Con Anyway, Rufus, artista classe 2008, torna a raccontare la propria identità attraverso un linguaggio diretto, emotivo e senza filtri. Il nuovo singolo mostra un lato più profondo e istintivo, in cui sensibilità e forza convivono dentro un suono trap contemporaneo e deciso.
Rufus cresce con la musica come compagna costante. Dopo il debutto con Cuore Freddo, un brano che esplorava la leggerezza e le emozioni dell’adolescenza, sceglie ora un territorio più crudo e personale. Anyway è un viaggio nelle sue contraddizioni, nella sua rabbia, nella sua necessità di parlare a una generazione spesso confusa e in cerca di identità.
Determinato, spontaneo e ambizioso, Rufus incarna perfettamente lo spirito di chi sta provando a costruire il proprio spazio nel mondo. Lo abbiamo incontrato per approfondire la nascita di Anyway e per conoscere meglio la visione artistica dietro questo nuovo capitolo.
L’Intervista con Rufus
Come ti è venuta l’idea di scrivere “Anyway” e qual è stata la primissima immagine o emozione da cui sei partito?
Anyway nasce come sfogo, è un pezzo che parte dal desiderio di mostrarmi alle persone anche per le mie debolezze e sofferenze, lasciando intendere anche il mio lato combattivo e perseverante. Se c’è qualcosa che ha fatto partire il progetto di questa canzone? Sicuramente, essendo un giovane ragazzo, sento molto la situazione difficile che nel mondo di oggi persiste e affligge tutte le società contemporanee. Mi sento oppresso dalle brutte notizie che arrivano da ogni parte del pianeta. La chiave di questo brano è dunque la ribellione a una condizione generale di sofferenza.
Rispetto al tuo primo singolo “Cuore Freddo”, cosa senti di aver scoperto in più di te stesso durante la scrittura di questo nuovo brano?
Con l’uscita di Cuore Freddo volevo comunicare la leggerezza dell’adolescenza e dell’essere ragazzo, con tutto ciò che riguarda amori ed esperienze di questa fase bellissima ma complicata. Tuttavia, anche da adolescente noto che nella vita ci sono situazioni difficili che possono farti perdere la giusta strada. I ragazzi di oggi molto spesso tendono a non essere loro stessi, nascondendosi dietro un’immagine che non li rappresenta davvero. Anyway può essere intesa come il grido di una generazione, formata da giovani sempre meno sicuri di sé, che deve dimostrare che non sono gli avvenimenti a determinare il destino di una persona. Siamo noi a costruire la vita che vogliamo, essendo noi stessi.
Nei tuoi pezzi parli spesso di emozioni forti e sincere. C’è stato un momento della tua vita che ti ha fatto capire che la musica era il tuo modo per esprimerti davvero?
La musica ha sempre fatto parte di me. Da bambino ho partecipato a moltissimi laboratori musicali con maestri capaci di ispirare chi, come me, era affascinato dal mondo della musica. Ho sempre pensato di mettermi in gioco attraverso le mie melodie e il carattere che ho forgiato negli ultimi tempi mi ha dato il coraggio di superare i pregiudizi e di mostrarmi per quello che sono. Alla musica devo tutto: è la mia compagna nei momenti tristi, è serotonina quando sono con i miei amici, è relax insieme alla mia ragazza ed è il mio sogno più grande. Spero un giorno di trasformare quello che ora è un hobby in un lavoro, con concerti e viaggi in tutto il mondo.
“Anyway” ha un suono più underground e deciso. Come hai lavorato sulla produzione e quali sono state le scelte musicali più importanti?
Ho lavorato al pezzo insieme a un ragazzo fantastico, Davide Briata, DJ locale che mi ha accolto nel suo studio facendomi sentire subito a casa. La scelta dello stile è pura sperimentazione. Ascolto molto hip hop e musica underground e questo ha influito, ma è stata soprattutto un’esigenza del momento. Sapevo che quel determinato arrangiamento avrebbe espresso perfettamente ciò che avevo dentro, rendendolo allo stesso tempo più piacevole per chi ascolta.
