Il 13 giugno 2025 torna “Negli Anni Luce”, album d’esordio della band bolognese iBerlino, nella sua versione definitiva e rimasterizzata. Pubblicato per la prima volta nel 2014 per La Bionda Records, il disco viene oggi riproposto con una nuova tracklist e tre brani inediti, restituendo finalmente un progetto che, all’epoca, aveva già lasciato il segno nella scena indipendente italiana.
Il lavoro di remaster è stato curato da Lorenzo Lambertini, produttore storico del gruppo, mentre la selezione e la riorganizzazione della scaletta è opera di Mirko Di Francescantonio, voce e leader del collettivo. Il risultato è un album che conserva la grana emotiva e urbana dell’originale, arricchito però da una nuova consapevolezza artistica. Il disco attraversa cantautorato, pop, rock ed elettronica, raccontando sogni, fratture e malinconie metropolitane, con la città di Bologna sempre sullo sfondo.
Questa nuova edizione non è un semplice restyling, ma un atto d’amore verso il tempo, verso il concetto di collettivo e verso quelle canzoni che, solo ora, sembrano trovare la loro vera collocazione. Ne abbiamo parlato con Mirko e Lorenzo, per capire cosa significa oggi ripubblicare un debutto uscito più di dieci anni fa, tra ricordi, nuove visioni e tre inediti rimasti in sospeso troppo a lungo.
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L’intervista con iBerlino
Come mai avete sentito oggi il bisogno di riportare in vita “Negli Anni Luce”? C’è stato un momento preciso che ha riacceso la scintilla?
E’ stato Lorenzo Lambertini che aveva questo pallino da un pò. Voleva dargli una spolverata riequilibrando il disco, a livello di equalizzazione, con i successivi che ha prodotto. Poi era successa una cosa singolare: l’album era sparito misteriosamente dai digital e le copie fisiche erano finite. Il nostro primo disco era svanito, come se non fosse mai esistito: è come se ti avessero cancellato degli anni, come se non avessi più alcuna fotografia dei 34 anni e delle nostre scanzonate in giro. Un buco che non poteva esserci.
Oltre alla rimasterizzazione, avete anche riassemblato la scaletta. In che modo questa nuova tracklist racconta meglio la vostra identità di allora?
Completa meglio il racconto di tutto quel periodo, l’anno 2014, che non fu fatto solo dall’uscita del disco, ma, nei mesi successivi, da live e altre uscite. “Follie d’autunno” è un brano che uscì come EP qualche mese dopo e “Il quarto uomo sulla luna (night motive version)” fu pubblicato su una compilation collettiva. Eppure accadde tutto nello stesso anno. Tutto questo ha completato un disco che era già uscito: i componenti della band erano quelli. Erano cose destinate a un disco successivo, sì, ma la loro matrice era “Negli anni luce”. Rimettendo tutto insieme, adesso suona tutto più completo, soprattutto come influenze dell’epoca. Probabilmente questa riedizione avremmo dovuto chiamarla “2014” ma il fatto che la scaletta di quell’album si sia completata solo ora, 11 anni dopo, mi ha stupito. E’ come se fosse uscito tutto ora, come assemblaggio.
Lavorare su brani di dieci anni fa significa anche fare i conti con se stessi: come è stato per voi tornare dentro quelle versioni più giovani di voi stessi?
Per me è stato come editare un’altra persona. Avevo un’altra età, una mentalità diversa e scrivevo cose diverse rispetto ad ora. Vi dico la verità, faccio un pò fatica a cantare “Il giardino delle fragole” nei live attualmente, lo trovo molto disimpegnato come testo, irritabilmente troppo. Però è un brano che diverte gli altri a livello strumentale. Ho trovato “quest’altra persona”, me stesso, un ragazzo irritante ma anche interessante, ascoltandolo ora. Mi piace come suona questo disco di questi giovani sconosciuti, sono molto cupi e molto dolci.
Tre inediti trovano ora finalmente casa in questo disco. Ci raccontate qualcosa sul loro significato e sul perché avete aspettato così tanto a pubblicarli?
