autune racconta in “Sette sonde sui cromosomi” una delle fasi più complesse della propria vita, trasformando la depressione in materia sonora e la musica in uno strumento di osservazione interiore. Un album di cantautorato elettronico dalle tinte notturne, nato dal bisogno di riconoscere, analizzare e rendere visibile ciò che stava accadendo dentro di lui.
Per la prima volta, l’artista sceglie di scrivere un intero progetto in italiano, abbandonando le iniziali versioni in inglese per avvicinarsi il più possibile alla verità delle emozioni raccontate. Testi, suoni, strutture, metafore e animazioni diventano così parti di un unico universo, costruito insieme a Sebastiano Lillo e attraversato dalle influenze di Franco Battiato, Andrea Laszlo De Simone e Moses Sumney.
Dopo aver pensato più volte di interrompere il proprio percorso musicale, autune trova nella creazione la prova che quel rapporto non si era mai davvero spezzato. “Sette sonde sui cromosomi” rappresenta il risultato di questa consapevolezza: un disco che non si limita a raccontare un momento difficile, ma prova a osservarlo in profondità, come una sonda alla ricerca di qualcosa di invisibile e fondamentale.
L’intervista con autune
Perché hai scelto proprio “Sette sonde sui cromosomi” come titolo dell’album?
Il titolo “Sette sonde sui cromosomi” nasce in modo del tutto casuale ed è, per me, un esempio perfetto di quelle circostanze che non si possono prevedere, ma che finiscono per manifestarsi esattamente nel momento giusto.
Nel 2023, pochi mesi dopo aver iniziato a scrivere il disco, avevo già scelto quello che ritenevo sarebbe stato il suo titolo definitivo. Ne rimasi fermamente convinto per quasi due anni, fino a quando, verso la fine del 2025 e a pochi mesi dall’uscita, accadde qualcosa che mi fece cambiare idea. La mia ragazza, che si sarebbe laureata in Biologia molecolare di lì a poche settimane, stava ripetendo ad alta voce la propria tesi quando la sentii pronunciare la frase: «Osservando sette sonde sui cromosomi…».
Trovai immediatamente quelle parole particolarmente musicali e, in maniera inaspettata, perfettamente aderenti a ciò che avevo prodotto, anche se, a un primo ascolto, il titolo potrebbe sembrare poco coerente con il tema del disco.
Proprio quella frase mi permise di immaginare un parallelismo immediato tra ciò che lei stava studiando e ciò che l’album raccontava. In entrambi i casi, al centro vi era una ricerca specifica: da una parte, le sonde utilizzate per individuare e contare determinati cromosomi all’interno delle cellule, permettendo di riconoscere anomalie strutturali o numeriche utili nella diagnosi di malattie genetiche e tumori; dall’altra, la mia ricerca interiore, il tentativo di comprendere la depressione che stavo attraversando, acquisirne consapevolezza e materializzare attraverso la musica tutte le fasi che l’avevano caratterizzata.
A rendere il titolo ancora più affascinante contribuiva il significato stesso dei cromosomi: strutture che custodiscono il patrimonio genetico e concorrono a determinare il sesso biologico e le caratteristiche ereditarie di un organismo. L’idea che qualcosa di così profondo e invisibile potesse contenere le informazioni alla base di ciò che siamo mi sembrava perfettamente in sintonia con un disco nato dall’esigenza di osservare, analizzare e comprendere ciò che avveniva dentro di me.
Cosa ti ha spinto, per la prima volta, a scrivere un intero progetto in italiano?
In origine il disco avrebbe dovuto essere in inglese. Esistono infatti delle prime versioni dei brani già pubblicati, con testi interamente scritti in quella lingua.
Con il procedere del lavoro, però, mi sono reso conto che, per un disco così personale e intimo, era necessario ricorrere alla mia lingua madre, l’unica che mi permettesse di esprimere nel modo più autentico possibile ciò che stavo provando.
Quanto del periodo difficile che hai vissuto è entrato direttamente nei testi e nei suoni del disco?
Direi tutto ciò che compone il disco, perché ogni brano rappresenta la traduzione sonora di quello che stavo vivendo in quel periodo: i testi, i suoni, le strutture, le metafore e persino i visual scelti per accompagnarlo.
L’unica eccezione, probabilmente, è “Finch”, che nasce da un film visto durante quei mesi difficili e nel quale mi sono comunque riconosciuto, soprattutto per alcune affinità con le riflessioni che stavo maturando in quel momento.
In che modo Sebastiano Lillo ha contribuito alla produzione e all’identità dell’album?
Più che influire direttamente sull’identità dell’album, Sebastiano ha contribuito alla sua realizzazione attraverso un ascolto costante dei miei pensieri, aiutandomi a mettere ordine in ciò che avevo in testa.
Ci sono state anche diverse sessioni di jam, durante le quali ho potuto comprendere meglio fino a che punto alcuni cambi di direzione potessero arricchire il progetto o, al contrario, snaturare ciò che volevo raccontare.
Il disco viene definito un lavoro di cantautorato elettronico dalle tinte notturne: come hai costruito questa atmosfera?
È una domanda a cui faccio fatica a dare una risposta precisa, perché ho la sensazione di aver assorbito quasi per osmosi tutto ciò che abitualmente ascolto, osservo e percepisco. Tra le figure che hanno avuto un peso importante per questo disco ci sono sicuramente Franco Battiato, Andrea Laszlo De Simone e Moses Sumney. Per quanto riguarda i generi, invece, sono stato probabilmente influenzato dalle molteplici declinazioni della musica elettronica, che ascolto ormai da molti anni.
