Dentro “Chimera”: William Pascal si racconta

5 Mag , 2026 - EMERGENTI

Dentro “Chimera”: William Pascal si racconta

William Pascal è uno di quei nomi che, nel panorama dell’underground italiano, hanno costruito il proprio percorso lontano dai riflettori più immediati, ma con una coerenza rara. Attivo dal 2012, il rapper romano classe 1994 ha attraversato oltre dieci anni di musica tra mixtape, progetti indipendenti e collaborazioni con alcune delle realtà più solide della scena, mantenendo sempre un’identità precisa e riconoscibile.

Dai primi lavori con il collettivo Do Your Thang fino alla creazione dell’universo “Rare”, William Pascal ha sviluppato un immaginario personale che unisce rap lirico, cultura hip hop e influenze visive legate al mondo del gaming e del cinema. Un percorso fatto di evoluzione costante, che lo ha portato a pubblicare progetti sempre più strutturati e concettuali, consolidando nel tempo anche il suo lato bilingue e la sua capacità di muoversi tra linguaggi diversi.

Con il nuovo album “Chimera”, realizzato insieme al producer Qowo e con la supervisione di Clas K, William Pascal compie un ulteriore passo in avanti. Il disco si presenta come un lavoro compatto e ambizioso, che riflette su temi come identità, disillusione e ricerca artistica, mescolando riferimenti cinematografici, immaginario digitale e una scrittura sempre più consapevole. Un progetto che prova a distinguersi in un mercato spesso omologato, scegliendo una direzione precisa e senza compromessi.

Intervista con William Pascal

Dopo più di dieci anni di carriera, cosa senti essere cambiato davvero nel tuo approccio alla musica rispetto agli inizi?
Beh, all’inizio era tutto abbastanza nuovo: le prime esperienze in studio, i primi live, i primi contest, le prime aperture ai rapper che mi ascoltavo da quando ero piccolo…io poi nasco come grande appassionato della cultura e solo in un secondo momento ho preso il microfono in mano, la mia carriera nasce da infiniti ascolti in cuffia e da tantissime serate in mezzo al pubblico. E’ emozionante ripensarmi a 20 anni con quel fuoco dentro. Mi ricordo centinaia e centinaia di situazioni incredibili anche perché in quel periodo tutto il movimento rap underground in Italia ha vissuto davvero un momento magico, pieno di fermento e vivacità. Oggi sicuramente il mio approccio è più libero, più veloce, più disilluso e anche più maturo…mi sento ormai un “veterano” se parliamo di rap lirico in Italia e sono fiero del percorso fatto, nonostante non sia ancora arrivato al grande pubblico e il mio nome/stile rimanga ancora molto di nicchia.

Il tuo nuovo album “Chimera” nasce anche da un riferimento preciso al film di Alice Rohrwacher: cosa ti ha colpito così tanto di quell’immaginario da trasformarlo nel cuore del tuo album?
Quando ho visto il film per la prima volta sono rimasto affascinato dalla fotografia, dall’autenticità dei personaggi e dal modo in cui vengono trattati determinati argomenti. Ho empatizzato molto con l’oblio esistenziale del protagonista e col suo tormento emotivo, riconoscendomi in certi aspetti turbolenti. Inoltre il concetto della parola “chimera” mi ha sempre attratto particolarmente sia nel senso mitologico sia in quello più figurato e quindi mi è venuto naturale “appropriarmene” intitolandoci questo progetto.

Dopo progetti nostalgici come “Timeless 2” e “Timeless Reforged”, qui sembri fare un passo diverso: è più un ritorno al futuro o una rottura definitiva con il passato?
Dal punto di vista del sound non è assolutamente una rottura definitiva con il passato perché il disco suona decisamente classico, con campioni vocali, break di batteria, scratch, ecc.. Sicuramente a livello di scrittura ho evoluto la mia tecnica negli anni e magari suona diverso rispetto a progetti con canzoni più datate, ma in generale credo che in questo disco ci sia un buon incontro tra passato e futuro, tra vecchio e nuovo, senza discostarmi troppo dalle mie radici e dal mio immaginario.

Hai lavorato a distanza con Qowo: quanto questo metodo ha influenzato il suono e l’identità del progetto?
Sicuramente tanto. Sono contento di questa collaborazione nata a distanza perché è una delle cose più positive di internet: mettere in contatto realtà e personalità simili che magari non si sarebbero conosciute e confrontate senza il web. Quando Qowo mi ha mandato le prime basi, io ero appena uscito con “Timeless 2” e forse proprio grazie a quell’aura di fomento/ansia post-release ho buttato giù le prime cose in poco tempo. E’ stato molto stimolante e infatti mi è venuto automatico voler raggiungere le 8 tracce per creare un EP variopinto e introspettivo al punto giusto. Menzione importante anche per Clas K che mi ha seguito in studio ed ha plasmato a livello sonoro questa combo inedita, curandone ogni dettaglio su mia supervisione/direzione artistica.

