DOM, la chitarra come voce dell’anima

15 Lug , 2026 - EMERGENTI

DOM, la chitarra come voce dell’anima

DOM costruisce il proprio universo musicale partendo dalla chitarra, trasformata nel mezzo più naturale attraverso cui raccontare emozioni, immagini e fragilità. Il suo progetto solista nasce dall’incontro tra blues-rock, musica d’autore, atmosfere cinematografiche e sfumature dark, mantenendo al centro una scrittura autentica e fortemente personale.

La passione per la musica comincia prestissimo, davanti a una VHS dei Dire Straits e al modo in cui Mark Knopfler riusciva a comunicare attraverso lo strumento. Da quella prima suggestione prende forma un percorso attraversato da band, concerti, studi di registrazione e numerose esperienze dal vivo, fino alla necessità di creare uno spazio artistico completamente personale.

Dopo i risultati raggiunti con “Bad Habits” e “Better”, DOM continua a definire un’identità nella quale tecnica e intensità emotiva convivono senza sovrapporsi. La chitarra non viene utilizzata per stupire, ma per accompagnare il significato delle canzoni e dare voce a ciò che spesso le parole non riescono a esprimere.

L’intervista con DOM

La tua passione per la musica nasce osservando Mark Knopfler. C’è un momento preciso in cui hai capito che la chitarra sarebbe diventata la tua strada?

Sì. Avevo circa tre anni e mio padre metteva spesso una VHS dei Dire Straits. Vedevo Mark Knopfler suonare e, anche se ero troppo piccolo per capire cosa stessi guardando, ricordo perfettamente quella sensazione. Non era soltanto la musica, ma il modo in cui riusciva a parlare attraverso la chitarra. Da quel momento è nato qualcosa che non mi ha più lasciato.

Con gli anni ho capito che la chitarra non era semplicemente uno strumento da imparare, ma il modo più naturale che avevo per esprimermi. Non l’ho mai vissuta come una scelta razionale: è stata lei a scegliere me.

Nel tuo percorso hai attraversato rock, blues e musica d’autore. Qual è l’insegnamento più importante che ti hanno lasciato gli anni trascorsi nelle band?

Le band mi hanno insegnato che la musica è prima di tutto ascolto. Da giovane ero molto concentrato sullo strumento, sulla tecnica e sul desiderio di suonare bene. Con il tempo ho capito che il vero musicista è quello che riesce a mettersi al servizio della canzone.

Ogni esperienza, anche quelle finite male, mi ha lasciato qualcosa. Ho imparato a confrontarmi con persone diverse, a gestire il palco, gli studi di registrazione, le emozioni e anche i momenti difficili.

Oggi porto tutto quel bagaglio dentro DOM. Senza quegli anni probabilmente non avrei la maturità artistica che sto costruendo adesso.

Hai scelto di dare vita a DOM come progetto solista. Quale esigenza artistica sentivi di non riuscire più a esprimere in una formazione collettiva?

Sentivo il bisogno di raccontare il mio mondo senza compromessi. Non perché non mi piacesse lavorare in gruppo, anzi: credo moltissimo nella forza di una band. Avevo però tante idee, immagini, sonorità e testi che avevano bisogno di una direzione precisa.

DOM è diventato il contenitore di tutto quello che sono: il blues, il rock, il cinema, le atmosfere scure, i silenzi e le fragilità. Dal vivo, poi, quel mondo prende vita grazie ai musicisti che mi accompagnano e il confronto torna a essere fondamentale.

Il tuo sound mescola blues-rock, atmosfere cinematografiche e sfumature dark. Come nasce una tua canzone: da un riff di chitarra, da un testo o da un’immagine?

Quasi sempre nasce da un’immagine. Prima ancora delle note vedo una scena, come se stessi guardando un film: una strada deserta, una stanza illuminata da una lampada, una persona che aspetta oppure una fotografia dimenticata.

Da lì arriva il suono. La chitarra diventa la colonna sonora di quell’immagine e soltanto dopo iniziano ad arrivare il testo e la melodia.

Probabilmente è anche per questo che molte persone mi dicono che le mie canzoni sembrano cinematografiche. Nella mia testa, prima di diventare musica, sono già un film.

In “Better” hai registrato personalmente le chitarre ritmiche e l’assolo finale. Quanto è importante per te mantenere un controllo diretto sul suono dei tuoi brani?

Per me è fondamentale. La chitarra racconta una parte della mia personalità che le parole spesso non riescono a spiegare.

In “Better” ogni ritmica e ogni frase dell’assolo sono state pensate per accompagnare il significato del brano. Naturalmente, tutto questo è stato possibile anche grazie al lavoro fatto insieme a Stefano Iagnocco, che ha saputo valorizzare ogni dettaglio con grande sensibilità artistica.

Quando entro in studio mi interessa molto meno stupire attraverso la tecnica e molto di più trovare il suono giusto, quello capace di emozionare.

I tuoi riferimenti spaziano da David Gilmour a Jimi Hendrix, fino a Stef Burns e Vince Pastano. Quali elementi hai cercato di fare davvero tuoi, senza limitarti all’ispirazione?

