Matteo Cozze racconta la sua “Città Assurda”

26 Mag , 2026 - EMERGENTI

Matteo Cozze racconta la sua “Città Assurda”

Con “Città Assurda”, Matteo Cozze torna con un brano pop/urban dalle sonorità anni 2000, capace di trasformare la frenesia della città, le paranoie quotidiane e il senso di smarrimento in qualcosa di diretto, energico e orecchiabile. Tra synth nostalgici e ritmi up beat, il singolo apre la porta a un nuovo percorso più personale e consapevole.

All’apparenza “Città Assurda” sembra raccontare una storia di ghosting, relazioni lasciate a metà e risposte mai arrivate. In realtà, il brano nasconde un livello di lettura più ampio: la città diventa metafora dell’industria musicale, con le sue corse, le sue presenze intermittenti, i dubbi continui e quella sensazione di muoversi dentro un caos difficile da decifrare.

Dopo il primo EP “GIOVANI PARANOIE”, Matteo Cozze sceglie di sviluppare un immaginario più definito, dove testi introspettivi e basi luminose convivono senza annullarsi. “Città Assurda” diventa così il primo passo di una nuova fase artistica: una canzone che corre veloce, anche quando racconta tutto ciò che dentro resta sospeso.

L’intervista con Matteo Cozze

“Città Assurda” sembra raccontare il caos delle relazioni, ma sotto nasconde anche il lato più complicato del percorso di un artista emergente. Quando hai capito che volevi usare questa metafora per raccontarti?

Mi piace che le mie canzoni abbiano diversi livelli di interpretazione. Con “Città Assurda” volevo partire da qualcosa di universale, come il tira e molla nelle frequentazioni e nelle relazioni tra persone, così che chiunque potesse ritrovarsi nel pezzo.

Poi, scrivendola, mi sono reso conto che quella dinamica assomigliava molto anche a quello che si vive nella scena musicale emergente: rapporti veloci, conoscenze momentanee, persone che entrano ed escono dalla tua vita e promesse spesso lanciate al vento. Mi interessava usare questa metafora proprio perché racconta due mondi diversi ma, in fondo, molto simili tra loro.

Nel brano si percepisce tantissimo il contrasto tra energia sonora e pensieri più pesanti. Ti viene naturale scrivere così o è qualcosa che hai costruito nel tempo?

È una cosa che in parte ho costruito nel tempo. All’inizio, parlando con diverse persone delle mie canzoni, ricevevo spesso commenti opposti: c’era chi mi diceva “molto bella, ma un po’ troppo triste” e chi invece preferiva proprio i pezzi più malinconici rispetto a quelli più leggeri.

A un certo punto ho deciso di unire le due cose: basi più up beat ed energiche, ma con testi introspettivi e magari anche più pesanti a livello emotivo. Oggi mi viene naturale scrivere così, perché sono molto legato allo storytelling e ai testi più tristi o elaborati, però allo stesso tempo amo dare energia alla parte musicale. Credo che il contrasto renda tutto più vero e anche più interessante da ascoltare.

Hai scelto sonorità pop/urban molto influenzate dagli anni 2000, ma reinterpretate in modo moderno. Quali artisti o immaginari ti hanno ispirato di più durante la lavorazione del pezzo?

Essendo nato nel 1999, la mia infanzia l’ho vissuta in pieno periodo anni 2000 e sono cresciuto guardando programmi musicali in TV, dove passavano continuamente videoclip.

Tutta quella estetica mi è rimasta molto addosso.

Sicuramente mi hanno influenzato artisti come Britney Spears o le Destiny’s Child, ma anche tutto il mondo produttivo legato a figure come Max Martin e Timbaland. Quelle sonorità, quei passaggi melodici e quel modo di costruire l’energia nei pezzi mi sono rimasti impressi, quindi è stato quasi naturale per me avvicinarmi a quel genere, cercando però di reinterpretarlo in una chiave più moderna e personale.

Nel pezzo parli di persone che entrano ed escono, dubbi continui e domande senza risposta. Quanto pensi che l’industria musicale possa influenzare emotivamente chi prova a costruirsi un percorso oggi?

Penso influenzi tantissimo, soprattutto oggi. Ci sono standard, numeri e quasi delle “linee guida” da seguire se vuoi riuscire a competere nel mercato musicale. Da una parte capisco che il business funzioni così, perché intorno alla musica ci lavorano tante persone e, inevitabilmente, c’è anche un aspetto economico.

Allo stesso tempo, però, credo che tutta questa pressione possa facilmente soffocare la creatività e la personalità di un artista. A volte si rischia di inseguire ciò che funziona invece di capire davvero cosa si vuole raccontare. Ed è una cosa che emotivamente pesa, soprattutto quando stai ancora cercando di costruire la tua identità artistica.

“Città Assurda” sembra avere un mood molto cittadino, quasi cinematografico. C’è un’immagine, una scena o un momento reale che ha acceso la scrittura del brano?

Tutto questo progetto nasce sicuramente dal fatto che il lavoro è stato registrato presso Yurta Studio, a Milano.

Essendo un ragazzo di provincia, cresciuto vicino a Bergamo, vivere Milano durante quei mesi di registrazione mi ha influenzato tantissimo. Non c’è stata una singola scena precisa, ma proprio l’atmosfera della città: il caos, la frenesia, le persone che si incrociano continuamente, quella sensazione di essere sempre in movimento.

