È fuori da venerdì 12 dicembre Welfare State, il nuovo album di Brama, disponibile in digitale per l’etichetta Millenari. Dopo i singoli Il Velo di Maya e Scacco Matto, l’artista romano torna con un progetto maturo e profondamente introspettivo, un viaggio emotivo che scandaglia le tensioni sottili tra fragilità e resistenza, trasformando inquietudine e contraddizioni interiori in un racconto viscerale e diretto.
Al centro del disco c’è una costante dialettica tra luce e ombra: il bisogno di sentirsi protetti contro la necessità di esporsi, rischiare, esistere pienamente. Brama mette a nudo le parti più vulnerabili dell’essere umano senza indulgenza, ma con una poetica lucida e riconoscibile, facendo della scrittura uno spazio di confronto sincero con il caos interiore.
Il titolo Welfare State diventa così una chiave di lettura fondamentale, sospesa tra dimensione collettiva e intima: da un lato il concetto di tutela e benessere sociale, dall’altro la ricerca personale di equilibrio mentale ed emotivo. Un’opera che non offre risposte definitive, ma apre spazi emotivi in cui fermarsi, riconoscersi e respirare.
L’intervista con Brama
Welfare State nasce dopo i singoli “Il Velo di Maya” e “Scacco Matto”: in che modo questi brani hanno preparato il terreno emotivo e concettuale dell’album?
“Il Velo di Maya” e “Scacco Matto” fanno sicuramente parte di un processo di maturazione e di evoluzione artistica. È come se i miei cambiamenti artistici e musicali siano un po’ lo specchio della mia vita e delle fasi che attraverso. Quindi è proprio a partire da una maturazione personale che prende piede un nuovo modo di approcciarmi alla musica, come se mi riscoprissi ogni volta.
Detto questo, io colloco “Il Velo di Maya”, “Scacco Matto” e il nuovo album nella fase che ha avuto inizio con la stesura de “L’Urlo di Munch”, singolo che in termini cronologici precede i primi tre e che rappresenta il vero terreno su cui germoglia l’album.
Nel disco parli spesso di una tensione continua tra fragilità e resistenza. Essere un artista classe 2004 e pubblicare un disco così maturo ha reso più complesso esporti e metterti a nudo?
In realtà ho sempre un po’ timore che qualcuno possa farsi un’idea preconcetta di me ascoltando solo le canzoni, ho paura di deludere le aspettative quando poi mi si conosce davvero, anche per la mia superficialità e per i miei difetti. Tuttavia non ho mai fatto fatica a mettermi a nudo con me stesso e a scavare interiormente, quanto piuttosto a spogliarmi davanti all’ascoltatore.
Il titolo Welfare State ha una doppia lettura, pubblica e interiore: quanto senti che il disagio individuale sia legato anche a dinamiche collettive e sociali?
Il titolo “Welfare State” racchiude in sé una doppia valenza: da un lato si riferisce alla forma di organizzazione statale che si occupa del benessere dei cittadini, dall’altro evoca lo stato di benessere mentale e fisico che ognuno di noi cerca di raggiungere.
Ho pensato che questo titolo fosse perfetto perché esprime appieno la dualità dell’album. Messo in chiaro questo punto, il disagio di cui parlo nasce da un’ottica individuale ma si complica nell’interazione con il mondo esterno. Le due cose sono strettamente interconnesse. È un album che si affaccia molto sul sociale, anche nel tentativo di contrastare, nel mio piccolo, l’individualismo scaturito dal rude liberismo che caratterizza la società moderna. C’è bisogno di coesione e sta alla mia generazione, e a quelle che verranno, cercare di eliminare le distanze sociali. Il mio vuole essere un semplice contributo.
La dialettica tra luce e ombra attraversa tutto il progetto: c’è un brano che più di altri rappresenta questo equilibrio instabile?
Penso che “Tra il quadro e la cornice” sia il brano che più rappresenta e sintetizza questo equilibrio instabile.
Musicalmente, come hai lavorato per rendere riconoscibile questo linguaggio diretto senza perdere complessità?
In realtà ho un rapporto molto conflittuale con la scrittura. Da un lato temo di non riuscire a comunicare in modo diretto e di non essere compreso fino in fondo, dall’altro so di non poter rinunciare alla complessità, perché è proprio questa ad aprire diverse vie di interpretazione, là dove una scrittura semplice e lineare non riesce.
Welfare State sembra più un’opera che apre domande che un disco che dà risposte: che tipo di reazione speri di suscitare in chi lo ascolta?
Con questo disco ho cercato di trasmettere inquietudine, rabbia e senso di smarrimento, sentimenti che ad oggi in me si sono affievoliti.
Dopo l’uscita dell’album, senti di aver chiuso un capitolo o Welfare State è solo una tappa di un percorso più lungo?
Ad oggi è quasi trascorso un anno da quando ho chiuso quest’album e ormai due e mezzo da quando l’ho iniziato. La verità è che nel frattempo sono cambiato così tanto che, quando lo riascolto, mi sembra quasi non sia stato io a scriverlo. Quindi sì, è ormai un capitolo chiuso, ma spero che questo progetto, che per me è stato molto importante, adesso possa esserlo per qualcun altro.
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