Dom Rufo è un chitarrista italiano che vive la musica come una scelta di vita, non come un hobby. Cresciuto a pane, rock e blues, ha costruito nel tempo un linguaggio personale in cui istinto, tecnica ed emozione convivono con la chitarra sempre al centro del racconto. Un percorso iniziato prestissimo, quando a soli tre anni il suono dei Dire Straits e di Mark Knopfler ha acceso una vocazione destinata a non spegnersi.
Negli anni Dom ha sviluppato uno stile intenso e riconoscibile, radicato nel rock e nel blues ma capace di dialogare con il grande cantautorato italiano. Le sue interpretazioni dei brani di Vasco Rossi, in particolare i soli più iconici, gli hanno portato attenzione sui social e la nascita di una community reale e partecipe, fatta di musicisti, appassionati e addetti ai lavori.
Per Dom suonare significa stare sul palco, vivere l’adrenalina del pre-concerto e costruire un legame diretto con il pubblico. Un approccio viscerale, guidato da una convinzione chiara: la dedizione quotidiana può trasformare un sogno in un mestiere.
L’intervista con Dom
Come ricordi il momento in cui, a soli tre anni, ti sei innamorato della chitarra e cosa ti ha lasciato davvero quell’imprinting iniziale legato ai Dire Straits e a Mark Knopfler?
Non lo ricordo come un episodio preciso, ma come una sensazione che mi è rimasta addosso. A tre anni non capisci la tecnica o lo stile, senti solo che qualcosa ti parla. I Dire Straits e Mark Knopfler sono stati il primo suono che mi ha fatto dire: “questa cosa mi riguarda”. Quell’imprinting mi ha lasciato il valore del tocco, del silenzio tra le note, del raccontare senza urlare. Ancora oggi cerco quella sincerità: poche note, ma vere.
Crescendo tra rock e blues, quando hai capito che la musica non sarebbe stata un hobby ma una scelta di vita vera e propria?
L’ho capito quando ho smesso di chiedermi se fossi abbastanza bravo e ho iniziato a chiedermi se potessi vivere senza suonare. La risposta è stata no. Da lì ho capito che non era un passatempo, ma una parte identitaria di me. Non è stato romantico: è stato faticoso, fatto di ore, rinunce e dubbi. Ma era l’unica strada che mi faceva sentire vivo.
Nel tuo modo di suonare convivono istinto, tecnica ed emozione: come riesci a tenere in equilibrio questi tre elementi senza perdere autenticità?
La tecnica è uno strumento, non il fine. L’istinto è il motore, l’emozione è il motivo per cui suono. Se uno dei tre prende il sopravvento, perdo verità. Cerco equilibrio ascoltandomi molto: se sento che sto suonando per dimostrare qualcosa, mi fermo. L’autenticità nasce quando quello che suono coincide con quello che sento in quel momento, anche se non è perfetto.
Le tue interpretazioni dei brani di Vasco Rossi ti hanno dato molta visibilità sui social: cosa rappresentano per te quei soli e cosa ti ha insegnato confrontarti con un repertorio così iconico?
Vasco per me è verità emotiva. I suoi soli non sono esercizi, sono narrazione. Confrontarmi con quel repertorio mi ha insegnato il rispetto per la canzone, per il contesto e per l’emozione collettiva che porta con sé. Non cerco mai di imitare: cerco di entrare dentro quel mondo e raccontarlo con il mio linguaggio, con umiltà.
Quanto conta oggi per te la community che si è creata intorno al tuo progetto e che tipo di rapporto cerchi con chi ti segue?
Conta tantissimo. Non li vedo come numeri, ma come persone che scelgono di dedicarmi tempo. Cerco un rapporto vero, fatto di scambio. Se qualcuno mi scrive che un mio video gli ha fatto compagnia o gli ha acceso qualcosa, per me è già musica che vive. Voglio crescere insieme a chi mi segue, non sopra.
