Zoda torna con un progetto che non si limita a essere musica, ma un’esperienza totale. Dal 9 luglio 2025 è fuori “DEMO”, un lavoro che sfida ogni definizione: non un album, ma un archivio emotivo e digitale, un glitch che interrompe il flusso dell’industria musicale e apre a un viaggio personale e collettivo. Ogni copia di “DEMO” vive in una chiavetta USB trasparente da 8GB, oggetto fisico e simbolico che racchiude 7 brani interconnessi, ma anche file nascosti, memo vocali, disegni, testi scritti a mano e suoni a 432Hz.
Conosciuto dal grande pubblico per hit come “Balla”, “Luna e Sole” e “Paranoia”, Zoda negli ultimi anni ha scelto la strada indipendente, fondando il collettivo YOLOWN e portando avanti una visione artistica che intreccia musica, moda, scrittura e spiritualità. Dopo il disco autoprodotto “Autoritratto” e il libro bestseller La vita non è una favola, “DEMO” rappresenta un nuovo inizio, un punto zero in cui confluiscono traumi, ricerca interiore e rinascita.
Non si tratta di un prodotto replicabile, ma di un archivio vivo, che esiste fuori dal mercato e dal mondo delle piattaforme: un atto di resistenza creativa in un’epoca dominata dall’omologazione. “DEMO” è insieme confessione e manifesto, un invito a rallentare e ad ascoltare con l’anima, in un mondo che corre senza fermarsi.
Abbiamo intervistato Zoda per entrare dentro questo universo grigio e luminoso al tempo stesso, e per capire come la fragilità, la spiritualità e la voglia di libertà abbiano plasmato il suo ritorno sulla scena.

L’intervista con Zoda
Come nasce l’idea di “DEMO” e perché hai scelto di definirlo un “anti-album” invece che un classico EP?
«Nasce dalla necessità di fare un passo indietro per farne cento in avanti. Non volevo fare un altro disco da DSP, volevo creare un archivio vivo, un pezzo di memoria. “Anti-album” perché non rispetta le regole: non c’è tracklist classica, non c’è un ordine prestabilito. Dentro ci trovi brani, provini, file, ricordi… è più vicino a un hard disk mentale che a un EP.»
Perché hai deciso di pubblicare il progetto su una chiavetta USB trasparente e non sulle piattaforme streaming come fanno tutti?
«Perché lo streaming è il fast food della musica: consumi e dimentichi. Io volevo dare peso, materia, presenza. La USB non è solo un supporto, è un portale. Quando la colleghi al tuo computer non stai ascoltando soltanto un EP, stai entrando dentro il mio archivio personale. È un gesto intimo, non un click su Spotify.»
Parli di “archivio emotivo e digitale”: cosa significa per te e cosa troverà chi avrà tra le mani la chiavetta?
«Un archivio emotivo e digitale è un posto dove il tempo si stratifica. È come se avessi preso anni di vita, emozioni, scarti, sogni, paure, e li avessi compressi in una cartella. Dentro ci sono canzoni finite e non finite, ma anche foto, appunti, file corrotti. Non è un disco da consumare: è un’esperienza da esplorare.»
“Mondo Grigio” è l’unico brano disponibile sui DSP: perché proprio questo e che messaggio racchiude?
«Volevo che “Mondo Grigio” fosse la porta d’ingresso, il trailer. È il biglietto da visita, ma non racconta tutto. Ti mostra l’atmosfera, ma il vero viaggio inizia solo se hai in mano la USB. Non volevo dare tutto a chi scrolla le playlist: volevo dare un assaggio e poi costringerti a fare una scelta, entrare o restare fuori.»
In “Mondo Grigio” scrivi “non voglio i soldi per apparire, ma per scomparire”: ci spieghi meglio questa frase?
«Significa libertà. Non mi interessa comprare status o maschere, mi interessa comprare tempo, silenzio, possibilità di sparire quando voglio. I soldi, per me, non sono potere per farmi vedere: sono strumenti per proteggere quello che ho di più sacro, la mia indipendenza.»
Dentro “DEMO” ci sono non solo canzoni, ma anche memo vocali, testi scritti a mano, file a 432Hz, suoni binaurali… come hai scelto questi elementi extra e che ruolo hanno nel progetto?
«Perché non è solo musica, è una frequenza. Ho voluto inserire vibrazioni che vanno oltre l’ascolto, che lavorano sul corpo e sulla mente. I 432Hz, i binaurali, sono codici che ti portano altrove, ti connettono. È un’esperienza sensoriale e meditativa, non solo sonora.»
Hai iniziato giovanissimo con YouTube, MTV e il cinema, per poi scegliere un percorso indipendente. Guardandoti indietro, cosa pensi ti abbia formato di più?
«Gli inciampi. Tutto quello che sembrava una caduta in realtà era un allenamento. Tutte queste cose mi hanno insegnato soprattutto cosa non voglio essere. L’indipendenza invece mi ha insegnato a sopravvivere con le mie mani, e questo mi ha formato più di qualsiasi palcoscenico.»
Qual è stato il momento più difficile del tuo percorso artistico e come lo hai trasformato in musica?
«Sono stati diversi i momenti bui, ma ho provato ad accendere una luce. Li ho trasformati in archivio: ho iniziato a salvare tutto, anche le parti più brutte. Scrivere e registrare, anche quando non c’era nessuno, è stato il modo per non sparire davvero.»
Oggi parli di YOLOWN come movimento e non solo come etichetta: che cos’è e che visione porta avanti?
«YOLOWN non è un brand, è una lente. È il modo in cui guardo il mondo: senza filtri, senza paura di essere fuori posto. Quello che mi porta avanti è vedere che la gente lo indossa, lo vive, lo sente. È un simbolo che unisce, non solo un logo. È la prova che non sei solo nella tua diversità.»
Se dovessi descrivere “DEMO” con una sola parola o immagine simbolica, quale sarebbe e perché?
«Un glitch luminoso. Un errore che diventa soluzione. DEMO è la crepa nello schermo, è quel suono nelle cuffie che ti fa vedere e sentire cosa c’è dietro la finta perfezione delle nostre vite. Non è levigato, non è rifinito: è reale. E per questo rimane.»
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