“Eco del cuore” di Erica Fabbri nasce da un’esperienza reale e profonda, trasformando il dolore della perdita in un racconto intimo ma universale. La canzone si muove tra assenza e memoria, restituendo uno spazio emotivo in cui chi ascolta può riconoscersi, trovando nei ricordi una forma di presenza che continua a vivere nel tempo.
Cantautrice originaria di Cesena, Erica Fabbri costruisce il proprio percorso artistico partendo da una forte connessione con la musica sin dall’infanzia, sviluppata attraverso anni di studio e ricerca vocale. Le sue influenze spaziano tra soul, blues e rock, elementi che si riflettono in uno stile personale capace di unire intensità ed eleganza, senza mai perdere di vista la verità emotiva.
Dalle prime pubblicazioni in inglese fino ai lavori più recenti con Epicentro Dischi, Erica ha mostrato una continua evoluzione, passando da sonorità internazionali a una scrittura più diretta e consapevole in italiano. Con “Eco del cuore”, presentato anche a Sanremo Giovani, l’artista firma uno dei suoi brani più profondi, confermando una direzione artistica sempre più autentica e riconoscibile.
Intervista con Erica Fabbri
1 Come nasce “Eco del cuore” e quanto è stato difficile trasformare un dolore così intimo in qualcosa di condivisibile?
Devo dire che non è mai semplice affrontare e raccontare certi temi, anche se fanno inevitabilmente parte del ciclo della vita. Trasformare un dolore così intimo in musica è stato un processo delicato, a tratti anche difficile, perché significa esporsi e rivivere emozioni profonde. Allo stesso tempo, però, l’ho sentita come una vera e propria chiamata: avevo bisogno di farlo, soprattutto per Kevin, il ragazzo di mia sorella, venuto a mancare dopo un incidente. Scrivere questa canzone è stato il mio modo per dargli voce, per ricordarlo e, in qualche modo, per condividere quel dolore trasformandolo in qualcosa che potesse arrivare anche agli altri.
2 Nel brano parli di assenza ma anche di presenza attraverso i ricordi: che rapporto hai oggi con quella memoria? È più conforto o più ferita?
Direi che è stato un percorso graduale, fatto di tante fasi diverse. Dopo una perdita così importante si attraversa un vortice di emozioni: dalla rabbia alla frustrazione, dal senso di colpa a una profonda tristezza. Non è stato semplice elaborare tutto questo, anzi, è stato un processo lungo e a tratti faticoso. Col tempo, però, qualcosa cambia. Si arriva a una maggiore consapevolezza, a un modo diverso di guardare a ciò che è stato, e nasce anche un senso di gratitudine per aver condiviso un pezzo di vita con quelle persone. Oggi il ricordo è diventato soprattutto conforto: porto dentro di me chi non c’è più con un sorriso, felice che abbia fatto parte del mio cammino. La ferita non scompare del tutto, ma si trasforma in qualcosa di più dolce, che continua ad accompagnarmi ogni giorno.
3 L’immagine dell’“eco” è molto forte: cosa rappresenta per te questo eco del cuore?
Per me l’“eco” è il simbolo di ciò che resta, anche quando una persona non è più fisicamente presente. È la memoria che continua a risuonare dentro di noi, fatta di ricordi, emozioni, parole e momenti condivisi che non svaniscono davvero. È come una traccia viva, che torna nei pensieri, nei gesti quotidiani, nelle piccole cose. Un richiamo silenzioso ma costante, che ci accompagna nel tempo. In questo senso, l’eco rappresenta proprio il legame che non si spezza: qualcosa che continua a vivere dentro di noi e che, in qualche modo, ci tiene ancora vicini a chi abbiamo amato.
4 Nel testo ci sono immagini molto visive: quanto lavori sulle immagini rispetto alle parole dirette?
Mi ritengo una persona che pensa molto per immagini, quindi quando scrivo tendo naturalmente a partire da lì. Le immagini, per me, hanno una forza immediata: riescono ad arrivare in modo più diretto ed emotivo, soprattutto quando si tratta di esprimere concetti astratti o sentimenti difficili da spiegare a parole. Per questo nel mio modo di scrivere hanno un ruolo centrale: mi aiutano a tradurre emozioni complesse in qualcosa di più concreto e condivisibile. Le parole dirette arrivano dopo, quasi come un completamento, ma sono le immagini a guidarmi davvero nel racconto.
5 La frase “siamo istanti ma distanti” racchiude molto del brano: cosa significa per te oggi essere distanti da qualcuno che senti ancora vicino?
