Due generazioni, un solo paese d’origine – Saracena, 3000 anime perse tra i monti della Calabria – e un disco che ha il sapore crudo dell’autoproduzione e la forza di chi ha scelto di dire qualcosa, senza compromessi. Shaba (classe ’97) e Magapito (classe 2004) si incontrano idealmente nel loro joint album “MURA DI CINTA”, uscito il 14 aprile su tutte le piattaforme digitali.
Un progetto rap che non cerca scorciatoie: dieci tracce senza featuring, tutte scritte da Shaba e Magapito, con la produzione, il mix e il master interamente curati da Shaba. Il risultato è un viaggio sonoro nel boom-bap più autentico, ispirato alla scena underground e al sound polveroso della Griselda, tra beat raffinati e sezioni “drumless” che lasciano spazio alla parola.
Un legame generazionale e artistico
Nonostante i sette anni di differenza, Shaba e Magapito condividono molto più di un paese natale. Entrambi cresciuti nella realtà marginale di Saracena, tra bande musicali di paese, camere da letto trasformate in studi e sogni coltivati tra pub e università, hanno costruito nel tempo un dialogo che diventa oggi un vero e proprio manifesto condiviso.
Magapito, oggi studente di Lettere Moderne a Milano, nasce artisticamente imitando i grandi cantautori italiani con la chitarra in mano. Poi arriva il rap, grazie all’incontro con Narkot e al primo progetto “Nec Spe Nec Metu”, un EP grezzo ma sincero, che lo porta per la prima volta su un palco. Con il suo disco solista “Azione Scenica”, Magapito mette a fuoco la sua identità: un rap colto, personale, contaminato dall’arte visiva, con i disegni realizzati apposta per ogni traccia.
Shaba, invece, è un artista più navigato. Ingegnere informatico di giorno, rapper e produttore nel tempo libero, ha iniziato con la tromba nella banda del paese per poi esplorare la chitarra e la produzione musicale, fino a pubblicare dischi prog-metal e beat-tape lo-fi. Il suo rap è tecnico, diretto, carico di consapevolezza. La sua esperienza con il collettivo Studio C016 e la collaborazione con la realtà indipendente The Scorpion Bay gli hanno dato un’impronta precisa: autenticità prima di tutto.
Il significato dietro le mura
“MURA DI CINTA” è più di un titolo evocativo: è una dichiarazione d’intenti. Le mura di cui si parla non sono solo barriere, ma spazi protetti dove creare, pensare, essere. Le rime scorrono tra introspezione e denuncia sociale, toccando argomenti come l’alienazione, la povertà, la violenza, ma anche l’importanza di trovare ispirazione nel confronto tra simili.
«Abbiamo voluto raccontare la tensione tra l’alzare mura per dividersi dalla massa e l’ispirazione che nasce nel trovarsi insieme dietro le stesse mura» spiega Magapito. Il concept è chiaro sin dalla title track, e si sviluppa in brani come “Ispirazione”, “Solo Parole” e “Dipinto d’Autore”, dove emerge il dialogo tra due voci diverse ma complementari.
Un disco controcorrente
Nessun tentativo di seguire trend, nessun compromesso estetico o tematico: “MURA DI CINTA” è rap puro, fatto di ricerca metrica, beat costruiti su misura e una visione comune. È un album che fa rumore senza urlare, che non rincorre algoritmi ma si prende il tempo per dire qualcosa che valga davvero la pena ascoltare.
E forse è proprio questa l’eredità più forte del progetto: la prova che la musica indipendente – quella vera, che nasce tra le crepe e non nei palinsesti – può ancora essere potente, necessaria e, soprattutto, autentica.
ascolta mura di cinta:




