Barry Convex attraversa il rap italiano dalla seconda metà degli anni Novanta. Prima con gli Inquilini, formazione romana capace di costruire uno storytelling distante dagli stereotipi dell’epoca, poi attraverso un percorso solista che negli anni ha continuato a trasformarsi senza perdere uno dei suoi elementi centrali: la ricerca dello stile.
Dopo una pausa durata circa tredici anni, nel 2020 torna a pubblicare musica e apre una fase particolarmente prolifica. Nei suoi lavori entrano sempre più apertamente gli immaginari che lo accompagnano dall’infanzia: gli anime giapponesi, la fantascienza, il cyberpunk, Philip K. Dick, il rapporto tra essere umano e tecnologia. A questi si aggiungono l’esperienza personale, la mindfulness e una riflessione sempre più profonda sul concetto di diversità.
Dopo la provocazione distopica di Trump House, il nuovo capitolo è “Capitan Harlock Vol. 1”, EP che prende l’Arcadia e il suo capitano come simboli di libertà, resistenza e ricerca di uno spazio fuori dalle rotte già stabilite. Un progetto in cui rap e reggae incontrano tecnica, introspezione e una visione che prova a tenere insieme il politico, l’emotivo e lo spirituale.
L’intervista con Barry Convex
In oltre trent’anni di musica hai attraversato fasi molto diverse del rap italiano, dagli Inquilini fino ai lavori più recenti. Guardando indietro, cosa senti sia rimasto intatto nel tuo modo di scrivere e cosa invece è cambiato radicalmente?
«Quello che è rimasto intatto è sicuramente la ricerca, nello specifico la ricerca dello stile. Parlo di stile a tutto tondo: da un lato quello sonoro e puramente metrico, dall’altro l’originalità nel modo in cui scrivo i testi e assemblo parole e immagini. È il concetto più puro e hip hop di “stile”, ovvero la ricerca continua di un canone estetico personale che rispecchi esattamente il mio gusto del momento.
Quello che è cambiato è la consapevolezza. Venticinque anni fa ero molto arrogante, anche se ai tempi non lo sapevo, l’ho capito nel tempo. Non mi rendevo conto di quanto il mio rap fosse ancora immaturo dal punto di vista musicale e della gestione della voce, e purtroppo non c’era nessuno che me lo facesse notare.
Sempre a quell’arroganza è legato un altro grande cambiamento, che riguarda proprio l’approccio alla scrittura: la fruibilità. All’epoca il mio atteggiamento era: “Io scrivo, sei tu che ascolti a dovermi capire”. Non mi importava minimamente di essere accessibile, eppure davo per scontato che qualcuno dovesse starmi a sentire. Oggi la prospettiva è ribaltata. La mia sfida attuale è essere talmente bravo da riuscire a renderti fruibile un immaginario complesso. Lavoro per semplificare la forma, studiando il modo migliore per consegnarti un contenuto di spessore, consapevole, mantenendo intatto lo stile ma facendolo arrivare in maniera estremamente chiara.
A questo si unisce il cambiamento tecnico. Da quando ho ricominciato a fare rap, e in particolare negli ultimi due o tre anni, c’è una ricerca totalmente diversa sull’utilizzo della voce. Non voglio spostarmi verso il canto, perché non sono un cantante, ma c’è una volontà precisa di seguire meglio le armonie e gli accordi.»
Gli Inquilini portarono nei primi Duemila uno storytelling legato alla cultura popolare, distante da molti stereotipi del rap dell’epoca. Quanto pensi che quell’esperienza abbia definito il Barry Convex di oggi?
«A livello puramente artistico, in realtà, direi di no. Gli Inquilini erano un assemblaggio di personalità molto eterogenee, e la forza del gruppo stava esattamente in quella diversità capace di trovare un punto di contatto. Facevamo scelte condivise su come raccontare le cose, ma all’interno di quella cornice ognuno era profondamente sé stesso. Io non mi sono portato via la cornice, insomma.
Quello che invece ha definito il Barry di oggi sono state le interazioni umane. Quelle persone erano, e sono tuttora, individui straordinari, artisti che hanno trovato nella vita creativa la loro vera forma di espressione. Quando collabori con persone di questo calibro, il legame rimane indissolubile. La verità è che io non ho mai smesso di collaborare con molti di loro singolarmente: in Trump House, ad esempio, ho coinvolto 3 dei 6 elementi della formazione iniziale: Kento, Daniel Mendoza e Lord Madness.»
