A tu per tu con Stefano Pesapane dopo “About Her”

9 Set , 2026 - EMERGENTI

A tu per tu con Stefano Pesapane dopo “About Her”

Dalla batteria alla scrittura, passando per oltre quarant’anni di musica vissuta tra palchi, collaborazioni e continui cambiamenti, Stefano Pesapane ha costruito il proprio percorso partendo dalla formazione alla St. Louis Music School di Roma e dalla Umbria Jazz Summer School del Berklee College of Music, fino alle esperienze internazionali con The Nightworkers e alla collaborazione con la Rocky Roberts Orchestra.

Dopo il trasferimento nei Paesi Bassi, la sua ricerca musicale si è progressivamente aperta alla composizione e alla produzione, dando inizio a una nuova fase artistica che oggi lo vede anche impegnato come A&R per Bentley Records.io.

Il suo nuovo singolo About Her nasce proprio da questa evoluzione. Un brano intimo e cinematografico che attraversa ricordi, emozioni e ciò che rimane dopo una relazione importante, senza imporre una storia precisa ma lasciando all’ascoltatore lo spazio per riconoscersi nelle proprie esperienze.

Abbiamo parlato con Stefano Pesapane del suo lungo percorso nella musica, del passaggio da batterista ad autore e produttore, della nascita di About Her e della direzione che sta prendendo il suo progetto artistico.

L’intervista con Stefano Pesapane

Hai iniziato a suonare la batteria a soli otto anni. Cosa ricordi dei tuoi primi anni con la musica e quando hai capito che sarebbe diventata una parte centrale della tua vita?

Ricordo che ho iniziato a suonare con i fustini dei detersivi che usavamo in casa. All’epoca erano cilindrici e, nella mia fantasia, potevano diventare in qualche modo i vari tamburi che compongono una batteria. Come piatti usavo invece i coperchi delle pentole di mia madre!

Mio fratello suonava la chitarra e insieme cercavamo di imitare i gruppi che andavano per la maggiore allora. Forse qualcuno se li ricorda ancora: Dik-Dik, l’Equipe 84, i Delirium e tanti altri.

Ma il ricordo più bello di quei primi anni è sicuramente il giorno in cui i miei genitori mi regalarono la mia prima batteria “vera”. Credo che quello sia stato un momento decisivo: fino ad allora la musica era soprattutto un gioco, una scoperta, qualcosa che condividevo con mio fratello; da quel momento ha iniziato a diventare qualcosa di molto più importante.

In realtà, la musica è sempre stata una parte naturale della mia vita, quindi non è stato difficile capire che sarebbe stata anche una parte centrale di quello che avrei fatto da adulto. In un certo senso, non ho mai dovuto scegliere: era semplicemente la strada che sentivo più mia

La tua formazione ti ha portato dalla St. Louis Music School fino alla Berklee attraverso la Umbria Jazz Summer School. Quanto hanno influito questi percorsi sul musicista e sul produttore che sei oggi?

Hanno influito tantissimo. Quei percorsi sono stati fondamentali soprattutto perché mi hanno introdotto al jazz, che ancora oggi considero alla base della mia formazione musicale.

Lo studio del jazz mi ha dato una maggiore consapevolezza nell’affrontare la musica: mi ha insegnato ad ascoltare in modo diverso, a comprendere meglio il linguaggio, il ritmo, l’armonia e soprattutto l’interazione tra i musicisti. Tutto questo mi ha aiutato moltissimo anche quando ho iniziato ad avvicinarmi ad altri generi musicali.

Credo che proprio questa formazione mi abbia permesso di non vivere i generi come compartimenti separati, ma di affrontarli con una certa apertura e curiosità. E questo è stato importante non solo come musicista, ma anche nel mio percorso di produttore, perché produrre significa prima di tutto saper ascoltare, capire la musica e avere la sensibilità necessaria per valorizzare ciò che un artista vuole esprimere.

Nel corso della tua carriera hai suonato in contesti molto diversi, anche al fianco di musicisti come Sonny Costanzo e Tony Scott. Qual è l’insegnamento più importante che hai raccolto da quelle esperienze

Credo che l’insegnamento più importante sia stato quello dell’adattabilità: imparare a suonare in contesti musicali molto diversi, ma soprattutto imparare ad ascoltare e a interagire con gli altri musicisti con umiltà. La batteria non è mai soltanto tecnica o virtuosismo; è soprattutto ascolto, capacità di capire quello che sta succedendo e di mettersi al servizio della musica.

Tra le esperienze che mi hanno formato maggiormente come musicista e come batterista ci sono sicuramente le stagioni al Club Med. Dovevamo suonare generi completamente diversi nell’arco della stessa giornata e confrontarci continuamente con repertori, situazioni e musicisti differenti. Per me quella è stata una vera scuola: mi ha costretto ad adattarmi velocemente e credo sia stata l’esperienza che mi ha fatto fare un vero salto di qualità.