La differenza più significativa rispetto ai lavori precedenti, soprattutto in termini di scrittura, è stata l’adozione di un approccio più diretto, suonato e vicino alla dimensione live. Inoltre, per la prima volta, ho affrontato un processo di interiorizzazione così profondo da cercare di tradurre letteralmente in suono le sensazioni che stavo vivendo, servendomi anche di immagini e fenomeni osservati nella quotidianità.
Faccio spesso l’esempio di “Sinusite inchiostrata”, un brano in cui sono presenti esperimenti di sound design pensati per riprodurre i rumori che emettiamo quando, con il naso congestionato, aspiriamo o soffiamo nel tentativo di respirare durante un episodio di sinusite.
C’è stato un brano che ti ha fatto capire che il rapporto con la musica non era davvero finito?
È una domanda molto interessante, perché non mi ero mai fermato a pensarci. Probabilmente la risposta è: tutti i brani.
Nonostante in più occasioni abbia pensato di mollare definitivamente, mi sono sempre ritrovato a immaginare come un determinato sentimento avrebbe potuto prendere forma attraverso la musica.
È stato proprio questo a farmi capire quanto la musica e l’arte siano parte di me. Anche quando mi mettono in difficoltà, mi aiutano a superare ostacoli interiori e mi conducono verso una consapevolezza più profonda, non soltanto di me stesso, ma anche del mondo che mi circonda e delle persone che ne fanno parte.
Quanto il trasferimento dalla Puglia alla Svizzera continua a influenzare il tuo immaginario artistico?
So per certo che, a partire da quel primo autunno trascorso in Svizzera, ho iniziato a osservare e percepire i fenomeni del mondo e della natura con occhi diversi. Da allora molte cose sono cambiate, compresa la mia residenza: da qualche mese, infatti, sono tornato stabilmente in Puglia.
Devo molto alla Svizzera, perché mi ha permesso di ampliare la mia immaginazione e affinare la mia sensibilità, aiutandomi a comprendere quanto il mondo e i suoi meccanismi possano regalarci, spesso in modo silenzioso e inaspettato, momenti di grande intensità e meraviglia.
È anche grazie a quell’esperienza se oggi riesco a osservare alcuni aspetti della Puglia con uno sguardo diverso e più maturo, cogliendo sfumature che probabilmente, prima di partire, non sarei stato in grado di riconoscere.
L’animazione 2D ti ha aiutato a riscoprire una sensibilità che nella musica sembrava essersi affievolita?
Assolutamente sì, perché mi ha permesso di allenare nuovamente la mia immaginazione e di riavvicinarmi a un ambito che avevo abbandonato molti anni fa, quando sognavo di diventare fumettista.
In questo senso, sento di dover ringraziare un content creator chiamato 151eg: attraverso i suoi contenuti ho riscoperto il mio spirito più fanciullesco, quello stesso spirito grazie al quale sono cresciuto coltivando una curiosità che mi ha sempre spinto a creare e immaginare.
Credevo che quella parte di me si fosse ormai affievolita, ma in realtà era stata soltanto anestetizzata dall’età adulta, dai traumi e da diverse circostanze della vita. Nel tempo, tutto questo aveva alimentato in me un’indole autosabotatrice, allontanandomi sempre di più dalla bellezza della creazione e da quella libertà interiore che un tempo mi permetteva di viaggiare con la mente senza impormi alcun limite.
Nei tuoi lavori musica e impegno sociale si incontrano spesso: da dove nasce questa esigenza?
Semplicemente dall’idea di poter aiutare chi sta peggio attraverso ciò che so fare meglio. Sono perfettamente consapevole di inserirmi in un panorama già affollato di progetti musicali e di aver iniziato questo percorso soprattutto per me stesso. Non pretendo quindi che il mio lavoro debba necessariamente essere ascoltato o preso in considerazione: in fondo, nessuno me l’ha chiesto.
Allo stesso tempo, però, ho sempre sentito il bisogno di mettere ciò che faccio al servizio degli altri. Creare è una delle poche cose che reputo di saper fare davvero e, se può contribuire anche solo in parte a migliorare la vita di qualcuno, non posso che esserne felice. Anche perché, per me, l’arte è prima di tutto condivisione.
Dopo aver trasformato un momento complesso in un album, cosa rappresenta oggi per te “Sette sonde sui cromosomi”?
Probabilmente il miglior disco che potessi fare.
Il punto della Redazione
“Sette sonde sui cromosomi” non costruisce una narrazione semplicemente consolatoria intorno alla sofferenza. autune non cerca di trasformare la depressione in un ostacolo ormai superato, ma sceglie di osservarla, scomporla e seguirne le tracce attraverso testi, suoni, immagini e fenomeni quotidiani. Come le sonde richiamate dal titolo, ogni brano entra in profondità alla ricerca di informazioni capaci di spiegare qualcosa che, dall’esterno, rimane invisibile.
La forza del progetto risiede proprio nella coerenza tra il processo vissuto e il linguaggio scelto per raccontarlo. Il passaggio all’italiano riduce la distanza tra esperienza e parola, mentre l’elettronica, il sound design e l’animazione 2D ampliano il racconto oltre la forma tradizionale della canzone. Ne emerge un’opera in cui la ricerca artistica coincide con quella personale: non una risposta definitiva, ma un modo per continuare a interrogare ciò che siamo e ciò che accade dentro di noi.
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