Sei molto giovane ma già con una visione chiara. Qual è secondo te il pregio più grande dell’avere 17 anni nella musica e qual è invece la difficoltà più grande?
A 17 anni non c’è cosa più bella dell’inseguire i propri sogni. La musica è il mio sogno e, come tanti ragazzi in Italia, cerco di trasformarlo in realtà. Non è facile avere 17 anni in questo periodo: si vivono crisi d’identità e si ha spesso l’impressione di non appartenere davvero al posto in cui ci si trova. Ma è anche l’input perfetto per comunicare ciò che si pensa tramite l’arte, che solleva gli animi e li rassicura. Un problema potrebbe essere il non essere preso sul serio dagli adulti, ma non mi interessa. Quello che faccio lo faccio per me, non per compiacere qualcun altro.
C’è un messaggio preciso che vorresti che le persone portassero a casa dopo aver ascoltato “Anyway”?
Vorrei che le persone ascoltassero la canzone per quello che è davvero, cioè il brano di un ragazzo. Tutta l’energia che porto vorrei che scatenasse grinta e senso di appartenenza, trasportando chi ascolta in un mondo tutto mio, senza regole, sfortune o fallimenti, con solo voglia di spaccare tutto. Il messaggio che vorrei arrivasse, soprattutto ai miei coetanei, è proprio questo: spaccare tutto, andare oltre i confini e le barriere, sfondare muri che sembrano troppo spessi per essere superati.
Nella tua musica la sensibilità è un punto di forza, non una debolezza. Come vivi questo aspetto in un genere come il rap, spesso percepito come più duro?
Mettermi a nudo in un genere con musicalità più dura come il rap è una bella sfida. Bisogna trovare le chiavi espressive giuste e far passare il proprio messaggio, cosa che secondo me manca nella scena rap più in vista. Essere sensibile su pezzi ruvidi mi permette di essere originale, portando il rap un po’ fuori dagli schemi con significati profondi e condivisibili.
Quali artisti ti hanno ispirato di più nella costruzione del tuo stile e della tua scrittura?
Da bambino mia mamma in macchina non mi faceva ascoltare sigle dei cartoni, ma i Clash, Eminem, 50 Cent, Lenny Kravitz, i Queen, i Beatles, Vasco Rossi e molte altre icone. Sono cresciuto con un range molto ampio. Da adolescente mi sono avvicinato ai suoni della trap più cruda e del rap più introspettivo, come quello di Ernia. Della scena italiana l’artista che preferisco è Thasup, un rivoluzionario che ha cambiato la percezione della trap dopo il 2020. Per la parte più cruda della musica che amo, l’artista che più rispecchia i miei gusti è Artie 5ive.
Guardando alla tua crescita, c’è qualcosa che sogni di realizzare nel prossimo anno, musicalmente o personalmente?
Il mio obiettivo è uscire con un album, perché penso sia il primo passo per far capire anche ai più scettici che faccio sul serio. Sogno di girare il mondo, conoscere più persone possibili e stringere legami con ragazzi della mia età. Nel prossimo anno voglio mettermi in gioco sui palchi, partecipare a più live possibili e farmi conoscere nei dintorni.
Se potessi dare un consiglio a un ragazzo della tua età che vuole iniziare a fare musica, quale sarebbe e perché?
Il consiglio che darei sembra banale ma non lo è: dimenticarsi del giudizio degli altri quando si pensa di pubblicare qualcosa di intimo o personale. Nella musica bisogna rendersi conto del proprio valore e non curarsi delle opinioni esterne, anche se all’inizio può essere difficile.
Le nostre considerazioni
Rufus è uno di quei giovani artisti che non cercano di nascondersi dietro un personaggio, ma scelgono di mostrarsi per ciò che sono. In Anyway porta fuori sia il peso che sente addosso, sia la forza con cui prova a trasformarlo in qualcosa di utile e condivisibile. Una spontaneità rara, che racconta una generazione intera e che rende Rufus un nome da seguire con attenzione.
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