Abbiamo aspettato tanto perché questi 3 inediti, insieme a “Follie d’autunno”, dovevano finire su un successivo album che non è mai arrivato. Questo album fantasma doveva essere il successivo a “Negli anni luce”. Poi io e Fab abbiamo iniziato a frequentare club notturni e ci siamo innamorati dell’elettronica e abbiamo fatto qualche imperdonabile casino escludendo gli altri. Bastava semplicemente lavorare parallelamente ad altro.
“Carillon” è una delle nostre prime composizioni, fu registrata nella nostra cucina/sala prove. La facevamo sempre dal vivo, la gente cantava quel “ta ta ta ta ta ta ta ta” ma non l’avevamo mai pubblicata. Ci sembrava troppo sbarazzina, ma in fondo noi lo eravamo. Un altro brano che la gente si divertiva a cantare nei live era “Whisky e Polvere”, una grande esclusa su disco per anni. Quando mi capita di essere in qualche osteria e tirano fuori una chitarra, è il brano che suono, anche se fin’ora è rimasto inedito. E poi c’è “Ombra sulla mia bianca età”; un giorno ascoltai al TG la notizia di un padre che aveva ucciso il figlio. La cosa mi colpì così tanto che scrissi questo brano quel giorno stesso. Forse il primo brano “sociale”, ma si sente che non è vissuto ma immaginato. Bisogna vivere i testimoni, fare loro domande, indagare meglio quando si cantano queste cose. Se le immagini si sente. In certe situazioni non puoi fare un reportage con il teleobiettivo da lontano, diceva Oliviero Toscani: bisogna scendere giù e sporcarsi le mani. Credo che sia così anche per lo scrivere i testi. Per 10 anni mi sono tormentato su dove inserire queste tracce, ma la risposta era già chiara: a casa loro, nel primo disco, ciò che li ha generati.
C’è una frase molto potente che avete scritto: “i nostri brufoli sono tutti lì dove li abbiamo lasciati”. È un disco che non nasconde le imperfezioni?
No, le abbiamo lasciate lì. Va bene rieditare un album, ma non coprire “le macchie sul tuo volto”, come scriveva Paul Auster e come abbiamo citato nella nostra canzone, sono anche i nostri errori che ci hanno reso quello che siamo: delle persone un po’ più consapevoli. Senza le cicatrici, non sei la stessa persona.
Com’è stato per Lorenzo Lambertini rimettere mano a un lavoro tanto emotivo? Quanto ha influito il suo tocco nella resa finale di questa versione 2025?
Passo la palla a Lorenzo stesso per la risposta, che è la sua:
Quando Mirko mi ha proposto il progetto, ero già emotivamente pronto. Sentivo che era il momento giusto. Lasciare la mia impronta sonora su qualcosa che, anni fa, avevo assorbito in profondità era quasi un’urgenza. Un bisogno vero, necessario, per chiudere un cerchio rimasto aperto. E mentre ci lavoravo, mi portavo dentro anche una forte curiosità: mi chiedevo cosa si aspettassero gli altri della band. Come avrebbero accolto il mio contributo, come avrebbero vissuto anche loro questo ritorno. Volevo che fosse un processo il più possibile sincero, rispettoso di quello che era stato, ma anche aperto a ciò che siamo diventati oggi. Restare fedele, ma senza paura di metterci dentro tutto me stesso.
La cosa interessante è che la base di partenza per il suono del remaster sono stati proprio gli stessi strumenti che stavo usando per i miei nuovi progetti. Questo ha reso il lavoro ancora più naturale: c’era un ponte diretto tra ciò che ero allora e ciò che sono adesso, senza forzature. È stato come un dialogo tra due versioni di me, che finalmente trovavano un linguaggio comune.
Le canzoni dei iBerlino sono registrate con apparecchiature casalinghe, grezze e rumorose… molto rumorose ma è da qui che ho iniziato ad imparare a convivere con questo sound.
Con materiale audio già “colorato” ho cercato di bilanciare i toni cercando di dare tridimensionalità e trasparenza pur mantenendo quell’effetto di grana come nelle pellicole.
Sembra facile da descrivere ma si tratta di lavorare su aspetti sottili e probabilmente solo io li riesco a riconoscere ma io sono fatto così.
