Dentro l’universo di Criminel, tra provincia e riscatto

29 Gen , 2026 - EMERGENTI

Dentro l’universo di Criminel, tra provincia e riscatto

C’è un’urgenza precisa nella musica di Criminel: quella di dimostrare che anche da contesti marginali, da province che sembrano offrire poco o nulla, è possibile immaginare un’alternativa. Nato a Vicenza, Emilio costruisce il suo percorso artistico partendo da un vissuto complesso, trasformando le difficoltà in un linguaggio diretto che si muove tra trap, rap, drill, trap love e gangsta rap, senza mai perdere il contatto con la realtà.

Il suo progetto non nasce dal desiderio di creare un personaggio da idolatrare, ma dall’esigenza di raccontare storie vere, momenti di vita che spesso restano nascosti. La musica diventa così uno spazio di condivisione e di resistenza, un modo per dire che non si è soli e che vivere, anziché sopravvivere, è una possibilità concreta anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

In questa intervista, Criminel riflette sul suo cammino, sulle contraddizioni di una strada piena di ostacoli e sulla responsabilità di usare la musica come mezzo di espressione, non come mito. Perché le canzoni restano canzoni, ma la voce, quella, non ha intenzione di fermarsi.

L’intervista con Criminel

Racconti spesso cosa significa crescere in provincia e sentirsi dentro un loop già scritto. Qual è stato il primo momento in cui hai capito che la musica poteva essere una via d’uscita reale per te?

Ciao, prima di tutto grazie per l’opportunità. Parto dal presupposto che ci vorrebbero sette interviste per tutto quello che ho da dire, ma cercherò di essere il più concreto possibile. In realtà è stata una chiamata del destino, posso metterla così. Ho iniziato semplicemente per un cuore spezzato: quello è stato lo stimolo che mi ha fatto partire. Subito dopo mi resi conto che la musica mi era entrata dentro come una seconda anima. Divenne qualcosa di cui non potevo fare a meno e tutt’ora non riesco a farne a meno. Un momento preciso non c’è stato, è stato qualcosa di ricercato ma allo stesso tempo naturale.

Nel tuo percorso parli di “vivere e non sopravvivere”. C’è stato un episodio preciso che ha segnato questo cambio di mentalità e che oggi senti ancora nelle tue canzoni?

Come all’inizio del mio percorso, mi resi conto che con tutte le esperienze che ho vissuto mi sono spesso scontrato con una realtà che non combaciava con il mio pensiero o il mio stile di vita. La scuola, in particolare, è stata una di quelle situazioni in cui ho dovuto lottare per me stesso, perché mi spingeva a essere una marionetta, destinata a una vita già scritta come tutte le altre. È una cosa che mi ha sempre dato fastidio e che ho sempre cercato di schivare.

Ti muovi tra drill, trap love e gangsta rap. Come scegli il linguaggio giusto per ogni brano e quanto conta per te l’equilibrio tra messaggio e attitudine?

Il mio stile di scrittura si basa sulle mie esperienze di vita. Prendo molto da come mi sento nel presente e, quando ritrovo quella stessa sensazione nel passato, capisco che è il momento giusto per scrivere. Cerco sempre di fare qualcosa che non sia banale e di curare i pezzi al meglio, con una rigidità importante. A volte è un limite, perché sono molto severo con i miei brani e di conseguenza anche con me stesso.

Dici spesso che non vuoi essere idolatrato, ma che chi ascolta dovrebbe cogliere ciò che raccontano le canzoni. Come vivi il rapporto tra Criminel come personaggio e Emilio come persona?

Criminel è il veicolo ed Emilio è chi lo guida. Criminel deve attingere da Emilio come un pesce deve vivere nell’acqua. Ti cito una canzone degli Slipknot, “Before I Forget”, dove c’è una strofa che dice “I’m a world before I am a man”. È esattamente così: io, Emilio, sono un mondo prima di essere un artista. Criminel è un’altra cosa che vive nel mondo di Emilio e mi serve per plasmarlo.

La tua musica nasce anche da momenti duri, che “portano a vedere ciò che dovrebbe stare nascosto”. Quanto è difficile trasformare queste esperienze in musica senza farsi schiacciare da esse?