Hai spesso detto che per te suonare significa stare sul palco: cosa provi nei minuti prima di salire e cosa cerchi di trasmettere durante un live?
Prima di salire sento sempre una tensione sana, quasi paura. Se un giorno non la sentissi più, mi preoccuperei. Sul palco cerco di essere presente, nudo emotivamente. Voglio trasmettere verità, far sentire chi ascolta parte di qualcosa, anche solo per un’ora. Il palco è il luogo dove tutto trova senso.
Il tuo stile dialoga con il grande cantautorato italiano pur restando fortemente rock e blues: quali artisti senti più vicini al tuo modo di intendere la musica?
Sicuramente Vasco, per l’impatto emotivo e la libertà espressiva. Poi artisti che hanno saputo unire anima e suono senza compromessi. Mi sento vicino a chi usa la musica per raccontare l’essere umano, non per nascondersi dietro un personaggio. Rock e blues per me sono linguaggi, non etichette.
Ti definisci determinato e ossessivo nel senso più nobile del termine: in che modo questa ossessione ti aiuta a crescere e quando invece diventa una sfida da gestire?
L’ossessione mi spinge a migliorare, a non accontentarmi mai. È quella voce che mi dice: “puoi fare meglio”. Però va gestita, perché può diventare dura con se stessi. Sto imparando a trasformarla in disciplina, non in autocritica distruttiva. È un equilibrio che sto ancora costruendo.
Vivere di musica, concerti e palco è la tua ambizione dichiarata: che idea hai oggi del mestiere del musicista e di cosa serve davvero per renderlo sostenibile?
Oggi essere musicista significa essere artigiano, comunicatore, lavoratore costante. Serve talento, certo, ma soprattutto continuità, visione e professionalità. Non è un sogno ingenuo: è un mestiere che va costruito giorno dopo giorno. Io ci credo, ma con i piedi per terra.
Guardando al futuro, dove immagini la tua chitarra tra qualche anno e quale sarebbe il palco che sogni di conquistare davvero?
La immagino su palchi veri, dove la musica è ascoltata e condivisa. Il sogno è grande, inutile nasconderlo: suonare per artisti che stimo, davanti a tanta gente, sentire che quello che ho costruito ha trovato il suo spazio. Ma più di un palco specifico, sogno una cosa: vivere facendo musica, senza smettere di essere me stesso.
C’è una figura artistica che senti particolarmente vicina al tuo modo di intendere la musica e che oggi rappresenta per te una fonte di ispirazione o un obiettivo da raggiungere?
Sì, oggi più che mai sento Vince Pastano come una figura profondamente vicina al mio modo di intendere la musica. Non solo per il suono, per la tecnica o per l’eleganza con cui sta sul palco, ma per l’attitudine, per quel modo di mettere la chitarra al servizio dell’emozione e del brano, senza mai perdere identità. In lui rivedo ciò che cerco ogni giorno: verità, rispetto per la canzone, cura del dettaglio e allo stesso tempo istinto puro. È un punto di riferimento reale, concreto, perché rappresenta l’idea che si può essere moderni, personali e profondamente rock senza bisogno di urlarlo.
Per me Vince non è solo un’ispirazione: è un obiettivo, un orizzonte verso cui camminare. Il sogno? Un giorno suonare con lui, condividere un palco, uno sguardo, un silenzio prima di un assolo. Non per arrivare, ma per continuare a crescere. Con i piedi per terra e la chitarra in mano, continuo a studiare, a cercare il mio suono, sapendo che certi sogni non nascono per restare tali, ma per essere inseguiti fino in fondo.
Conclusione
Quella di Dom Rufo è una visione della musica che non lascia spazio a scorciatoie. Dedizione quotidiana, disciplina, palco vissuto come luogo di verità e una chitarra che non serve a dimostrare, ma a raccontare. Un percorso ancora in costruzione, ma già guidato da una direzione chiara: trasformare la passione in mestiere senza perdere identità. Perché, come insegna il suo approccio, la musica funziona davvero solo quando coincide con chi sei.

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