Trapa404: quando sentirsi “404” diventa una scelta

24 Mar , 2026 - EMERGENTI

Trapa404: quando sentirsi “404” diventa una scelta

Trapa404 è uno di quei nomi che, già al primo impatto, suggeriscono un immaginario preciso: errore, identità, rottura degli schemi. Ma dietro questo alias si nasconde un percorso ancora in costruzione, fatto di ricerca continua, influenze eterogenee e una forte componente introspettiva che guida ogni scelta artistica.

Cresciuto tra cantautorato italiano, rap, R&B e suggestioni più elettroniche, Trapa404 utilizza la musica come uno spazio necessario, quasi vitale, in cui trasformare pensieri, ansie e contrasti interiori in immagini e suono. Il risultato è un universo simbolico in evoluzione, dove nulla è lasciato al caso, dalla scrittura fino alla dimensione visiva.

In questa intervista ci racconta il significato profondo del suo progetto, il rapporto con la sua città Torino e la direzione futura della sua musica, tra trilogie narrative, sperimentazione e la volontà di restare autentico in un panorama sempre più costruito.

Intervista con Trapa404

Il nome Trapa404 racchiude già un immaginario forte tra identità personale ed errore: cosa rappresenta davvero per te quel “404”?

Tralasciando il fatto che il 4 aprile è il mio giorno di nascita e quindi tutto nasce in maniera super spontanea, 404 rappresenta la sensazione di sentirsi un errore (Error404), ma non con un’accezione negativa, quanto più come dimostrazione di essere fuori dagli schemi imposti e dagli algoritmi, sia musicalmente che nella vita di tutti i giorni; quel qualcosa che ti fa fermare e porti delle domande, anche solo per pochi secondi, spezzando la monotonia della vita che viviamo.
Oltretutto la maggior parte delle persone che mi conoscono mi hanno sempre etichettato come la persona che vive nel suo mondo, che aiuta tutti ma allo stesso tempo è tormentata da un sacco di pensieri.

Sei cresciuto tra musica italiana, rap, R&B e techno: quanto queste influenze diverse convivono oggi nel tuo modo di fare musica?

Tutta la musica che ho ascoltato fino ad oggi mi ha innanzitutto fatto avere una cultura musicale piuttosto ampia e che spazia su un sacco di generi e in secondo luogo tutto ciò mi ha ispirato nella forma, nel contenuto, nelle sonorità e nella continua ricerca di qualcosa di originale.
Ovviamente il rap è sempre l’ispirazione principale, però anche il cantautorato italiano come De André o Battiato mi ha davvero cambiato la vita quando l’ho conosciuto. Tra i miei artisti preferiti ci sono XXXTentacion e Yung Lean e loro non sono dei semplici rapper, quanto più degli artisti a 360 gradi, ed è questo quello a cui punto nel mio piccolo.

Hai definito la musica come un atto quasi catartico: cosa riesci a tirare fuori di te quando scrivi che nella vita quotidiana invece resta nascosto?

Io penso che chiunque dovrebbe prendersi del suo tempo per scrivere, anche chi non fa musica o nulla di artistico, perché ti può mettere davanti a dei pensieri che altrimenti non capiresti se non materializzati attraverso l’inchiostro sul foglio o anche solo sul blocco note del cellulare. Il fatto di scrivere quei pensieri li fa vivere ed esistere, altrimenti rimarrebbero dentro di te come bambini che non vengono notati quando sono in camera da soli a piangere e che prima o poi la loro voglia di ribellione li porterà ad uscire fuori in qualsiasi modo, il più delle volte distruttivo.
Questo è il motivo principale per cui scrivo, per tirare fuori da me la mia parte più oscura, che non significa cattiva, ma è un luogo dove si annidano paranoie, ansie, pensieri intrusivi e tutto ciò può e dovrebbe essere trasformato in arte.

Nei tuoi freestyle costruisci un vero e proprio universo simbolico, tra riferimenti come Rick Rubin e Donnie Darko: quanto è importante per te il concetto di contrasto nella tua arte?

Per me il concetto di contrasto è alla base di qualsiasi tipo di arte; per fare un esempio semplice basti leggere una poesia di Baudelaire che passa dal parlare di amore al parlare di prostitute e droghe o guardare i quadri di Caravaggio con il loro perfetto bilanciamento di luci e ombre. Nel nostro mondo tutto è ambivalente e una medaglia ha sempre due facce; per avere una percezione completa di un’esperienza bisogna analizzarle entrambe ed è ciò che io provo a fare, seppur inconsapevolmente, poiché all’inizio non era qualcosa di scelto, ma rileggendo io stesso i miei testi ho notato questa cosa e ho deciso di farne una cifra stilistica.

Nei tuoi video e nei tuoi brani nulla sembra lasciato al caso, tra colori, richiami e citazioni: quanto lavori sulla parte visiva rispetto a quella musicale?

Lavoro abbastanza su quello che voglio lasciare anche a livello visivo, e per questo voglio infinitamente ringraziare mio fratello Dipa perché senza di lui non avrei nemmeno iniziato questo percorso probabilmente, però ovviamente si può fare molto meglio.
Ciò che mi limita ora come ora è solo il mio budget, perciò cerchiamo di trovare soluzioni economiche ma efficaci che ci portino al risultato sperato. Detto ciò sono molto appassionato di simbologie e anche di cinematografia, quindi piano piano voglio sempre più distaccarmi dai classici video trap e lavorare su qualcosa di più profondo.

