me, partendo da un pensiero, da un’esperienza vissuta o da qualunque cosa stimoli la mia necessità espressiva. Non so se utilizzerei la parola “razionalizzare”, ma faccio il possibile perché le parole siano esatte e possano aprire il loro significato anche a situazioni che non siano esclusivamente autobiografiche.
Sono molto attento alla scelta delle parole e di questo mi prendo tutte le responsabilità.
Nel pezzo convivono disillusione e desiderio di connessione. Secondo te queste due dimensioni oggi vanno inevitabilmente insieme?
Credo che dal testo del brano si capisca già che sono una persona abbastanza cinica. Positivamente cinica, aggiungerei, e in qualche modo anche ottimista. Credo molto in quello che oggi chiamiamo “lavoro su di sé” e personalmente cerco di mantenere vivo l’impegno verso una rivoluzione che parta da se stessi come movimento nei confronti dell’altro.
Nonostante questo, penso che oggi, come da sempre e per sempre, queste due dimensioni saranno inevitabilmente compagne, perché l’uomo è sete di infinito e quel de-siderio, quella “distanza dalle stelle”, resterà sempre qualcosa di irraggiungibile.
“Le luci” rappresenta bene la direzione sonora del tuo prossimo EP?
Direi più una delle sue sfaccettature. “Le luci” rappresenta molto bene, a livello testuale, i concetti del mio EP in arrivo e soprattutto definisce il mio sguardo e il mio modo di considerare la realtà.
A livello sonoro, però, saremo molto più elettrici ed elettronici, anche perché porteremo il progetto in giro dal vivo.
Se dovessi descrivere “Le luci” con una scena finale da film, quale immagine vedremmo sullo schermo?
Una coppia che si bacia per l’ultima volta alla fermata del tram, sapendo di dover andare in direzioni opposte. Il bacio dura a lungo mentre i corpi si stringono, poi lei attraversa la strada perché sono arrivati i mezzi e l’inquadratura si divide sulle soggettive dei due amanti.
Alternandosi, le immagini fanno capire che i rispettivi tram stanno andando in direzioni opposte, anche se entrambi stanno osservando la stessa cosa: un tunnel che sembra infinito. Poi, all’improvviso, il buio.
Il punto della Redazione
Con “Le luci”, Enrico Marcucci costruisce un racconto notturno fatto di dettagli, silenzi e immagini urbane che sembrano uscite da un film indipendente. Il suo modo di scrivere mescola osservazione sociale, introspezione e sensibilità cinematografica, dando vita a un brano che non cerca risposte semplici ma lascia spazio alle emozioni e alle contraddizioni del presente. Tra elettronica crepuscolare, poesia degli ultimi e una forte attenzione alla narrazione visiva, il progetto di Enrico si muove in una direzione personale e riconoscibile. “Le luci” rappresenta solo una delle sfumature di un percorso artistico che promette di espandersi ancora di più nel prossimo EP, tra nuove sonorità e una dimensione live più intensa ed elettronica.
Segui Enrico Marcucci su Instagram.




