Dentro l’universo di Loryheart: indie pop e visioni personali

19 Dic , 2025 - EMERGENTI

Dentro l’universo di Loryheart: indie pop e visioni personali

Loryheart, pseudonimo di Lorenzo Buttiglieri, è un cantautore emergente che ha scelto di entrare nel mondo della musica seguendo un percorso autentico e personale. Dopo aver iniziato a scrivere a vent’anni, affina la propria sensibilità autoriale partecipando per quattro anni consecutivi al Tour Music Fest nella sezione autori, arrivando sempre in semifinale e ricevendo riscontri positivi da una giuria composta da nomi di primo piano come Francesco Gazzè, Beppe Vessicchio e Kara Dioguardi.

Nel 2024 decide di intraprendere definitivamente la strada dell’artista indipendente. A maggio 2025 pubblica il singolo d’esordio “Smarrimento”, seguito a settembre da “Nizza”, brani che rappresentano il primo capitolo di un progetto nato dalla scrittura istintiva e da una forte attenzione ai temi emotivi e sociali. Pur non suonando strumenti, Loryheart cura in prima persona la composizione, collaborando con il produttore Nicodemo Caligiuri, con cui guarda già alla realizzazione di un album in studio nel 2026.

Il suo sound si muove tra indie pop e cantautorato italiano, con testi scritti di pancia e senza schemi rigidi. Tra le influenze dichiarate compaiono giganti come Battiato, Dalla, Vasco Rossi e Pino Daniele, accanto a voci più contemporanee come Brunori sas, Calcutta, Motta e Andrea Laszlo De Simone, fino ad aperture internazionali verso Radiohead, Björk e Fontaines D.C.. Un progetto in crescita, guidato dal desiderio di fare musica prima di tutto per necessità espressiva.

L’intervista con Loryheart

Il tuo percorso musicale inizia relativamente tardi, dopo i 20 anni. In che modo questa “consapevolezza tardiva” ha influito sul tuo modo di vivere oggi la musica e la scrittura?

Sicuramente un po’ ha influito. Se non avessi scoperto tardi questa mia passione per la musica, forse nella mia vita avrei intrapreso altri percorsi di studi. Ho frequentato un istituto tecnico con indirizzo amministrazione finanza e marketing e attualmente sono un impiegato di contabilità, ma chissà, forse avrei potuto frequentare un liceo musicale oppure imparare a suonare uno strumento in maniera professionale già da bambino o adolescente, quando la mente è più elastica e si riesce ad apprendere meglio la tecnica.
Però c’è sempre tempo per imparare, anche perché attualmente vivo un po’ questo complesso di inferiorità rispetto ad altri cantautori che suonano. Forse è una conseguenza diretta dei giudizi di alcune persone quando ho riferito loro che non suonavo alcuno strumento. La frase principe è: “Ma allora scusa, che cantautore sei?”. Quindi oggi è un po’ difficile definirmi tale e spero che questa cosa non possa avere ripercussioni sul mio processo di maturazione e di crescita a livello strettamente compositivo.

Racconti di un’evoluzione importante nei tuoi ascolti a partire dai 17 anni. C’è stato un artista o un disco che ha rappresentato una vera svolta per te?

Se proprio devo citare due dischi a cui ancora oggi sono molto legato, direi sicuramente Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers e The Joshua Tree degli U2, che mi hanno fatto riscoprire l’amore per la musica rock, sempre stata nelle mie vene ma un po’ persa nel corso degli anni.
È partito tutto dal video ufficiale di “Californication” che comparve nella home di YouTube. Ci cliccai sopra e da lì iniziai ad esplorare sempre più generi diversi tra loro. Grazie ai Linkin Park ho iniziato ad esplorare il mondo dell’heavy metal, grazie a Vasco Rossi il cantautorato italiano e la musica alternativa italiana, grazie a Pino Daniele il blues, grazie a Madonna e Michael Jackson il pop, grazie ad Al Green il soul.
Ancora oggi ascolto musica compulsivamente, sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo che oltre ad emozionarmi possa anche stimolare la mia creatività. Forse è grazie a questo che oggi mi diletto a fare il cantautore.

La scrittura per te nasce durante la pandemia, quasi come un’urgenza. Che ruolo ha avuto quel periodo nel farti capire che la musica poteva diventare qualcosa di più serio?

In realtà non nasce proprio durante la pandemia. Ho scritto “Smarrimento” a febbraio 2020, mentre la pandemia è scoppiata in Italia a marzo. Posso però dire che quei mesi di segregamento forzato in casa hanno contribuito molto a maturare la consapevolezza che scrivere canzoni sarebbe rimasta la mia priorità per tutta la vita, anche perché in quel periodo ero decisamente ispirato.
Quindi sì, la pandemia ha avuto un ruolo fondamentale, ha posto le basi per il futuro, per quello che sono diventato oggi.

“Smarrimento” è il primo testo che hai scritto e anche il primo brano che hai pubblicato. Che rapporto hai oggi con quella canzone, a distanza di tempo?

Sono molto legato a “Smarrimento” e non potrebbe essere altrimenti. È stato il primo testo che ho scritto e solo successivamente ho sviluppato la parte musicale. Mi ricordo ancora lo stupore quando la completai: rimasi di sasso a guardare il foglio per almeno cinque minuti. Continuavo a chiedermi: “Ma non è possibile, io ho scritto una roba del genere?”. Da lì non mi sono più fermato.
Narra di un particolare momento della mia vita da adolescente di 17 anni. In quel periodo vissi una profonda crisi personale ed esistenziale. Ero in balia delle mie emozioni negative, non riuscivo a controllarle, mi sentivo completamente inutile, non riuscivo a capire quale direzione prendere, non trovavo un mio posto nel mondo ed avevo tendenze suicide. Con il tempo sono riuscito a venirne fuori e forse è anche per questo che mi sono avvicinato prepotentemente alla musica.
Tre anni più tardi, ripensando a quei momenti, è nato “Smarrimento”, forse per esorcizzare un po’ quelle paure e quei brutti ricordi. A questa canzone devo la vita.

