Il 10 novembre è uscito “Twombly”, concept album dell’omonima band elettro indie rock formata da Luca (Alangrime) e Gianni, prodotto da Tomato Music Lab. Otto tracce pensate come un unico flusso emotivo, un percorso che parte dal corpo e si spinge fino allo spazio, attraversando silenzi, assenze e desideri. Un disco che nasce dall’urgenza di comunicare in un presente frammentato, inventando nuovi linguaggi per restare umani, autentici, presenti.
Il racconto si apre con “Deathcrash”, brano catartico e vibrante, e procede tra rallentamenti intimi, esplosioni improvvise e ritorni ossessivi. L’elettronica dialoga con il rock, il punk e il grunge, mentre frammenti classici, campionamenti e suoni lo-fi costruiscono un paesaggio emotivo instabile ma coerente. Ogni brano è una pagina di questo diario sonoro che non cerca conferme, ma connessioni, e sceglie di sussurrare invece di urlare.
I Twombly costruiscono così un universo musicale che richiama l’approccio istintivo e gestuale dell’artista americano da cui prendono il nome: segni, scritte, emozioni lasciate grezze, senza filtri accademici. “Twombly” si chiude dove era iniziato, ma qualcosa è cambiato. Ne abbiamo parlato con la band per entrare più a fondo nel disco e nel suo immaginario.
L’intervista con i Twombly
Come nasce il concept di “Twombly” e cosa vi ha spinto a costruire un disco come un vero e proprio diario emotivo in musica?
Entrambi siamo legati al mondo dell’arte e il concept di “Twombly” prende ispirazione dall’omonimo pittore, Cy Twombly, in particolare per la sua capacità di rendere visibile il processo del pensiero attraverso i segni e i gesti sulla tela. Abbiamo voluto tradurre questa filosofia in musica.
L’album è concepito come un vero e proprio “diario emotivo” in movimento perché le tracce non sono singole storie compiute, ma piuttosto i frammenti, i graffi e le cancellature che compongono un percorso interiore. Volevamo registrare l’incomunicabilità, il senso di tensione e la ricerca di connessione che proviamo nella quotidianità, senza cercare risposte definitive. Proprio come le tele di Twombly, che sembrano appunti veloci, il disco cattura l’immediatezza emotiva.
Questo ci ha spinto a costruire un sound ibrido e dinamico: abbiamo accostato la tensione cruda del Post-Punk (i graffi e la rabbia) alla distensione atmosferica dell’Elettronica/Dream Pop (i momenti di pausa e introspezione). È questa costante oscillazione tra caos e melodia che, secondo noi, rende l’album un autentico specchio del nostro sentire.
Nel vostro album si passa dal corpo allo spazio, dalla terra al cosmo: qual è stata l’immagine iniziale che ha dato il via a questo viaggio sonoro?
Non è stato tanto un luogo, quanto una sensazione: la percezione di distanza incolmabile, sia fisica che emotiva, che sperimentiamo quotidianamente. Abbiamo iniziato a concepire il disco come l’esplorazione di uno spazio interiore vasto e incompreso.
La scala che va dal “corpo” al “cosmo” riflette proprio questo: il corpo è il punto di massima intensità e tensione (Post-Punk, Noise Rock), la terra è la realtà immediata, mentre il cosmo e lo spazio rappresentano l’estensione dell’incomunicabilità e il tentativo di trovare una connessione (il lato Ambient/Elettronico).
In pratica, ogni traccia è un tentativo di “lanciare un segnale” nello spazio, nella speranza di un riscontro. Il sound cinematico e le progressioni ampie sono nati proprio per creare questa sensazione di viaggio, dove la melodia e il groove ipnotico fungono da navicella spaziale che cerca una destinazione emotiva.
“Deathcrash” apre il disco in modo diretto e quasi catartico: perché avete scelto proprio questo brano come porta d’ingresso nel vostro mondo?
