Aida apre il proprio percorso discografico con “Rimorsi e Occhi Belli”, un debutto che nasce quasi spontaneamente e diventa il primo tassello di un progetto costruito intorno all’emotività, ai ricordi e a tutto ciò che spesso rimane sospeso tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avremmo voluto fare diversamente.
A 29 anni, dopo un percorso artistico passato attraverso teatro, canto e formazione musicale, l’artista sceglie di presentarsi con una canzone intima ma aperta all’interpretazione di chi ascolta. Al centro ci sono gli sguardi, i dettagli quotidiani e quei rimorsi capaci di convivere con qualcosa che, nonostante tutto, continua a essere bello.
La dimensione musicale, però, è soltanto una parte del racconto. Aida cura anche l’identità visiva del progetto e considera arrangiamenti, immagini e grafica elementi fondamentali per dare profondità alle proprie canzoni.
L’intervista con Aida
“Rimorsi e Occhi Belli” è il tuo primo singolo ufficiale. Perché hai sentito che proprio questo brano fosse quello giusto per presentarti al pubblico?
In realtà è successo quasi inconsapevolmente. Fin da piccola ho sempre avuto un animo artistico: ho frequentato l’Accademia Teatrale del Toselli di Cuneo e l’arte e il palco sono sempre stati il mio posto sicuro. Parallelamente ho sempre cantato, inizialmente soprattutto attraverso le cover, che ancora oggi rappresentano per me un modo per esprimere e sfogare quello che ho dentro.
Da circa un anno, però, la scrittura mi ha portata a scoprire una dimensione nuova. Ho iniziato quasi inconsapevolmente a mettere parole su pezzi di carta e, tra le tante strofe e frasi abbozzate che ancora oggi riempiono la mia agendina, “Rimorsi e Occhi Belli” è stato diverso: il testo è nato in un tempo relativamente breve ed era già completo, quasi fosse semplicemente lì, pronto.
È stato proprio questo a farmi capire che poteva essere il momento giusto per lavorarci, scolpirci sopra la musica e trasformarlo nel mio primo singolo. Non l’ho scelto a tavolino: è stato il brano che, in qualche modo, si è fatto scegliere da solo.
Il titolo mette insieme due immagini quasi opposte: il peso dei rimorsi e qualcosa di bello che continua ad attirare lo sguardo. Da dove nasce questo contrasto e cosa rappresenta per te?
Il contrasto nasce proprio dalla storia che racconta la canzone: da una parte ci sono i rimorsi, quindi qualcosa che pesa, che ci si porta dentro e che inevitabilmente ci fa guardare indietro; dall’altra ci sono gli “occhi belli”, che rappresentano qualcosa che, nonostante tutto, continua ad attirare il nostro sguardo.
Non penso però che i rimorsi debbano essere necessariamente legati a una persona o a una relazione. A volte possono riguardare un periodo della nostra vita, magari un momento difficile, una scelta che non abbiamo fatto, un’occasione in cui avremmo potuto osare di più. Sono tutte quelle cose che, a distanza di tempo, ci fanno pensare a come sarebbe potuta andare se avessimo fatto qualcosa di diverso.
Gli “occhi belli” sono in qualche modo l’escamotage attraverso cui racconto tutto questo. Per me gli occhi sono lo specchio di quello che abbiamo vissuto: anche quando cerchiamo di nasconderlo o di velarlo, tutto il nostro bagaglio rimane lì, nello sguardo.
In fondo, “Rimorsi e Occhi Belli” racconta che dentro di noi possano convivere cose molto diverse, anche il peso di ciò che è stato e la bellezza di ciò che, nonostante tutto, rimane.
Nel brano scegli di non raccontare tutto in maniera esplicita, lasciando a chi ascolta la possibilità di riconoscersi nella storia. Quanto è importante per te che una canzone continui a vivere anche attraverso l’interpretazione di chi la ascolta?
Per me è fondamentale che l’interpretazione sia anche nelle mani di chi ascolta. Il fatto di non raccontare tutto in maniera esplicita è una scelta: mi piace lasciare degli spazi, permettere a chi ascolta di poterci entrare con la propria storia e di dare alla canzone un significato che magari è diverso da quello con cui l’ho scritta io.
Le canzoni hanno un significato per chi le scrive, ma ne assumono uno diverso anche per chi le ascolta. A seconda del momento in cui ci si imbatte in una canzone, di una giornata particolare, di un paesaggio che si sta guardando o semplicemente di quello che si sta vivendo, cambiano completamente il significato e i pensieri che quella canzone può evocare.
Mi piace moltissimo l’idea che le canzoni continuino a vivere molto tempo dopo essere state pubblicate. Qualcosa che è stato scritto in un determinato momento della mia vita può diventare, per qualcun altro, la colonna sonora di un ricordo, di un momento importante o semplicemente di una giornata.
E questa cosa la trovo bellissima: sapere che qualcosa che nasce da me può poi appartenere, almeno un po’, anche alla storia di qualcun altro. Devo ammettere che mi fa sentire anche un certo senso di responsabilità…
“Rimorsi e Occhi Belli” nasce da immagini, luoghi e piccoli dettagli quotidiani. Quando scrivi parti solitamente da una storia precisa oppure sono proprio le immagini e le sensazioni a guidarti verso il racconto?
In genere la voglia di raccontare e di scrivere parte da un momento e da una storia precisa, con l’intento di elaborare un sentimento ben definito. Poi, durante la scrittura, quella storia viene contaminata da altre immagini, da altre esperienze e da affinità di vita.
