Samsara ci porta nel suo mondo

16 Gen , 2026 - EMERGENTI

Samsara ci porta nel suo mondo

Questa intervista con Samsara ci porta dentro l’universo di una cantautrice bolognese che fonde pop ed elettronica in un linguaggio personale, energico e profondamente introspettivo. Il progetto nasce nel 2024 e in poco tempo ha già definito un’identità riconoscibile, attraversata da caos interiore, poesia quotidiana e una costante ricerca di autenticità emotiva.

Nei suoi singoli, da Caotica e Ikigai fino all’ultimo brano Vita gitana, convivono fragilità e forza, luce e contraddizione, trasformando ciò che spesso fatichiamo a raccontare in qualcosa di condivisibile. La sua musica vuole far ballare il corpo mentre l’anima respira, oscillando tra energia urban e momenti più intimi.

Alle spalle ha una solida formazione: dodici anni di canto, studi di pianoforte, un percorso accademico al DAMS e corsi avanzati di songwriting e produzione musicale. Premi, semifinali nazionali e riconoscimenti confermano un percorso in crescita, ma sono la sensibilità e la visione artistica a distinguere davvero Samsara. Ora entriamo nel suo mondo, tra caos, consapevolezza e nuove prospettive creative.

L’intervista con Samsara

La tua musica nasce dal “desiderio di dare voce al caos interiore”. Come definiresti oggi quel caos e in che modo è cambiato rispetto ai tuoi primi singoli?

Quando ho iniziato questo percorso il caos era rumore, qualcosa di istintivo che metteva insieme tante emozioni senza un ordine preciso. Oggi quel caos è cambiato, semplicemente perché ho imparato ad ascoltarlo e a farlo parte di me. In realtà è proprio di questo cambiamento, e di questo “lieto fine” del caos, che tratterà il mio prossimo brano, in uscita il 30 gennaio!

Nei tuoi testi convivono fragilità e forza. Qual è il momento in cui queste due dimensioni smettono di essere in conflitto e diventano musica?

La fragilità nasce quando scrivo, è il momento che mi prendo per sentire tutto. La forza arriva quando trasformo quelle parole in musica, quasi come una terapia. Il punto in cui queste due dimensioni smettono di essere in conflitto è quando sono sul palco, quando le porto alle persone. Questo perché in quel momento non sono più solo mie, ma diventano qualcosa di condiviso.

Hai spesso parlato di una vibrazione interiore che tutti portiamo dentro. Qual è stata la scintilla personale che ti ha fatto capire che quel tumulto poteva trasformarsi in un progetto artistico?

La scrittura è sempre stata il mio modo di dare sfogo alla vibrazione: prima con i diari segreti, poi con le canzoni. La vera vibrazione, però, l’ho sentita quando ho capito che quel tumulto non si sarebbe mai “curato” se non mi fossi buttata al cento per cento nel seguire il mio sogno. È successo tre anni fa, a Lanzarote. Ero circondata da paesaggi incredibili e, probabilmente ispirata da tutta quella bellezza, ho capito che dovevo iniziare a inseguire anche la mia.

Nel tuo immaginario c’è un equilibrio costante tra corpo ed emozione. Come nasce il tuo modo di unire sonorità elettroniche e pop mantenendo però un cuore molto umano?

Ho sentito il bisogno di creare una musica che rispondesse alle diverse parti di me. Per questo i miei brani sono pensati sia per chi vuole ballare senza pensare, sia per chi cerca un momento di riflessione e di crescita personale.

In “Ikigai” parli di scopo, identità e ricerca interiore. Qual è stata la fase più difficile nel trovare il tuo “perché” artistico?

Sono sempre stata una persona con mille passioni e tante battaglie da voler combattere e questo ha reso per me molto difficile capire quale potesse essere la mia “causa”, il mio “perché” artistico. A un certo punto ho capito che è proprio questa ricerca continua di comprensione di noi stessi, dei nostri perché, e il non aver paura di farlo, a essere alla base di tutto il mio progetto.

“Vita Gitana” porta una dimensione più libera, nomade, quasi rituale. Qual è l’immagine da cui hai iniziato a costruire questo brano?

Il Salento per me è diventato ormai una seconda casa. Lì ho visto e conosciuto tante persone che per dovere o volere, si ritrovano a vivere lontano dalle proprie radici, da una terra che amano profondamente. Allo stesso tempo, però, ho capito quanto siano capaci di portarle con sé, ovunque vadano. Da lì è nata l’immagine di Vita Gitana: l’idea che non saremo mai davvero lontani dalle nostre origini, se impariamo a portarcele dentro.

Il tuo percorso di studi è molto articolato: canto, pianoforte, songwriting, produzione. Qual è l’aspetto tecnico che senti di aver integrato maggiormente nella tua identità attuale?

Sicuramente il songwriting. Come già ho detto, la scrittura è sempre stata per me un mezzo per tirare fuori quello che ho dentro e, una volta imparato con lo studio a dare una direzione a questo flusso di coscienza, è diventata per me davvero terapeutica ed essenziale.

Hai collezionato molti riconoscimenti: Premio De André, Amnesty, Lunezia, Tour Music Fest. Qual è quello che ti ha segnata di più e perché?

Il Premio Lunezia, perché è stato il primo riconoscimento arrivato con il nuovo progetto. Mi ha dato la conferma che stavo andando nella direzione giusta e mi ha fatto credere ancora di più in quello che stavo costruendo.

Il tuo progetto nasce nel 2024 ma ha già una direzione molto chiara. Qual è la visione a lungo termine per Samsara nei prossimi due anni?

L’obiettivo è quello di consolidare il progetto con nuova musica e un’identità sempre più definita, sia musicalmente che visivamente. Vorrei poi portarlo dal vivo il più possibile e fare in modo che sempre più persone possano sentirsi rappresentate.

Conclusione

La nostra chiacchierata con Samsara ci lascia la sensazione di un percorso in pieno movimento, fatto di consapevolezza, studio e una visione che cresce passo dopo passo. La sua musica continua a trasformare il caos in energia e introspezione, rimanendo fedele a un linguaggio emotivo che vuole essere condiviso, non trattenuto. Tra nuovi brani, un’identità sempre più definita e il desiderio di portare il progetto dal vivo, Samsara appare oggi come un’artista in evoluzione, determinata a costruire un universo sonoro dove fragilità e forza possano convivere senza paura. Un viaggio appena iniziato, ma già capace di parlare, toccare e farsi ricordare.

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