Centofuochi, nome d’arte di Camillo Fusco nasce a San Salvador il 28 giugno 1989, da madre nicaraguense e padre italiano, e cresce in un piccolo paese sul Lago di Bracciano. La sua è una biografia attraversata da fratture, assenze e tentativi continui di ridefinizione. L’infanzia resta in parte opaca, mentre l’adolescenza viene vissuta “di luce riflessa”, in una costante ricerca di modelli esterni a cui aggrapparsi per esistere.
Il rapporto complesso con le figure familiari, in particolare con il padre e con il fratello, diventa uno degli snodi centrali del suo sguardo sul mondo. Da lì nasce una scrittura che non ha mai l’obiettivo di ricomporre, ma piuttosto di osservare, di nominare le cose per quello che sono, senza addolcirle.
Scrittura, fragilità e necessità espressiva
La musica e la scrittura entrano nella vita di Camillo intorno ai vent’anni, all’interno di una comunità psichiatrica riabilitativa. In quel contesto, parole e suoni non sono strumenti artistici nel senso tradizionale, ma esercizi di sopravvivenza emotiva. Servono a dare spazio alle emozioni, ai ricordi, alle paure e alle speranze, in un momento in cui restare in silenzio sarebbe stato più pericoloso che esporsi.
Da quel momento in poi, scrivere diventa un modo per stare al mondo. Non c’è distinzione netta tra terapia e arte, tra spazio personale e forma espressiva. La scrittura di Fusco si muove su una linea sottile, dove convivono ironia, crudezza e tenerezza, e dove anche nella disperazione più totale riesce ad affiorare una risata di sottofondo, come insegnava Charles Bukowski.
“A proposito di Camil”: un progetto di ritratti umani
Il progetto “a proposito di Camil” comprende quattro brani, ognuno costruito come un ritratto umano autonomo. Non c’è una narrazione lineare né un concept chiuso, ma una serie di storie che condividono lo stesso sguardo: diretto, disilluso, profondamente umano.
Un giorno d’estate racconta l’incontro tra due ragazzi durante un viaggio, sospeso tra possibilità e malinconia.
La ballata di Francesco segue le vicissitudini di un uomo libero, irregolare, refrattario a qualsiasi definizione stabile.
Pensieri notturni, dedicata a un’amica, è il flusso di coscienza di un uomo che osserva sé stesso e il mondo nelle ore in cui tutto tace.
Cara Iole è il ritratto di una donna forte, fuori dagli schemi, osservata con rispetto e distanza.
Sono brani che non cercano il colpo ad effetto, ma il racconto. Storie che nascono dal bisogno di dire, prima ancora che di essere ascoltate.

Intervista a Centofuochi
Racconti spesso di un’infanzia e di un’adolescenza vissute “di luce riflessa”. Quando nasce, invece, la prima vera scintilla di identità personale che oggi riconosci nel tuo percorso artistico?
La prima scintilla nasce quando ho deciso, di mia spontanea volontà e contro il parere dei miei genitori, di curarmi in una comunità psichiatrica riabilitativa.
Il rapporto con tuo padre e con tuo fratello sembra aver inciso profondamente sul tuo modo di stare al mondo. In che modo queste figure continuano a vivere nei tuoi testi e nelle tue canzoni?
Nella mia immaginazione continuo a vederli come due figure con cui competere o da cui fuggire.
Nei tuoi racconti il sesso appare come istinto, mentre l’amore resta qualcosa di più complesso e fragile. Come convivono oggi questi due piani nella tua scrittura?
In passato il sesso era vissuto come istintivo e l’amore come ideale e irraggiungibile. Oggi il sesso e l’amore coesistono sotto una nuova luce.
La scrittura nasce per te in una comunità psichiatrica, come strumento per dare spazio alle emozioni. Quando hai capito che poteva diventare anche una forma artistica, non solo terapeutica?
Il confine tra “avere uno spazio proprio” e “forma artistica” non c’è. Secondo me un’artista non è tale quando lo decide la società, ma quando cerca di dare voce alle emozioni che lo attraversano.
Dici che ti piace scrivere quando riesci a mescolare ironia, crudezza e tenerezza. Quanto è importante per te riuscire a trovare una risata di sottofondo anche nella disperazione?
Credo che ridere sia un mezzo potentissimo per ridimensionare i fatti e i ruoli ai quali ci aggrappiamo.
Hai raccontato senza filtri il rapporto con la malattia mentale e con i farmaci. Quanto è difficile esporsi così apertamente e quanto senti che oggi sia necessario farlo?
Esporsi è sempre difficile ma rimanere chiusi in sé stessi è ancora peggio.
Il tuo percorso lavorativo è fatto di molti ruoli, tentativi e fughe. In che modo questi lavori e questi ambienti hanno influenzato il tuo sguardo sul mondo e sulle persone?
Il mondo del lavoro non è mai accogliente ma bisogna andare avanti.
Nel progetto “a proposito di Camil” ogni brano sembra essere un ritratto umano molto preciso. Come nascono questi personaggi e quanto c’è di autobiografico in ognuna delle storie?
C’è molta autobiografia e nascono dal bisogno di raccontare.
Come nasce il tuo nome d’arte Centofuochi e cosa rappresenta per te oggi?
Camilo Cienfuegos era un rivoluzionario e amico del Che Guevara. Forse rappresenta l’idea di coltivare la propria creatività, al di là del risultato.
Se qualcuno ti ascoltasse per la prima volta senza sapere nulla di te, cosa vorresti che capisse davvero di Camillo attraverso la tua musica e la tua scrittura?
Mi piacerebbe che passasse l’idea di uno che “barcolla ma non molla”.

Le nostre conclusioni
“A proposito di Camil” è un progetto che chiede tempo e attenzione. Camillo Fusco non utilizza la scrittura come rifugio, ma come esposizione. Ogni brano è un gesto di avvicinamento, mai di difesa. La fragilità non viene spettacolarizzata, ma accolta come parte integrante dello sguardo sul mondo.
In un panorama spesso dominato da narrazioni performative e rassicuranti, il suo lavoro sceglie una strada diversa: raccontare l’instabilità, la fatica, la paura di non essere accettati, senza trasformarle in slogan. È una forma di resistenza silenziosa, ma potentissima.
“Barcolla ma non molla” non è solo una frase di chiusura. È una dichiarazione di poetica. Ed è il motivo per cui questo progetto riesce a parlare a chiunque abbia, almeno una volta, avuto la sensazione di non stare mai del tutto in equilibrio.
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