Loue G, classe 1998, nasce a Catania nel quartiere di Librino e si avvicina al rap già a dodici anni. Parte dal rap italiano per poi trovare definitivamente la propria direzione nella scena americana, sviluppando un linguaggio personale che mette al centro autenticità e percorso umano.
Nei suoi brani emergono tematiche reali e motivazionali, legate all’elevazione personale e alla fiducia in sé stessi, senza rinunciare a un suono fresco ma profondamente legato alla cultura hip hop. Accanto alla musica, sviluppa anche un’estetica riconoscibile collaborando con diversi brand di moda nei suoi videoclip, curando immagine e coerenza visiva.
Il nuovo brano insieme a Semola, uscito il 18 novembre, segna un passaggio importante: un approccio più maturo, una consapevolezza diversa e la conferma di una crescita artistica evidente. Con lui abbiamo parlato di crescita, visione e direzione futura.
L’intervista con Loue G
Sei cresciuto a Librino: quanto il quartiere ha influenzato il tuo modo di scrivere e vedere il rap oggi?
Librino è stata la mia prima ispirazione, sia per l’ambiente che per le persone che lo abitano. Lì impari cosa significa la realtà e conosci persone che pur di mangiare farebbero di tutto. Con la scrittura cerco di cogliere le sfumature che altri non vedono: l’unione che c’è tra le persone del mio quartiere oppure quella voglia di fuggire che cito spesso nei miei brani.
Hai iniziato con il rap italiano e poi ti sei spostato totalmente su quello americano: cosa ti ha fatto cambiare prospettiva?
Ho cambiato prospettiva subito dopo aver scoperto la musica di 50 Cent. Mi ha aperto all’ascolto di molti altri rapper. Amo il rap americano perché ha cultura, realtà, talento e tanti rapper underrated nascosti. In America se parli di rap e non sei mai stato in strada non vali niente, in Italia spesso costruiamo personaggi criminali anche a chi prendeva 3000 euro al mese. Sono prospettive totalmente diverse.
Nei tuoi pezzi parli spesso di elevazione e fiducia in sé stessi: sono messaggi che nascono da esperienze personali precise?
Certo, soprattutto dalla scoperta e dallo studio della meditazione. In un mondo dove ti impongono di correre a 200 all’ora, trovare uno spazio per chiudere gli occhi e non pensare sembra impossibile. La meditazione insegna che ogni giorno possiamo mettere un granello nella nostra bontà d’animo e nella nostra evoluzione interiore. Mi piace parlare all’anima e non alla materia, scaturire un’emozione che venga da dentro.
Lavori anche con brand di moda nei video: quanto per te è importante l’estetica nella costruzione di un artista?
L’estetica per me è fondamentale. Un progetto valido deve avere brano, location, outfit e intenzione artistica in armonia tra loro. La moda è più della semplice musica, è uno stile di vita e un modo di esternare arte, colore ed eccentricità. Con Triangolo Swag ho un sodalizio da anni, ma presto collaborerò con un altro stilista molto forte.
Come trovi l’equilibrio tra sound fresco e rispetto della cultura hip hop classica?
L’ascolto dell’America aiuta molto, perché propone artisti freschi con un pizzico di old school. A me piace mischiare generi diversi con l’hip hop, parlare di temi attuali con un tocco nostalgico. Tutto il rap, trap e drill è una figata, ma quell’estetica anni 80, 90 e 2000 rimarrà sempre nel mio cuore, anche se facessi drill.
Il nuovo brano segna un approccio diverso dal passato: cosa è cambiato nella tua testa prima ancora che nella musica?
Nella mia testa è cambiato tanto. Venivo da un contesto particolare, col tempo ho imparato a calmarmi e a usare la musica come valvola di sfogo e antistress. Dopo 12 anni sulle basi ho acquisito skill, non solo di flow ma di mentalità sull’industria musicale. Questo brano vuole essere una critica sociale a chi sui social mostra solo il lato triste per fare numeri invece di concentrarsi sulla propria crescita personale.
Quando dici di sentirti cresciuto e maturato, in cosa si sente di più nelle tue nuove tracce?
Nei concetti che esprimo, nell’elevazione della mia spiritualità e negli insegnamenti che cerco di trasmettere. La mia musica oggi è molto più consapevole. La mia penna ha sofferto e si è rialzata tante volte. La differenza è che adesso non soffre più ma mi aiuta a non farlo. Voglio far capire che a volte basta un’abitudine semplice per stare in armonia con l’universo.
Oggi per emergere conta più la tecnica, l’identità o la costanza?
Direi identità e costanza. La tecnica purtroppo con gli anni è passata in secondo piano. Oggi se non hai un personaggio forte e non sai mantenere l’attenzione, dopo qualche mese nessuno si ricorda di te. Una volta dovevi andare ai contest di freestyle per farti un nome, adesso è una gara all’esposizione. Vedo tanti rapper validi ma sempre meno spazi dove suonare davvero.
Che scena rap vedi attualmente a Catania e che ruolo pensi di avere al suo interno?
A Catania la scena rap è diventata fortissima. Da Skinny a Shaka Muni, Emme Effe e Ivanbi, la Sicilia sta sfornando talenti esplosivi e vuole prendersi tutto il nord Italia. Io mi considero fortunato perché vivo tra la scena catanese e quella romagnola, cercando di unire e portare in alto entrambe. È un lavoro duro, ma noi isolani ci prenderemo la rivincita.
Se dovessi descrivere il “nuovo” Loue G in tre parole, quali sceglieresti e perché?
Elevazione, concentrazione, emozione. Elevazione perché ogni giorno cresco interiormente. Concentrazione perché so dove voglio arrivare. Emozione perché in tutto quello che faccio deve esserci, altrimenti non ha senso farlo.
Il punto della Redazione
La chiacchierata con Loue G restituisce l’immagine di un artista che ha scelto di trasformare il rap in un percorso personale prima ancora che musicale. Dalle radici a Librino fino a una visione sempre più consapevole, si muove tra identità, crescita interiore e voglia di raccontare la realtà senza filtri ma anche senza maschere proprie. Il suo percorso oggi appare definito e poco legato all’urgenza di dimostrare qualcosa, quanto piuttosto alla necessità di esprimere. Ed è proprio partendo da questa condizione che si può costruire.

Segui Loue G su Instagram.




