L’Operazione Camarillo è il progetto di Gabriele e Claudia Nigro, fratello e sorella lucani che stanno portando una nuova sensibilità nella scena indie pop italiana. Dopo percorsi formativi differenti, tra conservatorio jazz e studi classici, hanno trasformato il loro equilibrio familiare in un linguaggio musicale condiviso.
Il debutto ufficiale arriva nel 2024 con “Pennette alla vodka”, seguito da singoli capaci di entrare in playlist editoriali e attirare l’attenzione della stampa. Le loro canzoni raccontano sentimenti comuni e quotidiani, tra partenze, nostalgia, innamoramenti, entusiasmi e incertezze.
Con L’Operazione Camarillo la leggerezza diventa un modo per affrontare emozioni complesse, usando melodie pop per sdrammatizzare e osservare la vita con lucidità e ironia. Un progetto giovane, autentico e già in crescita, in attesa dei prossimi capitoli.
Ascolta l’ultimo singolo “Un’altra tesi di laurea” su Spotify:
L’intervista con L’Operazione Camarillo
Quando avete iniziato a scrivere insieme eravate praticamente in guerra. Qual è stato il momento in cui avete capito che quella tensione poteva trasformarsi in un progetto musicale vero?
Forse dopo il primo singolo. “Pennette alla vodka” è uscita solo perché eravamo stanchi di tenerci per noi tutte quelle canzoni. Claudia si è laureata in conservatorio e simbolicamente abbiamo trovato la scusa per far uscire il pezzo. È andata bene e abbiamo preso un po’ di sicurezza. A quel punto abbiamo pensato che valeva la pena continuare.
Provenite da percorsi diversi, tra jazz e studi classici. In che modo queste due anime convivono oggi dentro le vostre canzoni?
In realtà è difficile distinguerle. Sono tendenze che fanno parte di noi e vengono fuori spontaneamente, senza un processo consapevole. Probabilmente nella musica che scriviamo hanno la stessa influenza delle canzoni dei Puffi o dello Zecchino d’Oro a cui eravamo affezionatə da piccolə.
Cosa rappresenta oggi per voi il nome Operazione Camarillo e come racconta il vostro legame?
Il Camarillo dovrebbe essere un uccello e dovrebbe far parte di quegli animali detti simbiotici. Per capirci: come alcuni pesci che si nutrono dei parassiti del coccodrillo, mentre il coccodrillo a sua volta beneficia del trattamento. Sono animali che si aiutano a vicenda per sopravvivere, un po’ come la nostra musica. L’unica pecca è che abbiamo scoperto, solo dopo aver deciso il nome, che forse il Camarillo non esiste, però preferiamo continuare a credere che non sia così.
“Pennette alla vodka” ha segnato il vostro debutto con un riscontro importante. Come avete vissuto l’entrata nelle playlist editoriali e i primi feedback del pubblico?
È stato molto divertente perché all’inizio non conoscevamo l’importanza delle playlist o cosa fosse “New Music Friday”. Ci scrisse il produttore alle 00.30 per dircelo. Noi eravamo sul divano, ci guardammo e facemmo spallucce totalmente indifferenti: “va be, ci sta”. Il giorno dopo abbiamo capito che era successa una cosa bella. Principalmente è stato bello sentirsi apprezzati, è stato gratificante ricevere messaggi o complimenti da sconosciuti. Di solito va tipo così: “oh Cla, hai visto che carinə ci ha scritto unə su Insta?”.
Anche “Intercity 701” ha ottenuto ottimi risultati e attenzione mediatica. Che significato ha per voi questo brano rispetto alla vostra crescita personale e artistica?
