Dentro la mente di Marianna, tra musica e coscienza

31 Gen , 2026 - EMERGENTI

Dentro la mente di Marianna, tra musica e coscienza

Esiste un punto in cui il passato smette di fare male e diventa materia viva, motore, e in quel punto si muove oggi Marianna, che a febbraio 2026 torna con “Abbiamo perso l’intenzione”, una ballad intensa e autobiografica che anticipa il progetto “MELEDETTA_MENTE”. Un brano nato nel 2020 e lasciato maturare nel tempo, fino a diventare una vera istantanea emotiva, pronta finalmente a essere condivisa.

Nel nuovo singolo convivono due traiettorie parallele: il lasciar fluire, inteso come consapevolezza del proprio campo di possibilità, e l’abbandono, necessario per permettere ai rapporti, ai sogni e alle identità di trasformarsi senza spegnersi. Il risultato è un flusso di coscienza che intreccia psicologia junghiana, fisica quantistica e vissuto personale, restituendo una scrittura libera da sovrastrutture e da compromessi di mercato.

Dopo le esperienze a Casa Sanremo Live Box e il percorso con I Visionatici, Marianna conferma una visione artistica coerente e radicale, capace di unire profondità lirica e urgenza contemporanea. Con “Abbiamo perso l’intenzione” apre un nuovo capitolo del suo percorso, invitando l’ascoltatore a togliere la maschera sociale e a rientrare in contatto con la propria essenza più autentica.

L’intervista con Marianna

Da dove nasce l’immagine del “collasso della funzione d’onda” applicata alla tua vita e in che modo questa metafora quantistica si traduce nella tua musica?
Marianna:
“L’immagine del collasso nasce da un bisogno di sopravvivenza. Per anni ho scelto il silenzio e la solitudine come scudo: restare nell’indefinito, nel ‘non detto’, era l’unico modo per non espormi alla fragilità dei rapporti e alla sfiducia che provo verso l’altro. Finché non scegli, finché non ti mostri, resti una possibilità infinita ma astratta. In pratica, non esisti.
La musica è il mio sistema osservatore. È l’unica cosa di cui mi fidi abbastanza da lasciarmi guardare. Quando scrivo, accade il collasso: quel caos di solitudine e sfiducia si condensa in una forma precisa. In quel momento smetto di essere un fantasma sospeso e inizio a esistere. Diciamo che poi negli anni la musica in qualche modo mi ha sempre guardata dandomi esistenza e pian piano anche le capacità per abitarla. Non so come ho iniziato ad abitare me ed ora sto iniziando anche ad abitare la musica.”

Nei tuoi racconti ricorre spesso il tema della sincronicità. Qual è stato l’episodio più forte o inspiegabile che ha realmente cambiato la direzione del tuo percorso artistico?
Marianna:
“Per me la sincronicità non è un gioco del destino, ma un corto circuito. L’episodio più violento è accaduto subito dopo la mia perdita. Io sono una chitarrista, la chitarra era il mio unico confine sicuro. Eppure, quella notte, il dolore ha ignorato la logica: mi sono seduta davanti a una tastiera, uno strumento che non avevo mai toccato, e le mie mani hanno trovato una strada che la mia testa non conosceva. Da quel buio è uscita di getto la melodia di ‘Vedere ciò che senti’. Non è stato un esercizio di stile, ma un atto di pura necessità: era l’unico modo per mandare una carezza a quell’anima pura che avevo perso.
Quella sincronicità tra il mio vuoto interiore e un linguaggio musicale nuovo ha cambiato tutto. Mi ha insegnato che quando le mie barriere crollano, quando smetto di voler controllare lo strumento o il rapporto con l’altro, la musica smette di essere ‘esecuzione’ e diventa un contatto reale. Ha spostato il mio percorso verso una dimensione dove non sono io a suonare, ma è il dolore che usa me per farsi carezza.”