Dopo una lunga pausa sei tornato a pubblicare musica nel 2020, dando inizio a una nuova fase particolarmente prolifica. Cosa ti ha spinto a tornare e perché proprio in quel momento hai sentito di avere nuovamente qualcosa da dire attraverso il rap?
«È difficile tornare indietro nel tempo con esattezza, ma a un certo punto ho capito che non volevo che il mio immaginario andasse perduto. Avevo smesso di fare musica per circa tredici anni, eppure non avevo mai smesso di ascoltare il rap. Ho continuato a seguire tutto, così come ho continuato a coltivare il mio gusto per un certo tipo di letteratura e di cinema. A un certo punto, il fatto di non rielaborare più i contenuti di cui mi nutrivo – né attraverso la musica né in altre forme – ha iniziato a pesarmi.
Poi, piano piano, ho ricominciato, complice una scoperta che oggi può sembrare banale: ho scoperto che c’erano i beat su YouTube, e poi piattaforme come BeatStars. Ascoltandoli, le parole sono tornate da sole. Per me un giro di batteria o un giro armonico, se mi colpiscono, “chiamano” sempre un’idea. È ripartito tutto così, un po’ per una mia esigenza e un po’ per puro divertimento espressivo.
Inoltre, avendo mantenuto i contatti con amici che lavoravano in studi di registrazione – come Davide Borri ed EESMA al Full Clip Studio di Sesto San Giovanni, o Mirko Kiave al Macrobeats Studio di Milano – il passo successivo è stato naturale. Quando le cose che scrivevo hanno iniziato a prendere la forma di pezzi veri e propri, mi sono detto: “Perché non registrarli?”. È ricominciato tutto semplicemente così, da un’urgenza espressiva.»
Negli ultimi lavori ricorrono spesso scenari distopici, tecnologia, propaganda, dipendenza e alienazione. Quanto questi immaginari sono un modo per raccontare la società contemporanea e quanto, invece, partono da esperienze e inquietudini personali?
«Tutti i temi che hai citato fanno parte da sempre di quell’immaginario di cui ti parlavo prima. È un mondo in cui sono immerso fin da bambino, a partire dagli anime giapponesi degli anni ’70 che in Italia sono arrivati all’inizio degli anni ’80. Il mio bagaglio visivo e narrativo nasce lì, come per tanti rapper e artisti della mia generazione.
Su queste fondamenta, a un certo punto, si è innestata la fantascienza, in particolare il cyberpunk da un lato e tutta la letteratura di Philip K. Dick dall’altro. In questi filoni, la distinzione tra distopia, alienazione sociale e disagio psichico svanisce del tutto. Nei libri di Dick c’è una commistione pazzesca tra scenari post-apocalittici, fragilità mentale e interazioni uomo-macchina, un punto di rottura in cui non si capisce più chi sia cosa.
Questo è da sempre il mio universo di riferimento. Al suo interno ho sempre incastonato, in maniera più o meno esplicita, i miei elementi biografici e le mie considerazioni sulla società attuale. Quindi le inquietudini personali e l’osservazione del presente ci sono tutte, ma la lente attraverso cui le filtro e le racconto è inevitabilmente sempre quella di cui sopra.»
In “Trump House” trasformi la Casa Bianca in una crack house attraverso una metafora volutamente estrema e grottesca. Come nasce questa immagine e cosa cercavi di raccontare attraverso quel cortocircuito tra satira politica e dipendenza?
«A dire il vero, non so esattamente come sia nata. A un certo punto mi è saltato in mente questo gioco di parole: Trump House / Crack House. È nato puramente per una questione di suono. Poi però mi sono fermato a riflettere e mi sono detto: “Cavolo, ma è figo. Il suono ha ragione”.
Più ci pensavo, più mi rendevo conto che la Trump House è davvero una crack house. Lui è letteralmente il più grande spacciatore in circolazione, e noi siamo tutti lì — chi più, chi meno — a drogarci delle cose che dice. Ovviamente Trump funziona da simbolo, è la punta dell’iceberg e la metafora perfetta per la società attuale. Ripeto sempre una cosa: un pazzo, in un mondo di persone normali, viene curato. Lui no, lui è stato eletto due volte.»
Con “Capitan Harlock Vol. 1” passi dalla distopia terrestre di “Trump House” allo spazio e all’immaginario degli anime giapponesi. Cosa rappresenta per te Harlock e perché hai sentito che fosse il personaggio giusto per raccontare questa fase del tuo percorso?