Ti trovi ancora in una fase di sperimentazione e “allenamento”: cosa stai cercando davvero in questo momento del tuo percorso?

Il mio percorso è fondamentalmente all’inizio, all’1% del mio potenziale, anche perché di giorno in giorno mi stupisco a scoprire cose su me stesso e questo può solo fare bene alla mia musica.
Devo ancora migliorare su parecchie cose ma mi sento pronto a farlo e credo di essere tra i pochi artisti che quasi ama le critiche, perché so quanto possono farmi crescere. Non ho nessun obiettivo prefissato e seguo solo ciò che mi piace fare; come dico anche in Rick Rubin, non dirò mai “ce l’ho fatta” perché farcela cosa significa? Se da artista ti stai ponendo dei limiti o stai cercando qualcosa in particolare probabilmente attirerai il contrario.

Il fatto di citare te stesso tra un brano e l’altro crea una narrazione continua: stai costruendo una vera e propria storyline dietro la tua musica?

Sto cercando di creare una storyline che per ora noto solo io e le persone che lavorano con me, ma credo che col tempo tutti i collegamenti saranno più chiari perché io stesso sarò più bravo a rimarcarli e renderli interessanti.
Quello che faccio per ora si può definire un test, perché ho ancora un sacco di cose da imparare, però credo e spero che certe cose si notino sin da subito.

Hai detto di non voler essere un personaggio o un brand: in un’epoca in cui l’immagine è tutto, pensi sia una scelta controcorrente?

Questo è un concetto complesso che in realtà non credo mi renda così controcorrente; quando dico di essere contro il personaggio parlo di tutti quegli artisti che diventano schiavi dello stile che portano senza più riuscire ad uscire dalla bolla che si sono creati, quelli che parlano di droghe e rapine senza poi effettivamente vivere certi contesti o addirittura iniziano a viverli solo per poterne parlare.
Io sono solo una persona normale che fa una vita normale ma che ha bisogno dell’arte come espressione di un universo interiore. Non voglio diventare un prodotto per sfamare una determinata fetta di pubblico, ma creare qualcosa di mio che non mi faccia snaturare e vivere male la mia vita cadendo in uno stupido egotrip d’artista.

Torino, che definisci “Black City”, quanto incide sul tuo immaginario e sulle atmosfere dei tuoi pezzi?

Innanzitutto il primo a definire Torino Black City fu il rapper più grande mai uscito da questa città, ovvero Ensi, colui che ha inconsapevolmente aperto la strada a tanti ragazzi come me che, per quanto siano vicini a Milano, fanno davvero fatica a inserirsi nella scena.
Detto ciò la mia città mi ispira veramente molto, essendo storica e molto esoterica; se passeggi nelle viette del centro trovi luoghi e negozi davvero particolari che per me, che sono una persona piuttosto spirituale, sono incredibili. Torino è nel triangolo della magia bianca e in quello della magia nera, è stata la prima capitale d’Italia ed è un luogo in cui hanno vissuto grandi artisti e filosofi come Nietzsche. Tutto questo inevitabilmente entra nella mia musica.

Hai accennato a una trilogia in costruzione: cosa possiamo aspettarci dal prossimo capitolo e che direzione prenderà il tuo progetto?

Allora, parlando di musica, uscirà a breve l’ultimo brano che conclude la trilogia di Rick Rubin e Donnie Darko, verso l’estate qualcosa di acoustic che probabilmente molti non si aspetterebbero da me e poi si aprirà una nuova trilogia che farà da apripista all’EP a cui sto lavorando, che uscirà a fine 2026 o inizio 2027 su Spotify.
Per questo progetto sto cercando una coerenza musicale e di testi, poiché è tutto molto conscious; ci sono brani piuttosto vecchi che però sento di dover far uscire per chiudere un capitolo di esperienze vissute e poi aprirne uno nuovo in cui sarò per forza di cose migliorato e pronto a lavorare a un disco. Mi piace lavorare sul lungo periodo perché, per quanto possa sembrare che faccia le cose a caso, so dove voglio andare pur non avendo una meta prestabilita.

Il punto della redazione

Quello di Trapa404 è un progetto ancora agli inizi, ma già attraversato da una visione chiara, quella di usare la musica non come semplice espressione, ma come spazio di trasformazione personale. L’idea di “errore” non è un limite, ma un punto di partenza, una frattura da cui costruire un linguaggio proprio, lontano dagli schemi e dalle aspettative.

Tra riferimenti culturali, ricerca visiva e una scrittura che nasce da un’esigenza reale, il suo percorso si muove in una direzione interessante, soprattutto per la volontà di non forzare un’identità artificiale. C’è ancora molto da sviluppare, ma le basi sono solide e coerenti. Ora la sfida sarà dare continuità a questa visione, rendendola sempre più riconoscibile anche per chi ascolta da fuori. Se riuscirà a far emergere davvero quella storyline che oggi è ancora in parte nascosta, Trapa404 potrebbe trasformare il suo “404” in qualcosa di più difficile da ignorare.

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