“Vedere ciò che senti” è nato da un lutto improvviso. Cosa hai imparato sul rapporto tra dolore e creatività da quel momento in poi?
Marianna:
“Ho imparato che il dolore ha un suono che ti scortica. Di quella notte porto dentro un’immagine che mi è rimasta conficcata sul cuore: il freddo della camera mortuaria e le urla della madre. Erano urla che rompevano ogni logica, ogni difesa. Io, che ho sempre vissuto nel silenzio e in una solitudine quasi protettiva, davanti a quell’urlo sono rimasta paralizzata. Non avevo parole di conforto, non avevo ‘ponti di fiducia’ da offrire perché non sapevo come gestire una verità così violenta.
La lezione più cruda è stata capire che il dolore non si può spiegare, si può solo trasmutare. Mi sono messa davanti a quella tastiera perché avevo bisogno di trasformare quelle urla e il mio silenzio impotente in una carezza. Ho imparato che la creatività non è un gioco estetico, ma un tentativo disperato di dare una forma armonica a un grido disumano. ‘Vedere ciò che senti’ è nato lì: dalla necessità di tradurre quel ricordo atroce in un atto d’amore verso quell’anima pura, per fare in modo che l’ultima parola non fosse un urlo, ma un suono capace di restare.”

Hai attraversato anni di lavoro nella ristorazione vivendo una “doppia vita”. Come ha influenzato la tua scrittura quel periodo di silenzi, notti lunghe e osservazione costante delle persone?
Marianna:
“In realtà la doppia vita è il mio presente, ma in modo diverso da come si potrebbe immaginare. Lavoro in un disco pub e, paradossalmente, quel caos è la mia ancora di salvezza.
Per una persona che tende a chiudersi nel proprio silenzio e che fatica a fidarsi del prossimo, essere immersa in un ambiente dove la musica è costante e la socialità è spinta al massimo è terapeutico. In quel contesto la musica diventa uno scudo e un legame: mi aiuta a non pensare troppo, a spegnere il rumore bianco dei miei dubbi, a stare in mezzo alle persone senza l’ansia di dover costruire ponti complessi.
Allo stesso tempo mi tiene attaccata alla realtà. Quel mondo mi costringe ad abitare l’esistenza in modo fisico, concreto, impedendomi di sprofondare troppo nei miei abissi. La doppia vita non è un conflitto, ma un equilibrio: il pub mi tiene attaccata alla terra, la musica mi permette di volare senza perdere il contatto con la realtà.”

Parli spesso della tua “Ombra” junghiana. Qual è l’aspetto più difficile che hai dovuto affrontare di te stessa per poterlo trasformare in musica?
Marianna:
“L’aspetto più difficile è stato ammettere la mia profonda sfiducia verso il prossimo e il mio bisogno di isolamento. Per molto tempo li ho vissuti come difetti da nascondere dietro una maschera di normalità.
La mia Ombra è quel vuoto che mi spinge a stare sola, quella parte che ha paura dei legami e che preferirebbe il silenzio assoluto. Trasformarla in musica ha significato smettere di combatterla e iniziare a usarla. Invece di vergognarmi della mia incapacità di costruire ponti, ho iniziato a scrivere partendo proprio da quel vuoto.
Grazie alla musica, quella parte oscura non è più un peso ma un’alleata. Se nel lavoro al disco pub l’Ombra viene messa a tacere dalla socialità, nella composizione prende il comando. Accettare che la mia solitudine non sia una condanna ma una condizione necessaria è stato il passaggio chiave. Esporla significa dire a chi ascolta: ‘Ecco la mia parte più fragile e diffidente, è anche la vostra’.”

Il tuo Salento sembra essere una presenza costante: radice, ferita e cura. Qual è oggi il rapporto tra la tua terra e il tuo processo artistico?
Marianna:
“Il mio rapporto con il Salento oggi è un’estensione della mia musica. Questa terra ha il potere di tenermi la mano come fa una melodia quando mi sento persa.
Per me il Salento è un’eterotopia, un luogo con regole proprie, sospeso tra realtà e mito. È l’unico posto capace di rompere quella mia barriera di sfiducia. Qui il mio collasso d’onda si completa: se la musica è l’osservatore che mi dà forma, il Salento è la materia che mi permette di restare ancorata senza soffocare. È radice, è ferita, ma soprattutto è cura. In questa terra il mio silenzio non è vuoto, è un respiro condiviso.”

