4 chiacchiere con i The Hellcat dopo l’ultimo EP

7 Giu , 2025 - EMERGENTI

4 chiacchiere con i The Hellcat dopo l’ultimo EP

The Hellcat non chiedono scusa. Né per i riferimenti ingombranti, né per la sincerità del loro primo EP. Wish I Wasn’t A Monkey, uscito per Mosho Dischi, è un piccolo manifesto in quattro tracce: post-punk raffinato, brit-rock impolverato, una forte identità visiva e testi che flirtano con la disillusione e la poesia urbana.

“Sembrano gli Arctic Monkeys”, hanno detto in molti. Ma i The Hellcat non si nascondono: questo EP è l’atto 0, il punto di partenza, un archivio di emozioni sincere messe in ordine prima di voltare pagina. La scrittura in inglese, il sound ruvido ma elegante e l’artwork provocatorio sono indizi di una band consapevole e in piena trasformazione.

Dal noir di Dorothy’s Dance alla velenosa Femme Fatale, i The Hellcat costruiscono un immaginario vivido e cinematografico, tra pub chiusi, luci basse e sogni storti. Li abbiamo intervistati per capire cosa si nasconde dietro questo EP e cosa dobbiamo aspettarci dal futuro.

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L’intervista con i The Hellcat

1 “Wish I Wasn’t A Monkey” è un titolo ironico ma anche profondamente consapevole. Cosa rappresenta davvero per voi questa frase?
È la consapevolezza di essere derivativi ma, nella nostra dimensione, anche “originali”. Siamo profondamente influenzati da un certo immaginario musicale e spesso, con un pizzico di autoironia, ci siamo detti “non volevamo essere così”… ma sotto sotto ci piace. È un paragone che ci accompagna dal giorno zero, consapevoli — nel bene e nel male — di tutto ciò che comporta. Un’eredità che, prima o poi, qualcuno doveva pur prendersi (si scherza, ovviamente).

2 Avete detto che all’inizio vi dava fastidio essere paragonati agli Arctic Monkeys. Quando è cambiato quel fastidio in una spinta positiva?
Ognuno di noi ha vissuto quella “spada di Damocle” in modo diverso: c’è chi ha visto il paragone come un’accusa di scarsa originalità, e chi invece come un complimento. Alla fine parliamo di una delle band più iconiche degli ultimi vent’anni. Non c’è stato un momento preciso: è stata una consapevolezza maturata nel tempo, soprattutto grazie all’esperienza dei live. E poi… la cultura degli “snowflakes”, come direbbe Fight Club, ci sta anche un po’ stretta.

3 Questo EP è il vostro “atto zero”. Che cosa vi ha fatto capire che era arrivato il momento giusto per farlo uscire?
Il tempo e l’affetto. Questi brani erano lì da un paio d’anni, pronti ma bloccati da mille vicissitudini. Nascono da un disco ormai “fantasma”, e questi quattro pezzi sono quelli che ci sembravano più coerenti con la direzione che abbiamo scelto insieme a Mosho Dischi. Rappresentano una versione pura — e forse fragile — di chi eravamo. Sono un marchio su quella fase della nostra vita, un punto di partenza. Il nostro atto zero. Che romanticoni, eh?

4 C’è qualcosa che lega tra loro i quattro brani, nonostante siano diversi? O li vedete più come fotografie indipendenti?
C’è assolutamente un filo conduttore. Questi brani facevano parte di un concept più ampio, un tributo d’amore al cinema e alle sue colonne sonore. Ogni traccia rappresenta un genere che amiamo, una piccola storia, un mini cortometraggio. In futuro, magari, pubblicheremo il resto. Chissà… un sequel?

5 I testi sono in inglese e il sound è elegante ma ruvido. Vi sentite più vicini alla scena italiana o a quella anglosassone?
La parola chiave è naturalezza. Veniamo tutti da mondi diversi: glam rock, blues, folk, pop. L’unico genere che ci ha unito davvero è stato l’indie rock, il post-punk, quel mondo lì. E la lingua inglese è stato il mezzo più naturale per esprimerci. Non è una scelta di stile, ma di istinto.

6 “Femme Fatale” è una bomba post-punk con anima pop. È stato naturale sceglierla come singolo apripista?
Assolutamente sì. È forse il nostro brano meno barocco, quello più diretto, quello che live ci dà sempre una scarica di adrenalina. Anche chi non la conosceva finiva per restituirci energia. Ci sembrava il miglior biglietto da visita per far capire subito chi siamo e cosa vogliamo trasmettere.

7 In “Werewolves Never Got Me Scared” parlate di paure intime e reali. Che ruolo ha per voi la vulnerabilità nella scrittura?
È un titolo buffo, ma il tema è serio. I lupi mannari non fanno paura, le persone sì. Noi tendiamo a raccontare tutto con un certo sarcasmo, anche ciò che è delicato. Più che sentirci vulnerabili, ci sentiamo registi delle nostre storie. Forse è una forma di scudo, o forse è semplicemente il nostro modo di affrontare la scrittura: costruire mondi da abitare, reali o immaginari.

8 Il vostro immaginario è molto cinematografico. Quando componete, avete già in mente un’estetica visiva o nasce tutto dalla musica?
Per questo EP assolutamente sì. L’idea è nata in piena pandemia, e il cinema è diventato il nostro rifugio. Ogni brano aveva un riferimento: Werewolves è horror, Dorothy’s Dance è un dramma felliniano, Femme Fatale è noir, You Only Die Twice è uno spy movie. Anche nei singoli precedenti c’erano echi cinematografici: One-Eyed Jacks è Lynch puro, Glimpse Of The Moon sembra un sci-fi low budget. Ci piace immaginare personaggi, colori, ambienti. È parte del gioco.

9 Parliamo dell’artwork: una banana alla Cattelan sostituita da un peluche di gatto nero. Come nasce questa provocazione?
È una provocazione riletta. Cattelan ha attaccato una banana con lo scotch; noi ci siamo messi un peluche di gatto nero. Al posto del mercato dell’arte, il mercato dell’indie rock. Quel gatto eravamo noi: bloccati, inchiodati da estetiche troppo ascoltate. Ma ora abbiamo capito che è solo l’inizio. Questi pezzi sono effimeri, come la banana che marcisce, ma fondamentali per raccontare da dove siamo partiti.

10 Il vostro EP sembra chiudere una fase e aprirne un’altra. Che suono dobbiamo aspettarci dai prossimi brani?
Se c’è qualcosa che vogliamo inseguire davvero, è l’eterogeneità. Vogliamo essere una band che può cambiare pelle, sorprendere, ma rimanere riconoscibile. Se questo EP vi ha dato anche solo un briciolo di stupore… speriamo di potervene dare ancora di più.

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