Un altro momento molto importante sono state le tournée con “The Soulman”, Rocky Roberts. Dal punto di vista musicale, quell’esperienza mi ha insegnato a suonare l’R&B nel modo giusto, a comprenderne il linguaggio e il suo particolare feeling. Ma quelle tournée mi hanno insegnato anche qualcosa che va oltre la musica: ho avuto modo di conoscere un’Italia profonda, quella delle sagre paesane, delle feste di paese e dei Santi Patroni, un’Italia che probabilmente non avrei conosciuto in altro modo.

Guardando indietro, penso che siano state proprio queste esperienze, più ancora di qualsiasi studio teorico, a costruire il musicista che sono oggi.

Il trasferimento nei Paesi Bassi nel 1999 ha rappresentato un passaggio importante del tuo percorso. In che modo entrare in una nuova scena musicale ha cambiato il tuo modo di concepire e creare musica?

L’esperienza nei Paesi Bassi mi ha fatto crescere e maturare ulteriormente come musicista. Nel 1999 mi sono trovato a entrare in una scena musicale molto attiva, dinamica e di grande qualità, e devo dire che non ho fatto molta fatica ad adattarmi.

Ho iniziato frequentando le jam sessions nei vari locali della città in cui vivevo. Per me sono state un’occasione importante per conoscere musicisti, confrontarmi con realtà diverse e, soprattutto, rimettermi continuamente in gioco. Ogni jam era un’esperienza diversa: non sapevi mai chi avresti trovato sul palco, quale musica avresti suonato o dove ti avrebbe portato la serata.

Questo ambiente mi ha aiutato a diventare ancora più aperto e flessibile musicalmente. Ho imparato ad ascoltare con maggiore attenzione, a cogliere rapidamente quello che succedeva intorno a me e a confrontarmi con musicisti provenienti da esperienze e culture diverse.

Credo che vivere in un ambiente internazionale abbia ampliato ulteriormente il mio modo di concepire la musica. Mi ha insegnato a non avere confini troppo rigidi tra i generi e, soprattutto, a considerare ogni incontro musicale come un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo.

Dopo molti anni vissuti soprattutto come batterista e performer, hai iniziato a dedicarti maggiormente alla scrittura e alla produzione di musica originale. Cosa ha fatto scattare questa nuova esigenza artistica?

L’idea di produrre musica ce l’avevo già da un po’ di tempo. Inizialmente pensavo soprattutto di realizzare dei play-along per batteria, ma ad un certo punto mi sono reso conto che suonare “solo” la batteria non mi bastava più.

Produrre mi permette di entrare nel brano in maniera completamente diversa e di comprenderlo nella sua interezza: l’interazione tra i diversi strumenti, la struttura, la progressione armonica, gli arrangiamenti. È come passare dall’osservare un particolare di un’immagine al poter finalmente vedere la figura intera.

Ma credo che la cosa più stimolante, e forse anche più emozionante, sia la possibilità di creare qualcosa dal nulla. Partire da un’idea, anche molto semplice, e vedere come, passo dopo passo, quella idea prende forma e diventa musica. È una sensazione che trovo ancora oggi estremamente affascinante.

Nel 2020 è iniziato il tuo percorso con Bentley Records.io e oggi ricopri anche il ruolo di A&R. Come convivono dentro di te il lavoro dell’artista e quello di chi deve riconoscere e sviluppare il talento degli altri?

La collaborazione con Bentley Records ha aperto davanti a me degli orizzonti completamente diversi e, per certi versi, anche inaspettati. È stata un’esperienza importante nella mia crescita come artista e produttore e mi ha permesso di capire meglio come funziona il music business a determinati livelli, anche dal punto di vista delle dinamiche che stanno dietro alla musica.

Il ruolo di A&R, invece, mi ha dato la possibilità di guardare la musica anche da un’altra prospettiva. Per me è un vero piacere scoprire nuovi talenti, ascoltare artisti che hanno qualcosa da dire e cercare di capire come poterli supportare e accompagnare nel loro percorso.

Credo che il mio essere musicista e produttore mi aiuti molto in questo ruolo, perché riesco a comprendere alcune delle difficoltà e delle aspettative che un artista può avere. E forse c’è anche un aspetto più personale: quando incontro un giovane talento che ha entusiasmo, passione e voglia di fare musica, in qualche modo mi rivedo in lui. Riconosco quella stessa passione che mi ha accompagnato fin dall’inizio e questo rende ancora più stimolante la possibilità di aiutarlo a sviluppare il proprio potenziale.

