4 chiacchiere con StainWhite

24 Giu , 2025 - EMERGENTI

4 chiacchiere con StainWhite

C’è chi fa musica per tendenza, e chi per necessità. StainWhite, classe 1994, rapper di Vicenza, appartiene con forza alla seconda categoria. La sua musica non nasce per moda, ma per sopravvivere. La sua voce arriva da un silenzio profondo, quello di chi è cresciuto tra ferite familiari e vuoti difficili da raccontare.

A soli 14 anni viene affidato a una nuova famiglia. È lì, lontano da casa e in mezzo a un presente duro da accettare, che comincia a scrivere. I testi diventano rifugio, voce di un dolore che non riusciva a esprimere a parole. “Scrivevo perché non riuscivo a parlare” dice oggi. Dopo il rientro in famiglia, la vita continua a presentare ostacoli: risse, traslochi, denunce. A 16 anni, scopre il freestyle, che diventa per lui scuola di vita, valvola di sfogo, modo per trasformare il caos in ritmo.

Ma non è solo l’hip hop a formarlo. Il nonno lo avvicina alla musica lirica, il padre – nei loro momenti insieme – gli fa ascoltare Pink Floyd, Led Zeppelin, Jethro Tull. Un bagaglio musicale variegato che oggi si traduce in aperture stilistiche non scontate e in una scrittura che non teme contaminazioni. I suoi modelli? Bassi Maestro, Colle der Fomento, Mondo Marcio, DSA Commando. Artisti che gli hanno insegnato a scrivere con rispetto, autenticità e sangue.

Attivo nella scena vicentina, partecipa a contest, live, eventi locali. Ma non rincorre il riflettore: rincorre la verità. La sua musica parla a chi non ha voce, a chi sente troppo e parla poco. Oggi, a 31 anni, StainWhite continua a fare rap con uno scopo chiaro: liberarsi, guarire, e far sentire meno soli gli altri. L’abbiamo incontrato per capire al meglio il suo mondo.

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L’intervista a StainWhite

“Scrivevo perché non riuscivo a parlare”: quanto ti ha aiutato davvero la scrittura a uscire da certi silenzi interiori?
La scrittura mi ha aiutato più di uno psicologo, più di qualsiasi altra forma di sfogo che all’epoca, per assurdo, potevano essere la droga o le serate fatte di nottate a botte e fughe dalla polizia.

La tua adolescenza è stata segnata da esperienze molto forti: quanto di quella rabbia ti porti ancora addosso oggi, e quanto invece hai trasformato in forza creativa?
Penso che con ciò che ho visto e passato, la rabbia rimarrà dentro sempre, perché sono cose troppo assurde e potenti da poter eliminare. Diciamo che l’80% di ciò che scrivo per me è derivante da quella rabbia repressa chiusa nell’armadio. Il problema mio è che i demoni che ho nell’armadio sono più grandi dell’armadio stesso. Però sì, la rabbia rimarrà sempre… ma la riesco a trasformare in sorrisi e felicità nei miei pezzi.

Sei cresciuto tra lirica e rock psichedelico, Pink Floyd e Led Zeppelin: che ruolo ha avuto tutto questo nel definire il tuo approccio al rap?
Beh, è musica che ha dato il via alla mia passione per la musica stessa. Io, per esempio, non so leggere le note o uno spartito, ma mi ha dato quell’impulso nel poter dire: “Ok, questa musica rimane nella mente, nel cuore… e io voglio fare la stessa cosa con il rap”. Ho avuto anche esperienze in un gruppo nu metal, per dire, ma il rap mi fa sentire libero come un assolo di Jimmy Page. Sono emozioni.

A 16 anni ti sei buttato nel freestyle. Cosa ti ha dato questa pratica rispetto alla scrittura “a tavolino”?
Il freestyle per me è libertà vera e cruda. Scrivere testi è sempre stato quasi un limite alla mia fantasia, un confine. Adesso l’approccio è diverso, ogni singolo testo per me è un superamento delle mie barriere. Però sì, il freestyle, a differenza del testo scritto, mi dà molta più emotività, più forza.

Nei tuoi testi si sente tanta verità, ma mai autocommiserazione. Come riesci a mantenere questo equilibrio?
Non vivo di autocommiserazione. Non riesco a farlo, non riesco a piangermi addosso. Piuttosto uso tutto questo per lottare e fare meglio, ma non esiste che mi soffermi a compatirmi… se non forse nell’amore, ahahah. A parte gli scherzi, non riesco a farlo perché mi fa perdere lucidità in ciò che scrivo e faccio.

Hai citato nomi come Bassi Maestro, Mondo Marcio, Colle der Fomento: oggi senti che qualcuno riesce ancora a portare avanti quella scuola?
Questa è una domandina a cui trovo difficile rispondere. Secondo me c’è ancora gente che spinge quella scuola, sì… ma spesso la trovo tra alcuni emergenti molto forti che conosco. Tra i big, diciamo che NEX CASSEL e IL TURCO lo stanno mandando avanti, insieme alle sonorità di Shocca o FastCut.

Vicenza non è certo una città che molti associano subito al rap: com’è la scena lì e quanto ti ha aiutato (o frenato) nel tuo percorso?
Vicenza è piena di musica fortissima, ci sono molti artisti nell’underground che meritano tantissimo. Mi piacerebbe vederli a riempire palazzetti. Oggi per me Vicenza non è più una fonte forte di ispirazione, ma solo perché voglio varcare più confini, anche oltre l’hip hop. Però Vicenza può benissimo diventare la prossima Bologna o Milano, senza limiti. L’unico limite che ho vissuto qui è stato forse un approccio un po’ serrato tra gli emergenti: si formano nicchie che a me non ispirano. Ma il mio parere resta il mio parere.

Scrivi “per chi ha il cuore gonfio ma la voce spenta”: hai mai ricevuto messaggi da persone che si sono riconosciute in te?
Ricevuto espressamente, no. Ma sicuramente qualcuno mi ascolta e si rispecchia. La cosa che non mi piace è che spesso chi si emoziona per un mio pezzo poi si nasconde per paura di essere giudicato. Però sì, lo so che qualcuno si rivede in quello che faccio. E questo mi basta.

Non insegui la visibilità, ma la sincerità. Quanto è difficile oggi restare fedeli a sé stessi in un’industria dove tutto sembra basato sull’immagine?
L’immagine può accompagnare benissimo la verità. Ma a volte, come ben sai, la verità fa male… e allora meglio nascondersi dietro un immaginario. Anche io nella vita ho messo maschere, ma ho capito che coprivano il mio estro artistico. Oggi preferisco essere vero, e con la verità creare un’immagine più cruda e profonda.

Se dovessi dare un consiglio a un ragazzino di 14 anni che vive le stesse difficoltà che hai vissuto tu, quale sarebbe?
Al ragazzino di 14 anni che ha vissuto quello che ho visto io? Intanto spero che non lo veda mai. Ma se dovesse essere così, gli direi: non seguire gli altri, lotta con te stesso per farcela. Butta nella musica la voce che urla dentro. Il mio consiglio è: scrivi, scrivi, scrivi… e vivi con il sorriso davanti ai problemi.


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