«Harlock è una delle mie icone preferite in assoluto: il pirata anarchico, un reietto respinto dal suo stesso mondo, che lotta instancabilmente per la libertà. La verità è che conservo ancora con grandissima cura un suo pupazzo di gomma — un’action figure, si direbbe oggi — della fine degli anni ’70.
Non so dirti con esattezza l’istante in cui è nata l’idea, ma a un certo punto ho capito che era un’immagine perfetta per ciò che volevo raccontare. È una figura che si sposa benissimo con questo suono reggae hip hop, consapevole e di rottura. Una rottura che però non passa attraverso il classico slogan politico. Non ho nulla contro gli slogan, ma il mio tentativo era dare al tutto una connotazione diversa.
Ho pensato che Harlock potesse incarnare perfettamente questo racconto: resistere e combattere pacificamente per la libertà. Oggi c’è un bisogno estremo di ribadire certe cose. Il mio tentativo è proprio quello di avvicinare l’elemento politico all’elemento spirituale, o quantomeno a quello emotivo, per non renderlo arido. E Capitan Harlock mi è sembrato il veicolo più adatto per farlo.»
Nel disco l’Arcadia diventa quasi un luogo simbolico per emarginati, disertori e persone che rifiutano una rotta già stabilita. Quanto c’è di autobiografico in questa idea di libertà e di ricerca di un proprio spazio fuori dalle convenzioni?
«C’è un elemento profondamente autobiografico, e coincide con la scoperta della mia neurodivergenza, avvenuta circa un anno fa. Ho scoperto di essere autistico e ADHD. Questa consapevolezza mi ha fatto capire che quelli che consideravo semplicemente dei miei tratti particolari — nel bene, come la creatività, ma anche in quegli aspetti un po’ più difficili da gestire, come l’iperattività o il bisogno di starmene per conto mio — non erano banali spigoli caratteriali da smussare con un “dai, puoi migliorare”. Sono una condizione con delle basi biologiche.
Questo ti porta a vivere il concetto di diversità non in maniera teorica, ma estremamente pratica. Ovviamente tutti siamo diversi, non è solo una questione di neurodivergenza, ma nel pratico capisci che la diversità è sempre un valore, è qualcosa che crea ricchezza.
L’Arcadia di Harlock, che raccoglie a bordo i reietti, rappresenta proprio questo. Il diverso, l’emarginato o il disadattato — che lo sia in termini sociali, politici o psicologici — non ha bisogno di essere “normalizzato” né tantomeno escluso. Va integrato. Va messo nelle condizioni di esprimersi esattamente come gli altri, pur con modalità diverse, perché ha diritto a una vita giusta. L’Arcadia è questo: non un simbolo di scontro o violenza, ma una dichiarazione di esistenza. Significa dire: “Ok, siamo qua, ci siamo. Facciamo qualcosa di bello. Facciamo quello che sappiamo fare”.»
Il tuo percorso nella mindfulness e il lavoro sviluppato in “Mindful Tech” entrano apertamente nella musica, soprattutto nel rapporto con attenzione, tecnologia e presenza mentale. Come riesci a far convivere questi temi con il linguaggio diretto e ritmico del rap senza trasformare i brani in semplici messaggi didascalici?
«È una bella domanda. Spesso la gente mi dice: “Ma come? Pratichi la mindfulness e la meditazione, dovresti essere sempre calmo, e poi invece fai questo rap con un’aggressività espressiva molto netta e un linguaggio esplicito?”. La verità è che il primissimo insegnamento della mindfulness è proprio quello di imparare a stare con quello che c’è ed accogliersi esattamente per come si è. Non si tratta di reprimere o di appiattire, ma di osservare e accogliere.
Allargando il discorso, questi due mondi sono letteralmente le due facce della stessa medaglia. L’interazione tra essere umano e tecnologia mi ha sempre affascinato. Il mio lavoro come istruttore, i corsi di formazione aziendale e il progetto Mindful Tech rappresentano il lato più tradizionale, lavorativo e strutturato con cui metto a fuoco questo interesse. Con la musica, invece, esploro esattamente gli stessi temi, ma da un punto di vista puramente espressivo, emotivo e viscerale.
Può sembrare contraddittorio rispetto alla figura classica dell’istruttore di mindfulness, ma in realtà non c’è alcuna vera opposizione. Sono due ambiti che si stimolano a vicenda creando valore. Riflettono le due anime della mia personalità: una più legata al mondo delle aziende e alla formazione, l’altra a quello creativo. Ma il filo rosso che le unisce è sempre lo stesso: cercare di mettere le persone nella condizione di vivere una vita migliore. Che avvenga insegnando la gestione dello stress e della tecnologia nel mondo del lavoro, o attraverso l’energia di un brano rap, il fine non cambia. Senza contare che tengo anche corsi di mindfulness applicata alla creatività: un ulteriore punto di intersezione in cui l’integrazione tra questi due mondi si dimostra estremamente proficua.»
