“In A World Full Of Nails I Have Got Nothing But My Hands” è il nuovo devastante capitolo firmato LACITTÀDOLENTE, duo milanese nato nel 2018 e oggi composto da Federico Golob e Guido Natale. Un disco mathcore feroce e dissonante che scava a fondo nelle storture del mondo contemporaneo, tra alienazione, schiavitù salariale e critica radicale alla macchina capitalista.
Dopo l’uscita dei due membri storici, il progetto ha subito una trasformazione profonda diventando un power duo senza compromessi. Questo cambiamento ha dato nuova linfa al loro approccio compositivo, spingendoli verso una maggiore coerenza sonora e un impatto ancora più diretto. Il risultato è un album di 33 minuti che colpisce come un pugno allo stomaco: una produzione chirurgica, sezionata in dieci tracce che si muovono tra dissonanze estreme e slanci ritmici serratissimi.
Pubblicato da Toten Schwan Records, il progetto è stato anticipato dal singolo “A lever fiddled with, weightless [Venal II], accompagnato da un videoclip disturbante diretto da Miran Pinarbasi. L’album non si limita a scuotere le orecchie: vuole scuotere le menti. Il messaggio è chiaro, crudo, militante. I LACITTÀDOLENTE rifiutano i compromessi dell’industria musicale, suonano in spazi occupati, autoproducono merch a costo quasi zero, e fanno parte del collettivo DIY Deafening Shows, attivo nella scena milanese contro le logiche della gentrificazione.
Tra influenze come The Dillinger Escape Plan, Car Bomb e Botch, i LACITTÀDOLENTE si confermano come una delle realtà più estreme e lucide della scena hardcore.
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L’intervista con i LACITTÀDOLENTE
Qual è stata la scintilla iniziale che ha dato vita a “In A World Full Of Nails I Have Got Nothing But My Hands”? C’è un momento preciso o un’urgenza che ha scatenato il processo creativo?
Diciamo che questo album aveva tante ragioni per cui venire fuori: da una parte, come si evince dai testi, si parla sempre dell’esasperazione, di non aver pace dentro e fuori il capitalismo sostanzialmente. Nonostante gli anni siano passati, questo disagio e bisogno di esprimere rabbia e impotenza di fronte a questa presunta razionalità che tutto macina è rimasta.
Da un punto di vista prettamente musicale, ci siamo trovati dopo SalesPeople a provare a scrivere nuova musica senza però riuscire a dargli un’effettiva forma. A valle dei cambi di formazione e rimasti in due, abbiamo capito che quello che volevamo fare di più era continuare a suonare, uscire con un nuovo album e continuare a fare concerti.
Il passaggio da quartetto a power duo ha modificato profondamente il vostro approccio compositivo? In cosa vi sentite più liberi e in cosa avete dovuto ridefinirvi?
Se già le canzoni che stavamo scrivendo quando eravamo ancora in quattro avevano preso una piega profondamente ritmica, con la nuova formazione in due le cose sono andate ancora più in quella direzione.
Dal primo momento che abbiamo cominciato a comporre pezzi e riff per il nuovo album, è stato chiaro che il nuovo approccio sarebbe stato molto minimale: “chuggoni” e “whammate” per la chitarra, doppio pedale, blast-beat e ritmiche storte alla batteria.
Può sembrare riduttivo, ma ci siamo trovati molto bene in questa mentalità e secondo noi è molto più di impatto come risultato musicale.
Diciamo che oltre ai classici Converge, Botch e Dillinger che ci accompagnavano nel nostro lavoro precedente, sono prepotentemente entrate influenze di band come Car Bomb, Frontierer e Ion Dissonance.
Il vostro nuovo disco ha una forte carica politica e anti-capitalista. Come bilanciate la radicalità del messaggio con la necessità di veicolarlo in modo efficace?
Più che l’efficacia del messaggio in sé, quello che vogliamo sia il primo impatto è proprio l’estraniamento: non nel senso che chi ascolta non si possa legare alla musica, ma quello che cerchiamo di fare è veicolare una rabbia e un disgusto diretti ma mai completamente “afferrabili”.
Vorremmo che fosse come trovarsi di fronte a un immenso macchinario che tutto e tutti ingurgita, di cui si riesce a vedere tutta la tremenda struttura senza, però, riuscirne a carpire i dettagli che la compongono.
Saremmo contenti di essere riusciti a veicolare anche un minimo questa sensazione.
“A lever fiddled with, weightless (Venal II)” è un titolo complesso e visivamente potente. Che immaginario volevate evocare con questo singolo e con il suo videoclip?