“La vertigine del tempo” affronta un tema delicatissimo come la violenza sulle donne. Qual è stato il rischio più grande nel portare una ferita così collettiva dentro una canzone personale?
Marianna:
“Il rischio più grande è stato rompere il mio isolamento. Scrivere di una ferita collettiva significa accettare che la tua voce diventi il megafono di un dolore che non è solo tuo.
In ‘La vertigine del tempo’ il pericolo era tradire quella ferita rendendola solo una canzone. Espormi su un tema simile è stato come abbattere l’ultimo muro: ho dovuto trasformare la mia diffidenza in empatia, smettere di proteggere me stessa per proteggere chi non ha più voce.
La vertigine è proprio questo: guardare l’abisso e accettare di cadere insieme alle altre, sperando che la musica faccia da paracadute. Non volevo trasformare il dolore in spettacolo, ma in una carezza collettiva. Del resto almeno due donne su tre hanno subito violenze in qualche modo, me compresa.”

Il nuovo singolo parla di abbandono e flusso di coscienza. In che modo convivono dentro di te la necessità di controllo e la resa totale all’imprevedibile?
Marianna:
“Convivono come due turni di lavoro opposti. Il controllo è la mia corazza quotidiana: il silenzio che scelgo per difendermi, la precisione quasi ossessiva che mi permette di restare lucida.
La resa arriva quando la musica mi costringe a cedere. Nel pub mi arrendo al caos sociale e al volume, nella scrittura smetto di essere l’osservatore e divento l’onda che si infrange. Controllo tutto per arrivare a quel momento di abbandono in cui non devo più pensare. La musica è l’unico spazio in cui la resa non mi fa paura, ma mi fa sentire al sicuro.”

Il progetto “MELEDETTA_MENTE” sembra un viaggio interiore potente. Che tipo di trasformazione emotiva vuoi provocare in chi ascolta?
Marianna:
“Voglio svelare ciò che normalmente fingiamo che non accada. Viviamo in una recita costante dove dolore, solitudine e pensieri oscuri vengono nascosti per non disturbare. Io ho scelto di rompere il vaso di Pandora.
Non mi interessa la finzione, mi interessa quel momento crudo in cui ammettiamo di essere fragili. Svelare l’indicibile è l’unico modo che conosco per creare un ponte di fiducia reale, non di plastica.”

Guardando al tuo percorso, quali sono oggi le intenzioni che non vuoi più perdere e quali invece hai scelto consapevolmente di lasciare andare?
Marianna:
“Non voglio smettere di svelare ciò che gli altri fingono che non accada. È la mia missione. Non voglio perdere la capacità di sentirmi in un’eterotopia, perché è da quel distacco che nasce la mia visione.
Ho lasciato andare l’idea che la mia solitudine e la mia diffidenza siano limiti. Oggi so che sono strumenti di osservazione. Ho lasciato andare la paura che la mia ‘maledetta mente’ fosse un peso per gli altri. Se la mia verità è scomoda, preferisco che lo sia, piuttosto che essere una finzione rassicurante. Oggi non cerco più di guarire dal mio silenzio, cerco solo di abitarlo con coscienza.”

Il punto della redazione

Con questa intervista, Marianna apre uno spazio raro di ascolto e consapevolezza, in cui la musica smette di essere semplice espressione artistica per diventare atto di presenza. Le sue parole raccontano un percorso che non cerca soluzioni facili né rassicurazioni, ma sceglie di abitare il dubbio, il silenzio e la fragilità come territori necessari.

“MELEDETTA_MENTE” si annuncia così come un progetto che va attraversato. Un invito a guardare in faccia ciò che spesso preferiamo nascondere, a riconoscere che anche la solitudine, la sfiducia e il dolore possono diventare strumenti di verità. Nel racconto di Marianna, la musica resta l’osservatore che dà forma all’esistenza, e l’ascolto diventa un gesto condiviso, capace di trasformare il silenzio individuale in un respiro collettivo.

Ascolta l’ultimo singolo di Marianna:

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