Arriviamo ad About Her: qual è stata l’emozione o l’immagine da cui è nato il brano?

“About Her” nasce da una riflessione sull’impatto che alcune relazioni possono avere sulla persona che diventiamo. Ci sono persone che, anche quando non fanno più parte della nostra vita, continuano in qualche modo a vivere dentro di noi, perché hanno lasciato qualcosa: un ricordo, un insegnamento, un’emozione o anche una ferita.

Il brano è un omaggio molto personale alle donne che hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso: donne che mi hanno ispirato, plasmato, messo alla prova e, in modi diversi, contribuito a rendermi la persona e l’uomo che sono oggi.

Non nasce quindi da una sola storia o da una sola persona, ma dalla somma di esperienze, ricordi e legami che nel tempo hanno lasciato il loro segno. In questo senso, “About Her” è il mio modo di guardare indietro e rendere omaggio a quelle persone e a quei momenti, riconoscendo quanto abbiano contribuito alla mia crescita

Il singolo parla di ciò che rimane dopo una relazione significativa senza raccontare necessariamente una storia lineare. Quanto c’è di autobiografico in About Her e quanto, invece, hai voluto lasciare spazio all’interpretazione dell’ascoltatore?

C’è sicuramente molto di autobiografico in “About Her”. Ci sono emozioni, ricordi ed esperienze personali che fanno parte della mia storia e che inevitabilmente sono finite dentro il brano.

Allo stesso tempo, però, credo che il tema sia qualcosa che può appartenere a tutti. In un modo o nell’altro, penso che ognuno di noi abbia avuto una relazione importante, un amore, un incontro o anche una separazione che ha lasciato qualcosa dentro e che, nel tempo, ha contribuito a renderci le persone che siamo.

Per questo ho voluto lasciare anche uno spazio all’interpretazione di chi ascolta. La mia storia è il punto di partenza, ma nel momento in cui la musica arriva a qualcun altro diventa anche la sua storia, attraverso le proprie esperienze, i propri ricordi e le proprie emozioni. Ed è forse questa la cosa più bella: che un brano nato da un’esperienza personale possa diventare qualcosa in cui altre persone riescono a riconoscersi.

Nel brano convivono atmosfere cinematiche, vulnerabilità e una produzione contemporanea. Come hai lavorato sul suono per riuscire a tradurre musicalmente emozioni così intime?

Per me era importante che il suono riuscisse a mantenere quella dimensione intima e vulnerabile del brano, ma allo stesso tempo avesse una veste contemporanea.

“About Her” unisce la mia voce a voci sintetizzate, integrando nuove tecnologie sia nel processo creativo che in quello produttivo. Questo mi ha permesso di esplorare diverse texture vocali e di creare un contrasto tra l’elemento umano e quello più artificiale ed evocativo.

Ho cercato di utilizzare la tecnologia non semplicemente come un effetto sonoro, ma come parte integrante della narrazione del brano. Le diverse voci e le loro texture contribuiscono a creare un’atmosfera quasi cinematica, lasciando però al centro l’emozione e la vulnerabilità della voce.

Credo che proprio l’incontro tra questi due mondi — quello umano e quello sintetico — abbia contribuito a dare ad “About Her” un’identità sonora particolare e contemporanea.

Hai descritto About Her come l’inizio di un nuovo capitolo e come un’anticipazione della direzione dei prossimi progetti. Cosa possiamo aspettarci dalla prossima fase artistica di Stefano Pesapane?

Sto lavorando a un nuovo brano, questa volta con un testo in italiano, che rappresenta per me un ulteriore passo in questa nuova direzione artistica. Spero di poterlo pubblicare prima di Natale.

Allo stesso tempo sto lavorando ad alcuni progetti in collaborazione con Bentley Records, tra cui delle major collaborations che mi stanno dando l’opportunità di confrontarmi con artisti e realtà diverse. Spero che questi progetti possano essere pronti entro la fine dell’anno.

Quello che posso dire è che “About Her” non è stato un punto di arrivo, ma l’inizio di un nuovo capitolo. Sto cercando di seguire questa nuova strada con curiosità, senza pormi troppi limiti e lasciando che siano la musica e le idee a indicarmi, di volta in volta, dove andare.

Il punto della Redazione

Stefano Pesapane porta nel presente un bagaglio musicale costruito in decenni di esperienze senza trasformarlo in un limite o in un esercizio di nostalgia. About Her mostra invece la volontà di continuare a sperimentare, mettendo in dialogo sensibilità umana e strumenti contemporanei, esperienza e curiosità. È proprio questa disponibilità a rimettersi continuamente in gioco, prima come batterista, poi come produttore e oggi anche come autore e A&R, a rendere interessante una fase artistica che sembra avere ancora molte direzioni da esplorare.

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