Ci possiamo legare proprio a quello che stavamo dicendo poco fa: musica e testi sono legati.
Nel video volevamo mostrare un soggetto che viene preso dallo sconforto, dall’ansia e dalla rabbia perché vede il mondo in cui vive come una serie di stanze caotiche, in rovina e claustrofobiche. Cerca di sfuggire a questa situazione, guardando “fuori”, ma capisce che non c’è nessun “fuori” rispetto a questa realtà, e non rimangono che apatia e rassegnazione.
La realtà da cui si vuole scappare permea ogni singolo spazio rimanente, anche quelli che potrebbero esserle ostili.
C’è un brano del disco che considerate il cuore emotivo o concettuale dell’intero lavoro?
Sicuramente a livello concettuale l’intro spiega l’album intero: era impossibile trovare una cosa più coerente, un frammento di podcast di anticapitalismo puro che si interrompe per il momento “pubblicità”.
Il cuore pulsante dell’album potremmo dire essere il finale di “Neon Death”: a livello musicale è una parte che comincia “storta” per diventare, attraverso modulazioni ritmiche e un ultimo cambio di BPM, sempre più diretta e brutale. Il testo segue questa escalation nel mostrare l’annientamento delle persone nel sistema lavorativo.
La vostra scelta di suonare principalmente in spazi occupati e DIY è coerente con la vostra visione politica. Quanto è difficile portare avanti un progetto musicale senza compromessi oggi?
Per il tipo di messaggio che portiamo e il tipo di musica che facciamo, siamo sempre stati vicini al mondo DIY e dell’underground.
Quello di cui parliamo non è mai stato un problema in questo tipo di contesto, chiaramente, ma anche se dovessimo avere mai la possibilità di esibirci in realtà più grandi, quello che proviamo (e quindi di cui parliamo) non cambierebbe.
Nonostante questo, è impossibile nascondere che molte sono le volte in cui ci siamo trovati a guardarci in faccia e a dirci “ma perché lo stiamo facendo?” (voluta la strizzata d’occhio al documentario girato dal cantante dei Car Bomb, Michael Dafferner).
Suonare mathcore in Italia (ma forse anche in generale ovunque) è complicato: sei troppo marcio e brutto per i contesti più “puliti” e troppo tecnico e “distante” per quelli più legati all’hardcore, per parafrasare un celebre verso di Lou X (sì, c’è un abruzzese nella band).
Ma questo è il modo in cui scriviamo e quello che ci soddisfa suonare, quindi continueremo in questo meraviglioso limbo a cui siamo molto affezionati.
In un panorama musicale spesso spinto alla ricerca del profitto e della visibilità, vi sentite isolati o parte di una rete alternativa?
Ci sentiamo più parte di una rete alternativa, in cui la “visibilità” è data dalla musica che scrivi.
Anche in questo ambiente è difficile, però, muoversi ed essere “visti” alle volte, ma è la realtà in cui ci sentiamo più radicati e alla quale apparteniamo.
La produzione dell’album è chirurgica e brutale allo stesso tempo. Che tipo di lavoro c’è stato dietro il suono finale del disco?
Se la nostra musica risulta brutale, è tutto grazie al lavoro di Frank di Orion Recording Studios.
Tra una chiacchierata su Chaosphere dei Meshuggah e l’altra, è riuscito a capire le parti più contorte dell’album e farle suonare potenti e devastanti come le volevamo.
Nella bio parlate di “esperienza olistica”. Cosa significa per voi questa parola in relazione alla musica e alla fruizione di un live?
Quello che facciamo, cerchiamo di farlo in maniera che sia fruibile in modo coerente: dalla musica, ai testi, ai samples, è tutto lì per contribuire alla sensazione che vogliamo far provare.
Anche la musica nello specifico è una sorta di equilibrio tra una rabbia diretta ed esplosiva, ma filtrata e concettualizzata attraverso strutture delle canzoni e pattern ritmici.
Le due parti si bilanciano in modo da non risultare né eccessivamente diretti e ripetitivi, né puramente asettici e distaccati.
Dal vivo speriamo che arrivi tutto questo carico, che sia una rabbia diretta ma incasellata in una struttura disorientante.
Se doveste consigliare questo disco a qualcuno che non ha mai ascoltato mathcore, come glielo presentereste in poche parole?
Bella domanda! Potremmo dire che assomigliamo a una versione (scarsa) dei primi Gojira che provano a suonare i Converge.
E poi consiglieremmo di spararlo a tutto volume in faccia al su* responsabile di reparto.





