Vereno è un cantautore e producer milanese che scrive partendo dalle ferite, trasformandole in energia. La sua musica oscilla tra trap melodica, elettronica e un’intimità emotiva che mette sempre al centro la sincerità, con l’obiettivo di raccontare storie reali capaci di parlare anche agli altri.
Con il singolo “Amore Katana”, Vereno apre una nuova fase del suo percorso artistico: un brano intenso e riflessivo che esplora la vulnerabilità come spazio di forza. Parallelamente, prende forma “Dolce Stil Novo”, il suo primo EP previsto tra fine 2025 e inizio 2026, un progetto che unisce romanticismo, spiritualità e un sound urban moderno. In questa intervista, Vereno racconta il suo rapporto con l’amore, la fragilità, l’uso consapevole dell’AI nel processo creativo e la costruzione di una community autentica.
Intervista con Vereno
Come nasce “Amore Katana” e qual è l’immagine emotiva da cui sei partito per scriverlo?
“Amore Katana” nasce da un’immagine molto semplice e allo stesso tempo fragile: qualcosa che può proteggerti o ferirti, dipende da come lo vivi. È un brano che parte dalla consapevolezza che l’amore non rende invincibili, anzi spesso ci espone.
Viviamo in un tempo in cui, soprattutto sui social e anche in molta musica urban, sembra che si debba apparire sempre forti, impermeabili, autosufficienti. Io sentivo il bisogno di rompere questa narrazione. Per me la vera forza oggi è ammettere la fragilità, riconoscere che tutto può finire, che tutto può sparire, e nonostante questo scegliere di restare aperti.
“Amore Katana” racconta proprio questo: un sentimento che ti rende vulnerabile, ma è solo lì, in quella vulnerabilità, che l’essere umano si ritrova davvero e riesce ad andare avanti, a volte persino con un sorriso.
Nel brano parli di un amore che può ferire ma anche proteggere: in che momento della tua vita hai sentito questa dualità più forte?
In un momento di grande fragilità personale, in cui stavo cercando di rimettere insieme dei pezzi importanti di me. Lì ho capito che l’amore non è solo rifugio, ma anche responsabilità: ti espone, ti mette a nudo. È stato proprio in quel periodo che ho sentito quanto possa essere potente e pericoloso allo stesso tempo. Eppure anche quando siamo consapevoli che l’amore può essere doloroso, come quella katana che continua a trafiggere il cuore, non possiamo fare a meno di tornare ad innamorarci, di riprovarci. Perché l’amore non è un’opzione: è parte dell’essenza dell’essere umano, ciò che ci ferisce di più ma che allo stesso tempo ci tiene vivi.
La tua musica unisce trap melodica, elettronica e un mood molto intimo: come costruisci l’equilibrio tra questi elementi?
Parto sempre dall’emozione, mai dal genere. Se il testo chiede intimità, lascio spazio al silenzio e alla voce. Se chiede movimento, entrano l’elettronica o la trap melodica. L’equilibrio nasce dal non voler coprire quello che sto dicendo: la produzione deve accompagnare, non distrarre. Per me il testo è sempre il cuore centrale del messaggio a cui voglio arrivare, e la musica serve a dargli una veste più bella, più intensa, che permetta all’ascoltatore di renderla più fruibile e immediata senza perdere la profondità.
In che modo l’AI entra davvero nel tuo processo creativo e cosa ti permette di esprimere che prima era più difficile mettere a fuoco?
Per me l’intelligenza artificiale non è una scorciatoia, ma uno strumento di confronto. Mi rendo conto che spesso, soprattutto tra i più giovani, venga usata solo per ottenere un effetto “wow”, qualcosa da condividere velocemente.
Io cerco di usarla in modo consapevole, mettendola sempre in discussione. Non do mai tutto per buono: la uso come un superpotere, non come una delega. Mi permette di esplorare più velocemente idee, strutture, atmosfere, ma la direzione emotiva e il senso critico restano sempre miei.
