Jonny sulla Luna racconta il ritorno alla musica e il legame con Giulio Rosatelli

4 Lug , 2025 - EMERGENTI

Jonny sulla Luna racconta il ritorno alla musica e il legame con Giulio Rosatelli

Tra le notti bolognesi e le improvvisazioni in piazza Verdi nasce l’identità di Jonny sulla Luna, alter ego musicale di Leonardo Calabretti. Dopo un primo percorso artistico interrotto bruscamente nel 2015, il cantautore originario di Cisternino è tornato a far sentire la propria voce, riscoprendo insieme al producer Giulio Rosatelli la magia della creazione musicale condivisa.

Oggi, il progetto Jonny sulla Luna è una fucina di idee intime e sonore: brani nati da registrazioni istintive alla chitarra, cresciuti in una produzione attenta ma rispettosa, capace di lasciare intatta l’anima delle canzoni. Ogni pezzo è contaminato da ciò che Jonny ha vissuto, ascoltato, immaginato o anche solo intuito. Un viaggio che è appena ricominciato, con nuovi singoli pubblicati e un album all’orizzonte, sintesi poetica e artigianale di un percorso umano e artistico.

Intervista

Come hai vissuto quel primo incontro con la chitarra a 17 anni? È stato davvero un colpo di fulmine?
Fu casuale e l’impatto, emotivamente, fu quasi inaspettato.
Con la mia comitiva vivevamo la spiaggia in moto perpetuo durante l’estate.
Una notte si unì a noi un ragazzo con la chitarra. E quella sera prese vita una sorta di rito tribale :)
Lui suonava e io mi ritrovai a cantare, e ad intrattenere per la prima volta “un pubblico”.
Il caso volle che l’autunno successivo mio fratello iniziasse a studiare batteria, e mentre andava a comprarla dissi: “visto che ci sei prendi anche una chitarra”.
L’estate successiva ero in spiaggia a suonare tutte le notti.

Bologna e piazza Verdi sembrano aver avuto un ruolo chiave nella nascita del tuo progetto musicale. Che ricordi hai di quel periodo?
Sono stati gli anni che mi hanno formato come persona. Le lezioni di antropologia, la scoperta della relatività culturale, mi portarono davanti alla domanda fondamentale: “tu chi sei?” E più importante: “chi vuoi essere?”
Fu quella domanda che pose il mio sguardo su quella chitarra, che avevo un po’ accantonato, e rese chiara la risposta: “io sono quello che suona”. Non serviva altro.
Da lì in poi, l’avventura di ritrovarsi da solo in una città (dopo il distacco dalla mia compagna), mi ha circondato di vita: di amici veri, di relazioni che non hanno il bisogno di anni per lasciare un segno, di musica e di canzoni che, come un fiume in piena, sono iniziate a fluire.

La tua esperienza nel duo acustico con Giulio Rosatelli ha segnato una prima fase importante. Com’è cambiata oggi la vostra collaborazione?
Allora, Giulio Rosatelli è di Sassari e la mia comitiva a Bologna comprendeva “sud e isole” (cit. Previsioni del tempo).
Un nostro amico in comune gli parlò di un tipo strano che era a Bologna e scriveva canzoni. Quando Giulio arrivò, io trovai in un colpo solo un fratello, un musicista di talento, e il primo a credere in queste canzoni.
In quel periodo si unì a noi anche Sara (violinista). E l’atto in sé di suonare era davvero emozionante.
Ora lui è un producer, un professionista del settore, e un progetto come questo non può fare a meno di maestranze.
Non può fare a meno dell’incontro e dello scontro, di ore con le cuffie, di trovate compositive e ritmiche, di mix e di mastering. Di una parola di conforto quando credi di non farcela.
La nostra collaborazione è tutto questo.

Dopo il 2015 c’è stato un lungo silenzio. Cosa ti ha portato a staccare e cosa ti ha spinto a ritrovare la forza per ripartire?
Non scenderò nei particolari anche perché ogni storia trova il modo di uscire e di essere cantata.
È un tipo di buio in cui ci si incammina da soli, si cammina verso la luce finché gli occhi non si abituano. Finché non ci si abitua anche alla versione peggiore di sé. Occhio all’abitudine, insomma.
Questo nuovo inizio è la conseguenza di ritrovarsi il peggio alle spalle, grazie alla mia famiglia e a un po’ di fortuna.

