Luna Bi è una cantautrice che ha trasformato la propria storia in un universo sonoro personale, definito da lei stessa Oniric Blues, un linguaggio in cui immagini, simboli e suggestioni spirituali costruiscono testi non letterali ma profondamente emotivi. Dal clarinetto alle prime canzoni scritte a soli dodici anni, passando per la scoperta del gospel e la folgorazione per Freddie Mercury, il suo percorso è un intreccio di istinto, ricerca e resilienza.
Dopo anni di band, rassegne, concorsi e un periodo complesso segnato dalla fibromialgia, Luna Bi torna al cantautorato con una missione precisa: parlare di pace, natura come essere vivo, amore come energia universale e della necessità di destrutturare il mito dell’artista. Da questa visione nasce il format “Vivere nel suono”, che unisce musica e convivialità per riportare l’artista a un rapporto umano, diretto, orizzontale con il pubblico.
Il 2026 per lei sarà un anno cruciale, con l’album in arrivo e una serie di nuovi singoli, a partire da “Ninna Fragola”, un brano onirico che racconta la meraviglia di riscoprirsi capaci di amare dopo aver creduto di non poterlo più fare. Accanto alla musica porta avanti temi come il disarmo, discusso anche in sede europea, e l’autismo, che la riguarda in prima persona e che ha iniziato a narrare in alcuni dei suoi brani.
L’intervista con Luna Bi
Qual è stato il momento preciso in cui hai capito che la musica sarebbe diventata il tuo modo di raccontarti al mondo, dal clarinetto allo “Oniric Blues”?
Quando ho incontrato la voce di Freddie Mercury. Perché era una voce che mi parlava e mi capiva non nelle parole ma nel suono, nelle inflessioni, nell’energia. Siccome le risonanze fanno risuonare altre risonanze, ho capito che avrei dovuto fare lo stesso a modo mio. Non è stato un pensiero verbalizzato, è stata una sensazione, come una cosa che saliva dalla schiena e mi faceva percepire “Sì, è la stessa essenza di cui sono fatta io, la voce, il suono”.
Il gospel è stato una tua grande illuminazione: cosa ti ha colpita di quel linguaggio e come ritrovi oggi quella radice spirituale nella tua scrittura?
La sonorità vocale, la combinazione di più voci che facevano cose diverse armonizzate ma anche in modo potente e movimentato. Non l’ho vissuto tanto per il contenuto spirituale quanto per il suono… cosa che probabilmente mi influenza quando metto i cori nei miei brani.
Freddie Mercury ti ha spinto a fondare “Le Mine Vaganti”: cosa ti ha insegnato davvero il suo modo di vivere il palco e la voce?
Intanto mi ha spinta ad andare oltre un limite che credevo di avere e non esisteva nella mia estensione vocale, ma senza fare male alle corde vocali (quindi a prendere lezioni). Poi mi ha affascinata tantissimo il modo che aveva di suonare il pianoforte (infatti è “colpa” sua se come strumento secondario negli anni mi sono esercitata molto anche a suonare quello). Ma soprattutto la sua intuizione di mischiare i generi: rock e mondo dell’opera lirica, che è una cosa che vocalmente mi porto ancora dietro. Sicuramente anche il fatto di pensare all’essere performativi, non solo al cantare, che è una cosa che se posso fare (se ho una base o qualcuno che suona) nei miei live faccio, anche se ultimamente sono un po’ fissata su voce e chitarra e quindi sto più statica.
Negli anni hai affrontato anche la fibromialgia. In che modo questa esperienza ha cambiato la tua musica e la tua presenza scenica?
Più che cambiare la musica o l’esperienza scenica, la fibromialgia mi ha messa a letto con difficoltà a camminare per lungo tempo. Passata la fase acuta ogni tanto dà ancora problemi di vario tipo. L’impatto più pesante è che crea interruzioni o costringe a fare le cose anche con dolore e continue sovra-infezioni. Diciamo che ti insegna che devi andare avanti a suonare qualsiasi dolore ti stai portando addosso o dentro l’animo.
Il genere “Oniric Blues” è una definizione molto personale: come costruisci tecnicamente il tuo sound, tra chitarre acustiche, linee melodiche multiple ed effetti circolari?
Come le ricette della nonna: le puoi assaporare ma restano segrete. Comunque è stata una mia amica a dire “Ehy ma le tue canzoni sono oniriche”, dopo aver sentito come componevo, e da lì ho sviluppato la cosa. Ho anche depositato su Patamu la descrizione del “genere” e delle sue peculiarità.
Nei tuoi testi usi immagini oniriche per parlare di temi profondi. Come nasce una tua metafora? Arriva prima l’immagine o il significato nascosto?
A volte nasce prima l’immagine e poi il giorno dopo mi accorgo che il mio testo mi stava parlando di una determinata cosa. Altre volte scrivo un testo più concettuale e lo traduco in immagini volutamente.
La natura e la spiritualità sono centrali nel tuo percorso. Come convivono l’influenza dello sciamanesimo con la tua identità artistica?
Sono strettamente correlate anche perché la musica in origine era magia, guarigione, rituale, appannaggio esclusivo degli sciamani. Infatti va maneggiata in modo consapevole secondo me, perché smuove cose potenti nelle persone.
Il format “Vivere nel suono” ha un intento quasi sociale: perché senti il bisogno di ridurre la distanza tra artista e pubblico e cosa hai imparato dalle prime sperimentazioni?
Perché l’arte finisce nel suono e con la fine della performance (quindi dell’azione sciamanica). Finita quella, restano l’opera e l’artista che torna persona, separato dalla sua opera ma non del tutto. Il fatto è che quando torni fuori dal ruolo sarebbe bello essere in interazione come essere umano tra altri esseri umani, senza la dinamica proiettiva che accade verso l’artista. Impossibile evitarla del tutto, ma ridurre la distanza ridurrebbe sicuramente la dinamica proiettiva e renderebbe i rapporti semplici, come incontrare qualcuno che ti sta simpatico al bar. Difatti io sfido me stessa a ricambiare più follow possibili e a rispondere a più DM possibili.
Hai scelto Bandcamp per motivi artistici ed etici. Quanto pensi che questa scelta possa cambiare il rapporto tra artista, pubblico e sostenibilità economica?
Penso semplicemente che si possano provare a fare le cose in modo non preimpostato e si possa sperimentare quello che funziona per ciascuno.
“Ninna Fragola” parla della riapertura del cuore in modo non romantico ma esistenziale: come vivi tu oggi l’amore come forza del mondo e quanto questo si riflette nella tua musica?
Senza l’amore il mondo cade in entropia.
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