Milano è una città complicata e a volte anche pesante da vivere, però ha un fascino enorme e inevitabilmente finisce per influenzarti, sia umanamente che artisticamente.

Rispetto al tuo primo EP “GIOVANI PARANOIE”, in cosa senti di essere cambiato artisticamente e umanamente?

Rispetto a “GIOVANI PARANOIE” sento di essere cambiato sia artisticamente che umanamente.

Dal punto di vista artistico ho preso un approccio diverso: sono sempre stato il classico cantautore “chitarra e block notes”, quello che scrive da solo in camera sua, e lo sono ancora oggi. Però con questo progetto ho imparato a vivere di più lo studio, a circondarmi di persone e a creare vere e proprie sessioni creative. Questo mi ha aperto molto, sia nel modo di scrivere che nel modo di pensare la musica.

Umanamente, invece, credo di aver capito meglio alcune mie emozioni. Ho imparato che non posso avere sempre tutto sotto controllo o tutto chiaro, ed è normale così. È normale non sapere, avere dubbi e vivere le cose con i propri tempi. Sicuramente certe “paranoie” fanno ancora parte di me, e probabilmente molte altre arriveranno crescendo, ma hey! Questa è la vita, no?

Una delle cose più interessanti del pezzo è che riesce a essere immediato al primo ascolto, ma lascia spazio anche a letture più profonde. Ti piace l’idea che chi ascolta possa interpretare le tue canzoni in modi diversi?

Assolutamente sì, ed è una delle cose che amo di più della musica. Mi piace quando le persone prendono una mia canzone e la fanno propria, dandole un significato personale magari anche diverso da quello con cui è nata.

Ho sempre pensato che le canzoni siano un po’ come degli abiti: l’artista li crea, ma poi sono gli ascoltatori a cucirseli addosso e a renderli davvero propri. Ognuno vive esperienze diverse, ha ferite, ricordi e momenti unici, e la musica è lì proprio per intrecciarsi con quelle parti di vita.

Credo che una canzone diventi davvero viva quando smette di appartenere solo a chi l’ha scritta e inizia a far parte anche della storia di chi la ascolta.

Oggi tanti artisti emergenti vivono continuamente tra hype, aspettative e confronto costante sui social. Quanto è difficile riuscire a rimanere lucidi in una “città assurda” come quella della musica?

È davvero difficile, perché spesso hai la sensazione che ogni passo sia quello sbagliato: o stai facendo troppo poco, o stai facendo troppo. Con i social e il confronto continuo entri facilmente in una specie di gara costante, dove sembra che tutti stiano correndo più veloce di te.

Per quanto possa sembrare una risposta “da manuale”, credo davvero che la cosa più importante per rimanere lucidi sia restare fedeli a sé stessi. Le persone percepiscono la sincerità, magari non subito e magari ci vuole più tempo, ma alla lunga è proprio quella che ti rende riconoscibile e memorabile.

In un ambiente così pieno di aspettative, hype e pressione, penso che perdere la propria identità sia molto più pericoloso che prendersi più tempo per arrivare ai propri obiettivi.

Questo singolo rappresenta il primo passo di un nuovo percorso. Possiamo aspettarci una narrazione collegata tra i prossimi brani?

Assolutamente sì. Questo brano è un po’ il calcio d’inizio di tutto il percorso. Preso singolarmente ha una sua storia e un suo significato, ma inserito nel mondo che ho creato acquista un valore completamente diverso.

Ho lavorato a un progetto che racconta il percorso, le sensazioni e le emozioni di un artista emergente dentro l’industria musicale. Ogni traccia vive da sola, con una propria identità, ma allo stesso tempo tutte insieme costruiscono una narrazione più grande, quasi come se fossero parti di un’unica lunga canzone.

Mi piace l’idea che ascoltando i prossimi brani si possano collegare dettagli, emozioni e significati che magari in “Città Assurda” si intravedono soltanto.

Se dovessi descrivere il nuovo percorso di Matteo Cozze con tre parole, quali sceglieresti e perché?

Caotico, sincero e cinematografico.

Caotico perché racconto un periodo fatto di dubbi, movimento, persone che entrano ed escono, e tutto quel senso di confusione che si vive nel percorso musicale.

Sincero perché, anche quando gioco con metafore o immagini più pop, alla base c’è sempre qualcosa di molto personale e vero. Non voglio sembrare perfetto, ma voglio raccontarmi nel modo più autentico possibile.

Cinematografico perché tutto il progetto sembra costruire un immaginario preciso: la città, le luci, la frenesia, le notti, le emozioni vissute quasi come scene di un film. Anche musicalmente c’è questo approccio molto visivo e narrativo.

Il punto della Redazione

C’è qualcosa di interessante nel modo in cui Matteo Cozze sceglie di raccontare il caos: non lo rende pesante, non lo appesantisce con troppa retorica, ma lo trasforma in una materia sonora veloce, luminosa, quasi ballabile. “Città Assurda” funziona proprio perché non prova a spiegare tutto, ma restituisce una sensazione precisa: quella di muoversi dentro un mondo che corre più forte di noi. Il brano trova il suo punto di forza nel contrasto tra immediatezza pop e scrittura più introspettiva. Da un lato c’è una produzione energica, urbana, vicina a un immaginario anni 2000 riletto con uno sguardo attuale; dall’altro c’è il racconto di un percorso emotivo instabile, fatto di dubbi, aspettative, persone che passano e domande che restano aperte. Un equilibrio che rende il nuovo capitolo di Matteo Cozze più definito, personale e riconoscibile.

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