Come ti sei sentito nel tornare a scrivere e pubblicare musica dopo anni di pausa? C’era paura, entusiasmo, senso di liberazione?
La scrittura delle canzoni è l’unica costante della mia vita.
Le nuove pubblicazioni, così come l’apertura dei social, con la possibilità di accennare i brani anche in forma semplice voce e chitarra, è stata una svolta.
Anche perché esporsi non è mai facile. Quindi riscontrare l’interesse delle persone è senza dubbio una spinta a fare sempre meglio.
Il blocco vero che ho dovuto affrontare – e di cui ancora rimangono alcuni strascichi – è il live. Ma non si può girare attorno alle paure. Perché spesso sono il vero ostacolo alle possibilità.

Il nome “Jonny sulla Luna” ha una storia molto particolare. Cosa rappresenta oggi per te quella figura incontrata per caso?
Quando iniziai a vivere le notti di Bologna, quasi per disposizione geografica, strinsi amicizia con chi si trovava ai margini della piazza – quasi una metafora sociale – clochard, spacciatori, prostitute ecc.
Molto spesso qualcuno di loro, ad esempio Johnny, mi raccontava la sua storia.
J. era un ex sessantottino, lavorava in fabbrica e negli anni ‘80, come tanti, incontrò l’eroina.
Jonny sulla Luna è una dichiarazione di intenti. È raccontare ciò che si cela nel lato oscuro, perché il racconto ha in sé la comprensione.
Perché “chi è causa del suo male pianga se stesso” ci sta portando all’isolamento, alla paura, al capro espiatorio.

Hai partecipato a contest importanti come Je So Pazzo e Premio Santercole: che tipo di riscontro hai avuto e cosa ti porti dietro da quelle esperienze?
Soprattutto al Premio Santercole, mi porto l’incontro e i complimenti di Ernesto Bassignano, uno dei cantautori del Folk Studio insieme a Francesco De Gregori e Venditti.
Per me ha voluto dire tanto.

Nei tuoi testi sembra esserci molta vita vissuta. Quanto conta per te restare fedele a ciò che hai dentro, anche quando fa male?
Non conosco altro modo di scrivere canzoni, che quello di lasciare fluire gli accordi e immortalare le parole che vengono fuori.
E quelle parole vengono fuori dalle storie che ho incontrato, che ho vissuto.
Istintivamente, la catarsi e gli spiragli di luce fanno parte dei miei brani, perché credo che sia giusto – anche cantando della parte più marcia di questo mondo – cercare di lasciare nel proprio punto di vista un punto di svolta.

Dopo anni lontano dai palchi, sei tornato anche con l’attività live. Che sensazione ti ha dato rimetterti di fronte a un pubblico?
Terapia d’urto: voce e chitarra e duecento persone al Premio Santercole. Ciliegina sulla torta: il primo a salire sul palco.
Tornare a casa. È stata un po’ quella la sensazione.
Il contatto visivo e rendersi conto che ti stanno ascoltando è il senso di ciò che faccio.
È il momento in cui ciò che canti acquista un valore, perché è condiviso.

Guardando avanti, quali sono i tuoi desideri per questo nuovo capitolo musicale? Hai già in mente un disco o qualcosa di più spontaneo?
Sì, ho in mente un disco.
Con Giulio pubblicheremo un brano prima della fine dell’estate. E poi inizieremo la lavorazione di un album, che metterà insieme canzoni scritte in momenti diversi: dagli anni di Bologna fino alla prossima canzone che verrà fuori, se avrà un’assonanza con le altre.
Nel frattempo porterò in giro queste canzoni con la mia chitarra. E il resto… all’occorrenza.

Conclusione

Il viaggio di Jonny sulla Luna è fatto di silenzi, ritorni, incontri fortuiti e verità sussurrate tra le corde di una chitarra. Non è solo il racconto di un artista che ha ripreso a camminare dopo essersi fermato, ma di un modo autentico e necessario di abitare la musica. Le sue canzoni non cercano il consenso, ma il contatto. E in un’epoca in cui è facile urlare ma difficile ascoltare, la sua voce ci ricorda che si può ancora parlare sottovoce e arrivare lontano. Sulla Luna, magari.



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