Dario Bonelli ci racconta “Una città come tante”

21 Dic , 2025 - EMERGENTI

Dario Bonelli ci racconta “Una città come tante”

Con “Una città come tante”, disponibile dal 19 dicembre 2025, Dario Bonelli torna con un brano pop dal forte impianto narrativo, capace di trasformare una storia d’amore finita in un racconto più ampio sulla fragilità emotiva e sull’identità. La città diventa uno spazio mentale prima ancora che fisico, un luogo fatto di luci, abitudini e ricordi che continuano a riportare il protagonista verso ciò che non c’è più.

Il cuore emotivo del brano ruota attorno a una domanda che non cerca risposte, ma conferme: “Pensi ancora a me?”. Un bisogno profondo di non sentirsi cancellati, di esistere ancora nello sguardo dell’altro. Ma sotto la superficie sentimentale emerge una riflessione più ampia, racchiusa nella frase chiave “E che la vita è bella solo quando non sei tu”, che parla di maschere, finzione e della pressione costante a mostrarsi forti e felici.

Prodotto presso il Rocket Hack Record per ParoleSuoni / Radio Rossa Records, il singolo si inserisce coerentemente nel percorso di Bonelli, artista e producer genovese con una lunga storia tra cantautorato e pop rock alternativo. Abbiamo parlato con lui per approfondire il significato del brano, il suo rapporto con la scrittura e il momento di trasformazione che sta vivendo come artista.

Intervista

1 In “Una città come tante” torni su una storia d’amore finita: quando hai capito che questa non era solo una canzone sentimentale, ma anche un racconto più ampio su identità e maschere sociali?
Me ne sono accorto abbastanza tardi, in realtà. All’inizio stavo raccontando una fine, una distanza emotiva molto concreta. Poi, riascoltando il testo, ho capito che quella storia era solo il pretesto. Sotto c’era qualcosa di più largo: il modo in cui ci adattiamo, ci travestiamo per stare dentro le relazioni, nel lavoro, nella città. Non parlavo solo di “noi due”, ma di come spesso perdiamo pezzi di identità pur di non restare soli o fuori posto.

2 La domanda “Pensi ancora a me?” attraversa tutto il brano come un’ossessione silenziosa: quanto conta per te il non essere dimenticato rispetto al desiderio di essere davvero compreso?
Il non essere dimenticato è una trappola, mentre essere compresi è una necessità. La domanda “pensi ancora a me?” non è vanità, è paura di essere stati irrilevanti. Però, se devo essere onesto, preferirei mille volte essere capito da una persona sola piuttosto che ricordato da cento in modo superficiale. Il problema è che quasi mai le due cose coincidono.

3 La frase chiave “E che la vita è bella solo quando non sei tu” è molto forte e quasi disturbante: quanto c’è di autobiografico in questa sensazione di dover recitare un ruolo per stare a galla?
C’è parecchio di autobiografico. Non nel senso teatrale del “recito sempre”, ma in quello più sottile: scegliere cosa mostrare e cosa no per sopravvivere. Quella frase nasce da una sensazione reale, disturbante appunto, cioè l’idea che a volte stare bene significhi non essere completamente te stesso. È brutto da ammettere, ma è molto umano.

4 Nel brano la città diventa una presenza costante, fatta di luci, luoghi e abitudini: che rapporto hai con le città in cui hai vissuto e quanto influenzano la tua scrittura?
Le città per me sono come persone: ti accolgono, ti respingono, ti cambiano. Ogni posto in cui ho vissuto mi ha lasciato addosso un ritmo, delle ossessioni, delle abitudini. Scrivo meglio quando mi sento un po’ fuori fase con il luogo in cui sono, perché è lì che inizi a osservare invece di partecipare. E osservare è sempre stato il mio modo di scrivere.

5 Parli di un’epoca in cui bisogna mostrarsi sempre felici, solidi, perfetti: pensi che la musica oggi abbia ancora il compito di smascherare questa finzione?
Sì, e forse oggi più che mai. Non credo che la musica debba dare soluzioni, ma almeno fare le domande giuste. Viviamo in un’epoca dove la felicità è una performance continua, e la musica rischia di diventare parte della scenografia. Quando invece riesce a incrinare quella superficie, anche solo per tre minuti, sta facendo ancora il suo lavoro.

6 Dal punto di vista musicale, come hai lavorato in studio al Rocket Hack Record per tradurre questo disagio emotivo in un sound pop che restasse comunque diretto e accessibile?
In studio ho cercato l’equilibrio tra disagio e immediatezza. Al Rocket Hack Record abbiamo lavorato molto per togliere, non per aggiungere. Suoni puliti, pop, ma con una tensione sotto, quasi irrisolta. Volevo che il pezzo fosse ascoltabile al primo impatto, ma che lasciasse addosso qualcosa di scomodo dopo.

7 Guardando al tuo percorso, dal cantautorato più indie fino ai passaggi radiofonici nazionali, cosa senti di aver preservato di te stesso nonostante i cambiamenti?
Credo di aver preservato lo sguardo. Il modo di osservare le cose prima di raccontarle. Possono cambiare i suoni, i contesti, le dimensioni, ma se perdo quello smetto di riconoscermi. Anche nei passaggi più “istituzionali”, diciamo così, ho sempre cercato di non smussare troppo gli angoli.

8 La tua esperienza come autore per altri artisti quanto influisce sul modo in cui racconti storie così personali nei tuoi brani solisti?
Influisce molto, nel bene e nel male. Scrivere per altri ti insegna a essere efficace, a togliere il superfluo. Ma quando torni a scrivere per te devi ricordarti di rimettere dentro le fragilità, le imperfezioni. Nei miei brani solisti cerco di usare la tecnica come strumento, non come filtro.

9 Il videoclip aggiunge nuovi livelli di lettura al brano: che tipo di immaginario volevi costruire e cosa ti interessava mostrare, oltre alla canzone?
Volevo un immaginario quotidiano, riconoscibile, ma leggermente spostato. Non raccontare una storia lineare, ma uno stato emotivo. Mi interessava mostrare le maschere senza nominarle, farle sentire nei gesti, negli sguardi, negli spazi. Il video non doveva spiegare la canzone, ma farle eco.

10 Dopo “Una città come tante”, che fase senti di stare attraversando come artista: più vicina allo smascheramento o a una nuova forma di equilibrio?
Sono in una fase di mezzo. Ho smascherato parecchie cose, ora sto cercando di capire cosa resta sotto. Non è ancora equilibrio, ma nemmeno solo frattura. È una zona di passaggio, forse la più scomoda, ma anche quella dove nascono le cose più vere.

Conclusione

“Una città come tante” è un brano che parla di fine, ma soprattutto di trasformazione. Dario Bonelli utilizza una storia intima per raccontare una condizione collettiva, quella di chi si sente costretto a indossare delle maschere pur di restare in equilibrio. È una canzone che non offre soluzioni, ma apre spazi di riconoscimento e sincerità. Un tassello importante in un percorso artistico che continua a mettersi in discussione, scegliendo l’autenticità anche quando fa male.

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