Marongiu & I Sporcaccioni raccontano “Galina Vecia Fa Bon Brodo”

27 Gen , 2026 - EMERGENTI

Marongiu & I Sporcaccioni raccontano “Galina Vecia Fa Bon Brodo”

Dopo oltre vent’anni di attività sotterranea ma ostinata, Marongiu & I Sporcaccioni decidono di guardarsi allo specchio e fare i conti con la propria storia. “Galina vecia fa bon brodo” è il primo best of ufficiale della band bisiaca, nove brani ri-registrati che attraversano due decenni di rock grottesco, dialetto, ironia feroce e chitarre senza compromessi.

Attivi dal 2004 e provenienti dalla provincia di Gorizia, Marongiu & I Sporcaccioni hanno costruito negli anni un linguaggio musicale e narrativo unico, cantato rigorosamente in dialetto bisiaco, una parlata veneta diffusa tra l’Isonzo e Trieste. Un rock imprevedibile, capace di essere ruvido e allo stesso tempo sorprendentemente melodico, che trova nuova vita grazie alla produzione artistica di Yotam Ben Horin, qui coinvolto in un lavoro di rilettura rispettosa ma incisiva del repertorio storico della band.

Registrato presso IlMotoreDellAuto! Studio e mixato al Waveroof Studio, “Galina vecia fa bon brodo” non è un’operazione nostalgica né un semplice riassunto, ma un disco sincero, compatto e sorprendentemente attuale. A raccontarcelo è Claudio Marongiu, voce e leader instancabile de I Sporcaccioni.

Intervista

Dopo più di vent’anni di attività, “Galina Vecia Fa Bon Brodo” arriva come primo best of ufficiale: quando avete capito che era il momento giusto per fermarvi, guardarvi indietro e “storicizzarvi”?
Quando la gente veniva ai concerti chiedendo brani di volta in volta più vecchi.
Lì abbiamo realizzato di essere dei veri e propri dinosauri.
È pazzesco come chi prepara le canzoni, coltivi l’illusione di proiettarsi in avanti.
La gente non ha che il tuo passato. Se poi muori, in un certo senso, è la festa dei
“giornalisti ruokkkk”: banchettano come vampiri su una revisione superficiale della
tua opera. Oppure c’è l’oblio, che forse è la migliore delle ipotesi.
Però. Sono cose che vanno accettate e il disco è la –quasi- serena accettazione di
un sistema. Dio compreso.

Il disco non è una semplice raccolta, ma una ri-registrazione ragionata di brani che coprono epoche diverse della vostra storia. Che effetto vi ha fatto rimettere mano oggi a canzoni scritte anche più di vent’anni fa come “La me femeneta”?
Sincero? Ci siamo turati il naso. Specie io e il bassista, che le canzoni originali le
abbiamo fatte nascere.
In pre-produzione è stato davvero emotivamente provante e soffrivamo molto per
tutte le ingenuità che questi brani si portano dietro.
Poi, addentrandoci nel lavoro, la negatività è passata. Le abbiamo ritirate a lucido e
molto merito va all’ esuberanza positiva con cui i giovani del gruppo hanno
affrontato il materiale. Lorenzo. Giovanni. E Gabriele. Nuova linfa per I
Sporcaccioni!

Il titolo stesso del disco sembra un manifesto ironico e auto-consapevole. Quanto conta oggi l’autoironia nel modo in cui raccontate voi stessi e il vostro percorso?
L’ ironia è uno strumento che –almeno nel mio caso- si esprime in maniera solo un
po’ consapevole. È come un ospite inatteso, un terzo occhio che mette in luce il
ridicolo.
Anche l’ ironia porta i suoi limiti, però. L’ eccesso di ironia, ad esempio. Che diventa
un sistema subdolo per non fare i conti con noi stessi. L’ ho imparato dall’ analista.
Un’ estate. Ai giardini del Sert di Gorizia.

Il dialetto bisiaco è da sempre una vostra cifra identitaria. In un’epoca in cui tutto tende all’omologazione, sentite che questa scelta vi ha protetti o, al contrario, vi ha reso più “inermi” ma autentici?
Penso abbia ammantato di autenticità la parabola artistica, ma non è stata affatto
una scelta a tavolino.
Cantando in Italiano mi sentivo verboso e antiquato. In Inglese stereotipato come
una pubblicità della carta igienica. Il dialetto mi pareva veicolo colorito ed
espressivo.

Nei vostri testi convivono grottesco, disagio, ironia feroce e una certa pietà umana. È cambiato il vostro modo di guardare a temi come alcolismo, fallimento o mascolinità con il passare degli anni?
Sono invecchiato. E, facendolo, ho perso un po’ di freschezza nella scrittura.
I versi più recenti, asciutti e ritmici, non beneficiano della stessa carica ormonale di
vent’anni fa (ecco un’altra buona ragione per ripescare brani come “La me
femeneta”).
I miei pensieri invece sono sempre gli stessi, come i bisogni.
Sul fatto che l’ alcolismo sia una malattia e la mascolinità un’ espressione di
debolezza, è un dato inoppugnabile di realtà. Ora come allora.

Musicalmente il disco attraversa molte anime: dal rock più irruento a momenti quasi ballad anni ’80. Vi sentite una band “disordinata” per natura o c’è sempre stata una coerenza sotterranea nel vostro suono?
Sono molto disordinato ed approssimativo e questo si riflette di sicuro nel “saltar di
palo in frasca”. Se sia una forza od un limite, non è chiaro a me anzitutto.

Una domanda per il produttore del disco, Yotam Ben Horin: lavorare su brani già “vissuti” e conosciuti dal pubblico è più una responsabilità o una libertà creativa? E cosa ti ha colpito di più dell’universo di Marongiu & I Sporcaccioni?
Ho avuto la fortuna di entrare nell’ universo Marongiu senza avere alcuna
esperienza del loro catalogo, quindi per me si è trattato di approcciare una serie di
brani completamente nuovi con orecchie nuove. Non volevo cambiare l’ atmosfera
dei brani, volevo contribuire ad aggiornarli e dare loro una nuova ventata d’aria, e
sento che insieme ci siamo davvero riusciti. So che i ragazzi ci sono da un po’ ed è
sempre bello vedere band che non perdono la loro passione e creatività anche dopo
molti anni.

Dopo questo best of, che sembra chiudere simbolicamente un cerchio, cosa dobbiamo aspettarci dal futuro della band: un nuovo capitolo, nuove storie o ancora qualche glorioso “disonorato insuccesso”?
Credo che suoneremo parecchio dal vivo. Ci divertiremo e scriveremo nuovo
materiale.

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Conclusione

Con Galina Vecia Fa Bon Brodo, Marongiu & I Sporcaccioni non celebrano semplicemente il passato, ma lo rimettono in circolo con lucidità e disincanto. È un disco che accetta il tempo che passa senza nostalgia facile, che guarda alle proprie fragilità e contraddizioni con ironia e onestà, e che trova nella rilettura dei brani una nuova forma di vitalità. Un lavoro che conferma come, anche dopo vent’anni di “disonorati insuccessi”, la band bisiaca continui a muoversi fuori dalle mode, fedele a un linguaggio ruvido, personale e irriducibile. Oggi come allora

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