“Intercity 701” è stata scritta quando io ero appena partita per trasferirmi a Roma e Gabriele era ancora a casa, in attesa della sua partenza per Torino. È una canzone che ha tanta nostalgia. Si confronta con la mancanza di casa e degli affetti con rassegnazione. Penso che sia una canzone che ci ha uniti di più, proprio come fratello e sorella. Poi l’abbiamo chiamata “Intercity 701” perché è il treno su cui ci siamo ritrovatə per caso mentre tornavamo nella nostra città per registrare il pezzo. Sapevamo di arrivare allo stesso orario, ma non abbiamo pensato di poter essere sullo stesso treno.
Tra “Grissini e Coca” e “Un’altra tesi di laurea” emergono temi come disordine emotivo, adrenalina e insoddisfazione. Quanto c’è della vostra quotidianità dentro questi pezzi?
Credo che ogni strofa, essendo frutto delle nostre mani e della nostra testa, sia inevitabilmente parte di noi, quindi per dare una risposta diretta, direi sicuramente tanto. Essendo in due, ognuno scrive dei pezzi della canzone e poi li componiamo come tasselli. La cosa bella è che, anche quando le parti scritte da mio fratello sono molto personali, io ci leggo comunque altro e le associo al mio vissuto. Diciamo che, anche se la canzone è una sola, per ognuno di noi ha un significato e una storia diversa, un po’ come per chi l’ascolta.
Vi definite portavoce di sentimenti generazionali. Quali emozioni o situazioni sentite più urgenti da raccontare oggi?
Mi piace, quando ascolto una canzone, sentirmi capita. C’è molto della nostra esperienza in quello che scriviamo, ma credo che parlando di noi raccontiamo anche di altrə perché siamo la nostra età e il tempo che viviamo. Mi viene difficile rispondere alla domanda “cosa ci urge raccontare” perché quando componiamo siamo abituati prima a scrivere e poi a capire cosa abbiamo scritto, ma analizzando le nostre penne posso dire che la solitudine e l’incertezza del futuro sono la punta dell’iceberg. Siamo ritenutə parte di una generazione fragile, ma è un peccato che le emozioni che sentiamo debbano essere sottovalutate perché esiste sempre qualcosa di più doloroso e di più grave. Cerchiamo di dare voce alle complicazioni della semplicità nel tentativo di far sentire capiti e meno soli gli ascoltatori.
Il vostro equilibrio da fratello e sorella lo definite fragile. Come riuscite a mantenerlo mentre lavorate insieme a un progetto così esposto?
Semplicemente non lo manteniamo ahahah. In tanti pensano che sia semplice e meraviglioso fare musica a casa, tra fratello e sorella, ma è molto più difficile venirsi incontro e molto più facile mandarsi a quel paese anche per una stupidaggine. Ci diamo le colpe se qualcosa non va bene, ci insultiamo, ma alla fine torniamo comunque a suonare insieme. È come se, senza l’altro, alla nostra musica mancasse proprio quel qualcosa che la fa diventare nostra.
Le vostre sonorità indie pop lavorano molto sulla leggerezza. Quanto è importante per voi sdrammatizzare le emozioni difficili attraverso la musica?
Probabilmente è tutto. Sdrammatizzare non significa non prendersi sul serio, ma ridimensionare e alleggerire le emozioni semplici o difficili che incontriamo quotidianamente. È come strizzare una spugna piena d’acqua. Pensiamo che sdrammatizzare sia una delle armi più importanti nei nostri pezzi e nella vita.
Guardando ai prossimi progetti, in che direzione vi piacerebbe spingere Operazione Camarillo, sia musicalmente che come identità?
Abbiamo un po’ di singoli che ci piacerebbe far uscire, ma in parallelo stiamo pensando a un album. I singoli hanno la loro immediatezza e ci stanno dando l’opportunità di collaborare con altre persone e di conoscerci meglio. Stiamo anche lavorando a delle cover da portare principalmente nei live, rielaborandole a modo nostro per rafforzare la nostra identità e farla conoscere agli altri. L’idea è quella di sperimentare e metterci in gioco senza perdere la leggerezza e i toni che caratterizzano Operazione Camarillo.
Segui L’Operazione Camarillo su Instagram.