Per me oggi essere “distanti” significa accettare una distanza che è solo fisica, ma non emotiva. È la consapevolezza che quella persona non è più accanto a me nella quotidianità, ma continua a vivere nei ricordi, nei pensieri, nelle sensazioni che tornano all’improvviso. “Distanti” non vuol dire davvero separati: è più una forma diversa di presenza. È sentire qualcuno vicino anche senza poterlo vedere o toccare, nei piccoli gesti, nei momenti di silenzio, in tutto ciò che, in qualche modo, continua a riportarti a lui. Oggi questa distanza fa meno paura, perché ho imparato che il legame non si interrompe, si trasforma.
6 Musicalmente arrivi da influenze diverse: come hai costruito il suono di “Eco del cuore”?
“Eco del cuore” è nato in modo molto naturale, cercando prima di tutto di rispettare l’emozione del brano. Sono partita dalle mie influenze più intime, soul, blues e rock, perché sentivo il bisogno di un suono caldo, essenziale, capace di lasciare spazio alle parole e al significato. Rispetto ai miei lavori precedenti, questo brano è sicuramente più intimo e diretto: ho tolto il superfluo per arrivare a qualcosa di più autentico, dove ogni scelta musicale fosse coerente con quello che volevo trasmettere.
7 Hai presentato il brano per Sanremo Giovani: cosa rappresenta per te questo passo?
Presentare “Eco del cuore” a Sanremo Giovani rappresenta per me un passo molto importante, sia a livello artistico che personale. È un modo per mettere a nudo una parte profonda di me e condividerla su un palco così significativo, dando ancora più voce a una storia che sentivo il bisogno di raccontare. Al di là del risultato, è un’opportunità di crescita e di confronto, un momento in cui mettermi in gioco davvero e capire ancora meglio chi sono come artista. È anche una conferma del percorso che sto facendo: portare qualcosa di autentico, in cui credo profondamente, e farlo arrivare al pubblico nel modo più sincero possibile.
8 Nei tuoi lavori precedenti hai mostrato lati diversi: dove si colloca “Eco del cuore” nella tua evoluzione artistica?
“Eco del cuore” rappresenta, in un certo senso, un punto di svolta nel mio percorso. Se nei brani precedenti ho mostrato lati diversi di me, qui entro in una dimensione molto più intima e profonda. Per questo lo vedo come un passo avanti nella mia evoluzione artistica: un brano che mi rappresenta in modo più completo, perché nasce da qualcosa di reale e vissuto fino in fondo.
9 Scrivere una canzone così personale ti ha aiutato a elaborare il dolore o a fermarlo nel tempo?
Credo che sia stato entrambe le cose. Da un lato scrivere “Eco del cuore” mi ha aiutato a dare una forma al dolore, a capirlo meglio e, in qualche modo, ad attraversarlo invece di tenerlo dentro. Mettere tutto in musica è stato un modo per iniziare davvero a elaborarlo. Dall’altro lato, è anche un modo per fermare nel tempo certe emozioni e certi ricordi, per non lasciarli scivolare via. La canzone diventa una sorta di spazio in cui tutto continua a vivere: il dolore, ma anche l’amore e ciò che resta. Quindi sì, è stato sia un processo di guarigione sia un modo per custodire qualcosa di importante, trasformandolo in qualcosa che potesse rimanere.
10 Se qualcuno che sta vivendo una perdita ascoltasse “Eco del cuore”, cosa speri che senta davvero?
Spero che possa sentirsi davvero compreso, come se qualcuno stesse dando voce a ciò che prova dentro. Vorrei che questa canzone fosse un abbraccio, un piccolo spazio sicuro in cui riconoscersi e non sentirsi soli nel dolore. Allo stesso tempo, spero possa lasciare anche una luce, per quanto sottile: l’idea che, con il tempo, quel dolore può trasformarsi, portando a una maggiore consapevolezza e a un modo diverso di custodire chi non c’è più.
Il punto della Redazione
Con “Eco del cuore”, Erica Fabbri firma un brano che riesce a muoversi su un equilibrio delicato: trasformare un’esperienza profondamente personale in qualcosa di condivisibile, senza mai perdere autenticità. La sua scrittura evita scorciatoie emotive e sceglie invece la strada più difficile, quella della verità, lasciando spazio a immagini e silenzi che arrivano in modo diretto.
Questo lavoro segna anche un passaggio chiaro nel suo percorso: meno costruzione, più essenza. Un suono che si mette al servizio del racconto e una voce che non cerca di impressionare, ma di restare. In un panorama spesso guidato dalla velocità e dall’impatto immediato, Erica sceglie di rallentare e dare peso a ciò che conta davvero.
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