Ho sempre cercato di imparare il loro modo di pensare la musica, più che copiarne il modo di suonare. Di David Gilmour mi affascina la capacità di raccontare un’emozione con poche note: ogni frase sembra avere un peso emotivo enorme.

Di Hendrix adoro la libertà. Ti insegna che la chitarra può diventare qualcosa di vivo e imprevedibile. Stef Burns rappresenta per me il perfetto equilibrio tra tecnica, gusto e professionalità. Riesce a essere spettacolare senza mai mettere il proprio ego davanti alla canzone. Dal suo modo di stare sul palco ho imparato tantissimo: presenza, eleganza e rispetto assoluto per la musica.

Vince Pastano, invece, è probabilmente uno dei musicisti italiani che più mi ha influenzato negli ultimi anni. Amo il suo modo di costruire il suono: non cerca mai di riempire ogni spazio, ma sceglie sempre la nota giusta, quella che serve davvero. Nei suoi assoli c’è un equilibrio incredibile tra rock, blues, melodia e atmosfera.

Ho avuto anche la fortuna di conoscerlo e di scambiare qualche parola con lui. È una persona di una semplicità disarmante e questo me lo ha fatto stimare ancora di più.

Il mio obiettivo non è mai stato suonare “come” loro. Sarebbe impossibile e non avrebbe senso. Vorrei riuscire ad avere la loro sincerità artistica, trovando però una voce riconoscibile che appartenga soltanto a me.

Hai già raggiunto risultati importanti con i singoli “Bad Habits” e “Better”. C’è stato un feedback del pubblico che ti ha colpito più di tutti?

Sì. Più dei numeri mi hanno colpito i messaggi delle persone. Quando qualcuno mi scrive che una mia canzone lo ha accompagnato durante un momento difficile, oppure che un assolo gli ha fatto venire i brividi, per me vale tantissimo.

Significa che la musica è arrivata davvero. Gli streaming fanno piacere perché dimostrano che il progetto sta crescendo, ma l’emozione che provo leggendo certi messaggi è qualcosa che nessuna statistica può sostituire.

Sei stato finalista in importanti festival nazionali e hai maturato molta esperienza dal vivo. Cosa rappresenta oggi il palco per DOM?

Il palco è il luogo in cui tutto acquista un senso. Puoi trascorrere mesi in studio e curare ogni dettaglio, ma è davanti al pubblico che una canzone inizia davvero a vivere.

Sul palco non cerco la perfezione. Cerco la verità. Mi piace quando le persone percepiscono quello che sto provando in quel preciso momento. Quando riesco a creare quella connessione, il concerto ha già raggiunto il proprio obiettivo.

Hai spesso trasmesso l’idea che la musica debba lasciare qualcosa dentro a chi ascolta. Qual è l’emozione che speri rimanga dopo aver ascoltato un tuo brano?

Spero che rimanga una sensazione autentica. Non importa che sia malinconia, speranza, forza oppure nostalgia. Vorrei che chi ascolta una mia canzone sentisse di non essere solo nelle proprie emozioni.

Viviamo in un’epoca in cui tutto passa velocemente. Io, invece, sogno di scrivere canzoni che restino dentro anche quando finiscono.

Quando qualcuno continua a pensarci tornando a casa o il giorno successivo, credo di aver fatto bene il mio lavoro.

Guardando ai prossimi mesi, su cosa stai lavorando e quale sarà il prossimo capitolo del progetto DOM?

Sto continuando a scrivere nuova musica e, soprattutto, sto cercando di costruire un’identità artistica sempre più definita. Non voglio avere fretta. Preferisco pubblicare un brano in meno, ma sentire che mi rappresenta davvero.

L’obiettivo è continuare a crescere, portare questo progetto su sempre più palchi, confrontarmi con musicisti che stimo e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Il sogno è vivere di musica. Ancora prima del traguardo, però, mi interessa il percorso: continuare a emozionarmi ogni volta che prendo in mano una chitarra e riuscire a trasmettere quella stessa emozione a chi mi ascolta. Per me è questo il senso di DOM.

Il punto della Redazione

DOM interpreta la chitarra non soltanto come uno strumento musicale, ma come una vera estensione della propria identità. Le influenze provenienti dal blues, dal rock e dalla musica d’autore vengono assorbite all’interno di una scrittura personale, nella quale ogni assolo e ogni scelta sonora devono contribuire al racconto emotivo della canzone.

Il carattere cinematografico delle sue composizioni nasce da un processo creativo fortemente visivo: prima delle parole e delle melodie arrivano scene, fotografie e ambientazioni sospese, successivamente trasformate in suono. È proprio in questo dialogo tra immagini, chitarre e atmosfere scure che il progetto trova uno dei suoi tratti più riconoscibili.

Con “Bad Habits” e “Better”, DOM ha iniziato a delineare un percorso artistico fondato sulla sincerità, sulla cura del suono e sulla volontà di creare una connessione reale con il pubblico. Una ricerca che guarda alla crescita senza inseguire la fretta, lasciando che ogni nuovo brano rappresenti un passaggio coerente nella costruzione della sua identità.

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