In cosa “Negli Anni Luce” ha influenzato il vostro percorso successivo? Ci sono semi lì dentro che sono poi germogliati nei dischi successivi?
Direi che “Il quarto uomo sulla luna (night motiv version)” aveva già anticipato “Hai mai mangiato un uomo?” come cupezza e qualcosa di “analog:ca” ad esempio. Era trip hop.
Vi definite più un collettivo che una band. In cosa consiste oggi questo spirito collettivo e come si riflette sul vostro modo di fare musica?
Se sei una band devi trovare tutti d’accordo su un genere, su un testo, su una canzone, su delle influenze. Questo vuol dire che il 70% delle idee e sperimentazioni rischiano di essere bloccati. Siamo rimasti fermi degli anni quando “eravamo una band”. Ti faccio un esempio: alcuni nella band non amano troppo l’elettronica, altri invece non amano i miei testi più “sociali”. Che si fa? Come collettivo possiamo lavorare anche in piccoli gruppi di lavoro e su generi diversi. Chi vuol partecipare partecipa a una canzone, nessuno è vincolato, ma il gruppo vive e fa esperienze diverse, il repertorio si arricchisce e comunque chiunque se vuole partecipa ascoltando e dando consigli. E’ un modo per non porci limiti ma poter fare qualsiasi genere e affrontare qualsiasi tema usando qualsiasi strumento.
Bologna è da sempre lo sfondo delle vostre storie. Che città era quella di dieci anni fa che sentite vibrare in questi brani?
Era una città dove si cambiava appartamento molto più facilmente e questo aveva un ruolo sociale fondamentale. La cucina ha avuto un ruolo importante ne iBerlino: è stata la prima sala prove per anni, in una casa o nell’altra. Si dice che io e Fab siamo stati tra i coinquilini più longevi di Bologna, siamo stati una band in casa per circa 10 anni.
Ora credo che sia un grande problema quello degli affitti, guarda come se la stanno vivendo gli studenti: in maniera drammatica; c’è chi dorme in auto e chi affitta il letto piuttosto che la stanza. Si sarebbe creata una dimensione fertile per iBerlino oggi? Molto più raramente. Non era così Bologna. E poi c’erano alcuni locali più autentici e meno turistici: la notte era più pura, era più acre come l’odore di urina. Ora è più “ingessata” consentitemi il doppio senso: è piena di lavagnette con menù turistici. Tuttavia, le periferie restano le zone più interessanti. Anche a livello musicale.
Dopo questo ritorno alle origini, quali saranno i prossimi viaggi temporali per iBerlino? State già lavorando a qualcosa di nuovo?
Stiamo lavorando a un disco da 5 anni con una formazione sempre più mista. Da parte mia ho capito che ci sono cose più interessanti che raccontare di me, nei testi; storie di altre persone spesso letteralmente eroiche che ho voluto incontrare di persona per poter scrivere cose nuove, avere termini che altrimenti non avrei avuto. Sto tormentando Mimmo Lucano da qualche tempo ad esempio, vediamo se riuscirò a chiudere un brano: ho bisogno di alcuni termini che lui può darmi riguardo un brano ispirato a quando lo hanno arrestato. Voi chi chiederete chi mi credo di essere per disturbare un personaggio così. Sono uno che sta cercando di scrivere testi veri e inediti innanzitutto per me. La musica per me sta diventando un viaggio, a volte in tragedie di cronaca, a volte in rinascite. Ma è tutto basato sull’ascolto: non puoi far musica se non sai ascoltare, non puoi scrivere testi se non sai ascoltare. Non si può immaginare una storia, non la si può raccontare da lontano, ti devi sporcare le mani. Non tutti nella band sono d’accordo con questa mia attuale piega “sociale”, e questo sta rallentando un po’ i lavori. Ma non sono più un 27enne e amerei fare un disco così, almeno uno, con questi testi. Credo che tutte queste storie siano molto più interessanti delle mie turbe interiori di cui ho già ampliamente raccontato negli altri album. Come “Negli anni luce” ad esempio.