Volevamo un inizio col botto, una scossa elettrica che definisse immediatamente l’emotività e l’ambizione sonora del disco. E volevamo che l’apertura fosse catartica e senza filtri, come una vera e propria partenza verso un luogo sconosciuto, quel viaggio sonoro e concettuale che l’intervista ha esplorato.
Il sound Noise Rock/Post-Punk è la forza motrice, la spinta aggressiva necessaria per staccarsi da terra. La tensione ritmica e la sua abrasività devono molto a band come i Death Grips, che riescono a fondere elettronica e rabbia in modo viscerale.
Inoltre, l’immediatezza di “Deathcrash” serve a stabilire fin da subito una delle due anime del progetto: quella cruda, intensa e viscerale. Solo dopo aver stabilito questa tensione di base, il disco può concedersi le lunghe e ipnotiche digressioni cinematiche e le aperture Dream Pop delle tracce successive. È il contrasto tra questa violenza iniziale e l’atmosfera che segue a rendere il nostro ibrido completo.
In “Codice a Morsi” esplorate l’incomunicabilità affettiva. Qual è la frase o il momento della scrittura che per voi racchiude meglio questo tema?
“Se il mare è l’amore, tu dammi le branchie.”
Questa frase sintetizza il tema dell’incomunicabilità affettiva. L’amore è percepito come un elemento vitale, necessario, ma al tempo stesso inaccessibile quando mancano gli strumenti per viverlo. È una richiesta disperata e poetica di trovare gli strumenti per respirare nello stesso spazio emotivo, non per annullarsi, ma per non restare esclusi da un amore che esiste eppure non è abitabile.
“Sonnambuli” gioca con il concetto di assenza che ritorna. Quanto c’è di autobiografico nel modo in cui trattate questo tema?
“Sonnambuli” è probabilmente il brano più autobiografico dell’intero disco. Il concetto di “assenza che ritorna” non è una metafora astratta, ma il riflesso diretto di esperienze legate a persone che, pur non essendo più presenti fisicamente, continuano a popolare il nostro spazio mentale e il nostro subconscio.
Questo tema viene trattato attraverso un’atmosfera sospesa, che ci ha spinto verso un ingresso Dark Pop / Chill Lo-Fi. Questo sound è volutamente ovattato e notturno, quasi come ci si muovesse, appunto, nel sonno o in uno stato di veglia alterata.
La parte centrale del brano, che culmina in uno speech, è il momento in cui l’assenza si fa più concreta e la voce prende il sopravvento, non per comunicare razionalmente, ma per registrare la sensazione di un ricordo vivido che irrompe nella realtà. È un modo per dire: l’assenza non è vuoto, ma una presenza costante che viaggia silenziosamente con te.
In “Cuore Isola” e “Il cielo di Twombly” si percepisce una forte tensione tra intimità e astrazione. Come avete lavorato per mantenere questo equilibrio?
L’equilibrio tra intimità e astrazione è il cuore del nostro progetto e si manifesta in modo diverso nelle due tracce.
In “Cuore Isola”, l’intimità è guidata dalla melodia forte e vocale tipica del Dream Pop e del Chillwave. L’astrazione viene gestita attraverso l’uso di texture e riverberi che rendono l’ambiente sonoro sognante.
In “Il cielo di Twombly” l’ago si sposta decisamente sull’astrazione e sulla forma: il brano dura poco più di un minuto, è crudo, diretto e arriva immediatamente. Non è una digressione, ma un frammento sonoro essenziale o un segnale, che condensa l’astrazione in un gesto rapido.
“In via Fine” contiene un campionamento di Peppino di Capri: come è nata l’idea di inserire un elemento così nostalgico dentro un album elettro-indie?
Eravamo nel pieno della riorganizzazione del nostro sound, cercando di bilanciare la potenza rock con l’anima elettronica. Gianni lanciò la provocazione: “Dovremmo mischiare Skrillex con Peppino di Capri.” E io l’ho presa come una sfida.