Hai specificato più volte di non suonare strumenti, ma di essere autore e compositore delle tue canzoni. Come lavori concretamente alla parte musicale quando hai un’idea in testa?

Parte tutto dal testo. Ho scritto centinaia di testi partendo da una parola chiave che mi frulla in testa e, quando mi sento sufficientemente ispirato, butto giù dei versi. Una volta completata questa fase, cerco una linea vocale che si adatti melodicamente e rimodifico il testo per renderlo più musicale, togliendo le parole superflue.
Dopo scelgo che direzione sonora intraprendere e quali strumenti utilizzare, cercando sempre di mantenere un’impronta cantautorale. Capisco quando inserire gli strumenti e in che modo incastrarli tra loro. La linea vocale e la strumentazione vengono letteralmente “cantate” al mio produttore, che sviluppa poi il brano secondo le mie direttive.
Quando la base è pronta registro la voce e poi si passa al mix e mastering. È la parte più bella dell’intero processo creativo, perché la canzone diventa completa. È sempre una bellissima emozione.

L’incontro con Nicodemo Caligiuri è stato fondamentale per il tuo debutto ufficiale. Cosa ti ha convinto a fidarti di lui e che tipo di intesa artistica si è creata tra voi?

È nato tutto da un mio annuncio su Villaggio Musicale in cui cercavo un produttore indipendente, a dir la verità senza troppa convinzione. Un giorno lui vide l’annuncio e mi contattò personalmente. Iniziammo a parlare e a confrontare le nostre idee artistiche.
Mi fece ascoltare alcuni suoi lavori e capii subito che avevo a che fare con un professionista con il mio stesso background musicale. Ho capito che poteva essere l’uomo giusto per darmi un’identità precisa e per aiutarmi anche in tutta la fase di pubblicazione, che per un artista indipendente è lunga e stressante. Senza di lui probabilmente non ce l’avrei fatta.
Ma la cosa che mi ha convinto di più è il lato umano. Penso che sia davvero una brava persona, di lui mi fido ciecamente ed è questo che alla fine fa la differenza.

Hai partecipato per quattro anni consecutivi al Tour Music Fest arrivando sempre in semifinale. Cosa ti hanno lasciato quelle esperienze, sia a livello umano che artistico?

L’esperienza al Tour Music Fest come autore di testi mi ha lasciato un ricordo molto positivo. Ho arricchito il mio bagaglio culturale e musicale e i preziosi consigli dei giurati mi hanno fatto migliorare come uomo e come artista. Sono persone splendide, sempre pronte ad aiutarti quando hai bisogno.
Inoltre questa esperienza ha aumentato la fiducia in me stesso e nelle mie capacità, anche perché i giudizi sono stati sempre positivi. Chissà, magari in futuro parteciperò di nuovo. Mai dire mai.

Nei tuoi testi affronti temi sociali, psicologici e sentimentali, scrivendo “di pancia” e senza schemi. Quanto è importante per te l’autenticità rispetto alla forma?

Ammetto di aver utilizzato a volte anche degli schemi metrici, perché anche il più indisciplinato ha bisogno di regole. Però la scrittura di pancia è quella che più mi rappresenta. La sento più vicina nel raccontare il mio flusso di pensieri intrusivi, probabilmente derivanti dal mio inconscio.
Non so se questo mi renda più autentico e non è neanche fatto apposta. È semplicemente il mio modo di esprimermi e credo che continuerò su questa strada.

Il tuo sound si muove tra indie pop e cantautorato italiano, con riferimenti che vanno da Battiato a Brunori SAS, fino a Radiohead e Björk. Come convivono tutte queste influenze nella tua musica?

Devo ammettere che a volte fanno un po’ fatica a convivere. Ascolto talmente tanta musica che ogni tanto vado in confusione e spero che questo non ricada negativamente sui miei brani.
Allo stesso tempo, però, tutte queste influenze mi hanno aiutato a distinguere meglio i generi e a scegliere quale sound fosse più adatto per “rivestire” i miei testi. Quindi devo dire grazie a tutti questi artisti, perché continuano a regalarmi ispirazioni ed emozioni forti.

Guardando al futuro, parli di un possibile album nel 2026 ma senza grandi aspettative. Che cosa significa per te oggi “fare musica”, al di là degli obiettivi e dell’industria?

Il mio più grande desiderio per il 2026 è realizzare un album in studio e spero che questo sogno si realizzi. Quando dico senza grandi aspettative intendo che il mio obiettivo principale è fare musica per il gusto di farlo, senza guardare troppo ai numeri, che trovo tossici. Al giorno d’oggi è quasi impossibile vivere di questo, quindi prendo tutto un po’ come viene e vivo alla giornata.
Faccio musica prima di tutto per me stesso. Sono una persona riservata e tendo a tenere emozioni, pensieri e visione del mondo dentro di me. Se dovessi identificarmi con un animale, direi la chiocciola: mi chiudo nel mio guscio quando ho paura. Condividere la mia musica è il mio modo per far entrare gli altri dentro questa corazza e, in un certo senso, anche questa intervista lo è.

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