In “Spara Piero” dialoghi idealmente con Fabrizio De André, mentre “Rapterapia” affronta anche neurodivergenza, disciplina e rapporto con la propria mente. Quanto è importante oggi per te utilizzare il rap non soltanto per osservare ciò che accade fuori, ma anche per raccontare le fragilità individuali?
«Come accennavo prima, non è solo una questione legata al rap: tutto ciò che è creativo, se non vogliamo definirlo per forza “artistico”, è in fondo una rielaborazione di vissuti. Quando crei, stai prendendo qualcosa che è nella tua testa, che hai vissuto sulla tua pelle, e gli dai una forma nuova. In questo senso è fondamentale.
Di recente ne ho avuto l’ennesima conferma intervistando una giovane ballerina e coreografa per il mio progetto editoriale, Presenza Mentale. Mi ha detto una cosa magnifica: “Attraverso la danza riesco a esprimere quello che, nelle relazioni umane, spesso ho difficoltà a comunicare”.
Riconoscere di avere dei limiti nelle interazioni non è sempre piacevole — è un limite che per certi aspetti condivido anch’io, faccio spesso parecchie cazzate… — ma allo stesso tempo si rivela un dono. Ti spinge a prendere quell’ostacolo e a rielaborarlo in un’altra forma, trasformandolo in un linguaggio capace di arrivare agli altri. Tutto questo ci fa capire quanto sia necessario, utile e vitale coltivare le proprie inclinazioni personali. È il modo in cui trasformiamo i nostri limiti in uno spazio di connessione.»
Dopo trent’anni di musica continui a rivendicare tecnica, scrittura e ricerca senza inseguire necessariamente i trend del momento. Cosa significa per Barry Convex fare rap nel 2026 e quale direzione immagini per il prossimo capitolo dopo “Capitan Harlock Vol. 1”?
«Innanzitutto, ci sono altri tre EP già registrati che usciranno nei prossimi mesi: Capitan Harlock Vol. 2, Il Cerchio della Mente e Calsifer. A questi seguiranno altri cinque nuovi EP l’anno prossimo, per lo più già scritti. Parliamo di una quarantina di brani in totale nel giro di un anno e mezzo. Includendo il fatto che sto lavorando anche al mio primo romanzo, posso affermare di trovarmi nel periodo artisticamente più prolifico di tutta la mia vita.
Cosa significa fare rap nel 2026? Ritorno un po’ al discorso iniziale, ma provo a definirlo meglio. Significa esprimermi e riuscire a portare il mio immaginario e la mia sensibilità a quanta più gente possibile. Il tutto attraverso uno stile che rimane fedele a un canone musicale rap, ma che si prende la libertà di muoversi e spaziare verso altre direzioni, come il reggae.
Significa soprattutto cercare di non “regalare” niente, ovvero non fare nulla che non sia davvero sentito, voluto e intenzionale. Essere fedele all’emozione che voglio elaborare nella forma canzone oggi per me è la cosa primaria. E voglio farlo in un modo che segua il mio gusto estetico, che cambia, si perfeziona e diventa, passo dopo passo, sempre più rigoroso ed esigente.»
Il punto della Redazione
Quello che emerge dall’intervista a Barry Convex è il racconto di un percorso che, nonostante oltre trent’anni di musica alle spalle, continua a fondarsi sulla ricerca. Lo stile rimane il punto di partenza, ma oggi viene accompagnato da una consapevolezza diversa: tecnica, forma e accessibilità diventano strumenti per permettere a un immaginario complesso di arrivare con maggiore precisione a chi ascolta.
Capitan Harlock Vol. 1 sintetizza bene questa fase. Il rap incontra reggae, fantascienza, cultura popolare, mindfulness e autobiografia senza perdere il legame con le radici hip hop dell’artista. L’Arcadia diventa così non soltanto un riferimento agli anime che hanno segnato il suo immaginario, ma anche lo spazio simbolico in cui far convivere diversità, libertà e ricerca personale.
E forse il dato più significativo è proprio quello che arriva alla fine dell’intervista: dopo una pausa durata tredici anni, Barry Convex si trova oggi nel periodo che definisce il più prolifico della propria vita artistica. Più che un ritorno, quindi, quello iniziato nel 2020 sembra essere diventato un nuovo punto di partenza.
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