L’obiettivo non era solo l’elemento nostalgico, ma trovare un frammento melodico e, soprattutto, emotivo, che potesse contrastare in modo sorprendente con il nostro walzer rock e il sound elettronico.
Dopo aver setacciato la sua discografia, abbiamo trovato la frase perfetta: “mai nessuno al mondo t’amerà così così forte.”
E per rendere il tutto ancora più surreale e disorientante, abbiamo applicato un detune alla voce. Quel campione non è solo nostalgia: è una dichiarazione d’amore melodrammatica che, quando viene inserita nel nostro contesto, diventa un elemento surreale e cinematico. È il nostro modo di dimostrare che l’ibrido sonoro non ha confini, mescolando l’eccesso emotivo del passato con l’aggressività ritmica del presente.
“Galassia” sembra un messaggio lanciato nel vuoto, un battito luminoso nello spazio. Che significato ha per voi questo brano dentro la narrazione del disco?
“Galassia” è il nostro tentativo di dare una forma sonora all’incomunicabilità su vasta scala. Se l’inizio del disco è stato il decollo (come in “Deathcrash”), “Galassia” è il momento in cui ci si ritrova in spazio aperto e sconfinato, dove il silenzio è assordante e la distanza è massima.
Il significato del brano risiede proprio in quel “battito luminoso” che viene lanciato nel vuoto: è la persistenza del desiderio umano di trovare una connessione, anche quando sembra impossibile. Non è un brano che offre risposte; è un brano che pone una domanda gigantesca e la avvolge in un’atmosfera.
All’interno della narrazione del disco, è il brano che ci permette di dispiegare completamente l’anima Post-Rock e Psichedelica dei TWOMBLY. È la traccia più lunga e complessa, quella dove il groove ipnotico si espande in un vero e proprio paesaggio sonoro cinematico. È il respiro profondo, quasi un momento di contemplazione prima di rientrare nell’intensità più concreta della chiusura dell’album.
“Amolavedo” chiude il cerchio con un’energia più ruvida e imperfetta. Cosa rappresenta per voi questa scelta di chiudere in modo “umano” e non levigato?
La scelta di chiudere l’album con l’energia ruvida e imperfetta di “Amolavedo” è stata molto voluta, ed è un omaggio alle nostre origini. Dopo aver esplorato il cosmo e le complessità dell’elettronica, volevamo concludere il viaggio tornando al punto di partenza: il cuore istintivo e diretto dell’Alternative Rock.
“Amolavedo” è la traccia che non ha nulla di elettronico, ed è intenzionalmente meno levigata, più immediata e “umana” proprio per riportare l’ascoltatore a terra. Serve a dimostrare che, nonostante tutti i paesaggi sonori cinematici e gli ibridi, la nostra radice è qui, del rock.
E poi il brano ha una funzione narrativa precisa: solo il finale, con la sua dissolvenza e i suoi suoni di chiusura, suggella il concetto di ciclo. Il cerchio si chiude, riportandoci idealmente al punto di partenza, in modo che chi finisce l’ascolto sia invitato a ripartire con la scossa di “Deathcrash”. L’imperfezione è la firma della nostra onestà artistica.
Il vostro nome si ispira a Cy Twombly. In che modo l’arte visiva ha influenzato la vostra scrittura musicale e il modo in cui costruite le vostre tracce?
Sia io che Gianni siamo profondamente legati alle arti visive, e questo si riflette non solo nel nome (ispirato a Cy Twombly), ma su tutto il nostro approccio alla musica.
Per noi l’arte è una fonte di ispirazione universale: un gesto, l’approfondimento su un artista meno noto o famoso, un film, una performance, perfino il cibo: tutto può diventare un verso o, allo stesso tempo, musica.
Non c’è una separazione netta tra ciò che è visivo e ciò che è sonoro.
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