Forse è anche una questione di maturità: più esperienza hai, più riesci a dialogare con questi strumenti invece di subirli. In questo modo l’AI diventa un acceleratore creativo, non un sostituto dell’identità.
“Nuova Luce” e “Nuvole di Fumo” segnano un passaggio verso atmosfere più soul pop: cosa ti ha spinto a esplorare questa direzione?
Il bisogno di respirare. Dopo un periodo molto denso e scuro, sentivo il desiderio di una musica più calda, più aperta, che lasciasse entrare la luce senza negare le ombre. Il soul pop mi ha dato un linguaggio più morbido per raccontare la rinascita senza forzarla.
Non mi rispecchio in un solo genere musicale: cerco sempre di accompagnare e valorizzare il testo, il messaggio che quel testo vuole rappresentare, e di mettergli il “vestito” che meglio gli sta in quel momento. Non deve essere necessariamente trap o rap: a volte una sonorità più pop o soul funziona meglio. Mi piacerebbe anche scrivere qualche pezzo rock, ma finora non ci sono mai riuscito.
Il tuo EP “Dolce Stil Novo” unisce romanticismo, spiritualità e urban: qual è il filo rosso che tiene insieme questi mondi?
“Dolce Stil Novo” per me è prima di tutto un motto, quasi un manifesto. È una provocazione gentile: la sfida di dimostrare che si può fare una musica vicina al linguaggio urban, che parla ai più giovani, senza dover per forza ricorrere a stereotipi di durezza, violenza o arroganza.
La mia provocazione è fare questa musica in un modo nuovo, intimistico, dove la fragilità dell’essere umano non è una debolezza ma una forza. Raccontare le ferite, le cadute, ma anche la capacità di rialzarsi dopo le botte che la vita inevitabilmente ci dà.
Se “Dolce Stil Novo” può aiutare anche solo una persona a sentirsi meno sola, allora ha già avuto un senso.
Quanto contano per te le ferite personali come punto di partenza della tua scrittura?
Contano molto, ma non come esibizione del dolore. Le ferite sono il punto di partenza, non di arrivo. Scrivere per me significa trasformarle in qualcosa che possa parlare anche agli altri, non restare chiuso nel mio vissuto.
Milano torna spesso nella tua musica: cosa rappresenta per te come luogo emotivo oltre che geografico?
Milano è contraddizione pura: ti spinge a correre e superare costantemente i tuoi limiti, ma ti fa sentire allo stesso tempo anche molto solo; ti offre possibilità impossibili altrove, ma ti chiede sempre una resistenza continua. È il posto dove mi sono perso e ritrovato più volte. Per questo è così presente nei miei testi.
Stai costruendo una community molto autentica: che spazio vorresti che avesse nella tua crescita artistica?
Per me la community non è un pubblico, ma un dialogo. Vorrei che fosse uno spazio vivo, dove chi ascolta non si senta solo spettatore ma parte di un percorso. Mi interessa chi ha voglia di confrontarsi, di suggerire, di condividere.
Mi piace l’idea che la musica possa creare connessioni reali. Sono aperto a collaborazioni con chi sente una risonanza emotiva con questo mondo.
Se dovessi descrivere Vereno tra cinque anni, quale sarebbe l’immagine che ti viene per prima?
Una persona più leggera, ma non meno profonda. Uno che ha imparato a stare nella propria verità senza difendersi sempre. Artisticamente, qualcuno che continua a cambiare senza tradire se stesso e tutti quelli che hanno creduto in lui.

Il punto della redazione
Vereno costruisce il suo percorso lontano dalle pose e dalle maschere, scegliendo la fragilità come linguaggio e la sincerità come atto politico. In un panorama urban spesso ossessionato dall’invincibilità, la sua musica apre uno spazio diverso, umano, in cui cadere non è una colpa ma un passaggio necessario. “Amore Katana” e il progetto “Dolce Stil Novo” non cercano risposte definitive, ma un contatto reale con chi ascolta. Ed è forse proprio lì che la sua forza diventa contagiosa.
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