Per riuscire a scriverle bisogna esserci dentro quei momenti. Molte volte è stato proprio sbattere la testa al muro a farmi estrapolare un buon pezzo. Ho vissuto situazioni veramente difficili, ho subito lutti gravissimi e perdite importanti. In molti momenti ho dovuto restare in piedi come un muro davanti a una palla demolitrice. La mia filosofia è scrivere dopo i momenti critici, così riesco a togliere più sentimento possibile e creare qualcosa di unico.

Parli di sogno non solo personale, ma condiviso con chi ti sta accanto. Che ruolo ha il tuo entourage nella costruzione del tuo percorso artistico?

Il mio entourage è la mia famiglia. Mio fratello, in particolare, mi aiuta a tenere i piedi per terra. Ho molti amici e con alcuni condivido anche il percorso musicale: molte avventure mi capitano insieme a loro. Sono una persona molto generosa, se conosco qualcuno anche da poco e so che è in difficoltà cerco di aiutarlo. Detto questo, ho anche molti lati brutti. Per davvero.

Venire da un contesto che offre poche alternative può creare rabbia ma anche forza. Cosa ti ha dato Vicenza, nel bene o nel male, dal punto di vista artistico?

Vicenza è una città bella dal punto di vista geografico, ma devi saperti adattare. Non è la solita storia del “o ti dà tutto o niente”. Vicenza è una città dove la vita deve essere lineare: nasci, studi, lavori, muori. Punto. Per chi vuole qualcosa di diverso, per chi ha sogni che richiedono mezzi, il contesto ti taglia le gambe. Questo mi ha portato a lottare costantemente con le istituzioni, e la mia musica spesso dà fastidio perché mostra cosa può fare davvero un ragazzo con fame.

Guardandoti indietro, c’è qualcosa che oggi faresti diversamente o pensi che anche le “buche” fossero necessarie?

Ci sono molte cose che cambierei. È un argomento delicato, perché se potessi riavere chi non c’è più, come mia madre, rinuncerei a tutto questo. Quello che ho vissuto mi ha portato all’arte, ma a livello umano e sentimentale mi ha tolto tanto. Lotto costantemente per mantenere un equilibrio e non sfociare nella rabbia o in altre cose. Le mie non sono state solo buche, ma vere e proprie voragini.

Quando scrivi, pensi più a chi si sente solo e intrappolato in una situazione simile alla tua o scrivi prima di tutto per te stesso?

È un misto di entrambe le cose. So che là fuori ci sono persone che provano quello che provo io, ma per farglielo percepire devo attingere da dentro di me. Mi piace molto ascoltare le storie degli altri, perché ti fanno capire quanto la vita possa essere diversa e ti aprono nuovi punti di vista. Ho bisogno delle persone e le persone hanno bisogno di me.

Se oggi un ragazzino di provincia ascoltasse Criminel per la prima volta, qual è la cosa più importante che vorresti gli arrivasse?

Come dicevo, non voglio essere idolatrato. Sono un cattivo esempio, un po’ come dicono tutti i rapper. Però voglio che dai miei pezzi i ragazzi trovino una loro dimensione e uno scopo, un obiettivo da inseguire. Dalle difficoltà si può uscire, ma non senza lottare. Voglio che trovino una passione vera e che la inseguano nel bene o nel male, senza lasciare tutto al caso. Vedo molti artisti che fanno musica solo per flexare: ci sta, lo faccio anche io, ma se poi ascolti i pezzi e non dicono nulla, spariscono. Quello non è amore, è solo ostentazione. E questa cosa mi fa girare parecchio. Criminel è arte, rabbia, strada e progresso. Sentirete il mio nome dappertutto. Trust me.

Il punto della redazione

Crescere in provincia, attraversare perdite profonde, scontrarsi con sistemi che sembrano già decidere il tuo posto nel mondo: il racconto di Criminel non cerca scorciatoie né redenzioni facili. La sua musica nasce da voragini reali, da una lotta continua tra rabbia e consapevolezza, e si muove come un atto di resistenza più che come un’esibizione.

In questa conversazione emerge un artista che usa il rap come strumento di verità, non come maschera, e che rifiuta l’idea dell’idolo per lasciare spazio al messaggio. Criminel non promette salvezza, ma indica una direzione: scegliere una passione, difenderla, e non accettare una vita scritta da altri. La strada è piena di ostacoli, ma la voce, quella, è destinata ad andare avanti.

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