La scelta di fare un album senza featuring oggi è quasi controcorrente: è stata una necessità artistica o anche una presa di posizione?
Direi entrambe. Ad oggi il mercato impone una certa attenzione al discorso featuring e vedere sempre gli stessi 10-20 nomi in tutti gli album rap azzera l’autenticità e la libertà che incarna questo genere musicale. Capisco il music business ma mi sembra che molto spesso sia l’arte a risentirne, risultando monotona e “costretta”. Io negli anni ho pubblicato tantissimi mixtape e ho sempre coinvolto amici e colleghi nei miei progetti, ci sono casi però in cui preferisco sfogarmi in solitaria senza altri interventi. Sono sempre stato molto aperto a collaborazioni ma quando la richiesta parte da me è sempre per stima artistica più che per un tornaconto personale.

Gli skit e i riferimenti spaziano da Troisi a Ghost in the Shell: quanto il cinema e la cultura visiva influenzano il tuo modo di scrivere?
Tantissimo. Buona parte delle mie reference attingono proprio da film, serie tv, anime, videogiochi, ecc.. Ho sempre cercato di approfondire la mia visione proponendo fedelmente skit e riferimenti appartenenti agli universi a cui sono più legato, come ad esempio il retro-gaming, il genere sci-fi o i grandi classici.

Dentro questo album sembra esserci una critica abbastanza netta al mercato musicale attuale: secondo te cosa manca oggi al rap italiano?
Secondo me al rap italiano manca la piena comprensione da parte del pubblico. Ancora oggi si fa molta confusione sul tema e credo che ci sia ancora molta ignoranza in materia. Sicuramente abbiamo fatto passi da gigante rispetto a 10, 20, 30 anni fa… ma c’è ancora tanto lavoro da fare per venire davvero compresi e rispettati come artisti e musicisti dalle persone non di settore. Poi un’altra cosa che manca secondo me al rap italiano è l’identità: ogni volta che c’è una formula che funziona, arrivano copie su copie che saturano e appiattiscono un mercato già imploso di suo. Poi per fortuna il livello generale si è anche alzato ed è pieno di talenti fortissimi, sia autori che compositori.

Il disco dura circa 20 minuti, molto compatto: è una scelta voluta per lasciare un impatto più diretto o nasce proprio così, senza voler allungare?
All’inizio dovevano essere solo 4 tracce, poi ho voluto aggiungerne delle altre per creare un progetto un minimo più compatto e massiccio. Non volevo fare una cosa troppo lunga anche perché mi rendo conto che l’attenzione delle persone è ai minimi storici e non avrebbe avuto senso fare un disco lunghissimo, a poca distanza da un progetto intenso come “Timeless 2”.

Se dovessi spiegare “Chimera” a qualcuno che non ti ha mai ascoltato con una sola frase, quale sarebbe?
E’ difficile sceglierne una sola perché sono affezionato a tante barre diverse. Oggi forse sceglierei questa: “Se il mercato è saturo esco e prendo un po’ d’aria…”, è una frase molto semplice che sta nel primo brano del progetto. Nello specifico ovviamente parlo del mercato discografico, ma è anche una metafora per dire che non mi sento completamente parte di questa società, di questa nazione o di quest’epoca storica. Sento sempre più spesso il bisogno di evadere, che sia fisicamente o spiritualmente: respirare aria pulita, ascoltare generi diversi dal mio, concentrarmi sul silenzio, espandere i miei orizzonti.

Guardando al futuro, quale direzione senti più vicina al tuo percorso: continuare ad espandere l’universo che hai creato o rompere completamente gli schemi con qualcosa di inaspettato?
Ho in mente entrambe le cose. Ho diversi progetti in cantiere ma voglio rientrare in studio solo quando sarò pronto e con le idee chiare. Per il momento mi interessa suonare questo progetto (ci vediamo venerdì 8 maggio al Casilino Sky Park di Roma!) e vivere il più possibile la vita. Grazie per le domande e il supporto! One looooove <3

Le nostre conclusioni

“Chimera” non è semplicemente un nuovo capitolo nella discografia di William Pascal, ma un lavoro che ribadisce con forza la sua identità artistica in un momento in cui molti scelgono la strada più semplice. La decisione di rimanere da solo al microfono, di mantenere un suono classico e allo stesso tempo costruire un immaginario contemporaneo, racconta la volontà di non scendere a compromessi.

Quello che emerge è un artista che ha piena consapevolezza del proprio percorso e dei limiti del sistema in cui si muove, ma che continua a cercare uno spazio personale attraverso la scrittura e la visione. In un mercato spesso saturo e ripetitivo, progetti come questo riescono ancora a distinguersi proprio perché non inseguono le regole, ma le mettono in discussione.

Se il futuro del rap italiano passerà anche da lavori di questo tipo, allora forse la parola “chimera” smetterà di indicare qualcosa di irraggiungibile e inizierà a trasformarsi in possibilità concreta.

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