A volte parto con un’idea precisa e mi ritrovo a seguire un percorso completamente diverso, perché scrivere mi permette di far emergere pensieri più profondi, magari anche quelli che inizialmente non avevo intenzione di raccontare.
Così è stato anche con “Rimorsi e Occhi Belli”. L’idea di inserire dettagli quotidiani e luoghi definiti nasce dalla volontà di lasciare qualcosa di concreto a un ricordo che, diversamente, rimarrebbe soltanto nella mia testa.
È anche un modo per rendere omaggio a persone, cose o luoghi che hanno avuto e hanno un significato importante per me. Credo che proprio questi dettagli rendano un ricordo più reale, quasi tangibile, e permettano a qualcosa di molto personale di diventare una storia che può essere raccontata anche attraverso una canzone.
La chitarra classica accompagna la parte più intima del pezzo, mentre quella elettrica sottolinea i cambi emotivi fino al bridge. Quanto conta per te utilizzare anche gli arrangiamenti per raccontare ciò che magari le parole non dicono?
Il testo della canzone è la seconda dimensione, la musica è la terza dimensione, ma il 4D arriva quando gli arrangiamenti sostengono i cambi di direzione e accompagnano l’evoluzione emotiva del brano.
La complessità di tutti questi elementi, uniti in tre minuti di musica da ascoltare, è un lavoro importante da orchestrare. Credo fortemente nella potenza degli arrangiamenti, perché molto spesso riescono a esprimere le sensazioni e le emozioni di un determinato passaggio ancora meglio delle parole.
Per me, quindi, non sono semplicemente un accompagnamento al testo: sono una parte del racconto. Possono cambiare la percezione di quello che stiamo ascoltando e portare l’emozione in una direzione che magari le parole, da sole, non riuscirebbero a raggiungere.
Proprio nel bridge arriva quella che hai definito l’esplosione emotiva del rimorso. Cosa rappresenta quel momento all’interno della storia della canzone?
Il bridge rappresenta il momento di massima consapevolezza del rimorso. È il punto della storia in cui non ci si limita più a ripercorrere quello che è stato, ma si prende coscienza del peso che quel passato continua ad avere nel presente.
“Non voglio più restare appesa, tra le tue promesse e i miei rimorsi” racconta proprio quella sensazione di essere sospesi tra ciò che ci aspettavamo, ciò che avremmo voluto o potuto fare e quello che invece è successo.
È il momento in cui ci si rende conto che non si può continuare a rimanere in quella condizione, che sia legata a una persona, a una situazione o a un particolare momento della propria vita.
Per questo lo definisco l’esplosione emotiva del rimorso: perché è il momento in cui tutto quello che fino a lì è stato raccontato attraverso ricordi e immagini diventa una presa di coscienza. Non è ancora necessariamente una risposta, ma è il momento in cui nasce la necessità di smettere di restare fermi e guardare verso un nuovo orizzonte.
Anche la copertina è stata realizzata da te e ruota intorno al tema dello sguardo, tra forme geometriche e ricordi frammentati. Quanto senti il bisogno di costruire personalmente anche l’identità visiva che accompagna la tua musica?
Ho la fortuna di lavorare, al di fuori della musica, in un ambito molto creativo: il marketing e la grafica fanno parte del mio pane quotidiano. Questo mi ha permesso di avere anche gli strumenti per poter tradurre a livello visivo quello che sento e che immagino quando penso alla mia musica.
Per me l’identità visiva non è quindi qualcosa di separato dalla canzone, ma un altro modo per raccontarla. Nel caso di “Rimorsi e Occhi Belli”, avevo in mente immagini e sensazioni molto frammentate, quasi tanti piccoli ricordi che si sovrappongono e si ricompongono.
Ho cercato di trasferire questa sensazione nella copertina attraverso le forme geometriche e i diversi frammenti, mantenendo però gli occhi come elemento centrale.
Gli occhi, per me, sono il punto di incontro tra ciò che abbiamo dentro e ciò che ci circonda: attraverso lo sguardo osserviamo e interpretiamo il mondo, ma allo stesso tempo lasciamo intravedere tutto quello che ci portiamo dentro.
Avere la possibilità di costruire personalmente anche questa parte del progetto mi permette quindi di mantenere un filo conduttore tra quello che la canzone racconta e quello che l’immagine comunica. È un aspetto che sento molto mio e che mi permette di dare alla musica una dimensione in più, anche visivamente.
Il tuo percorso artistico si è sviluppato tra Cuneo, Torino e il Biellese, dove hai approfondito anche lo studio del canto alla Sonoria con Riccardo Ruggeri. In che modo questo percorso ti ha aiutata a trovare una voce e una scrittura che sentissi davvero tue?
Il mio percorso artistico si è sviluppato da Cuneo a Torino, per poi arrivare nel Biellese, e credo che ogni tappa abbia contribuito a costruire un pezzo della mia identità. Ho avuto la possibilità di incontrare persone, conoscere storie e confrontarmi con realtà diverse, e ognuna di queste esperienze ha lasciato qualcosa che, nel tempo, ha modellato il mio modo di approcciarmi all’arte e a questo mondo.
Devo tantissimo alla mia scuola di musica Sonoria di Cossato, che mi ha dato gli strumenti e le conoscenze per acquisire, nel tempo, sempre più consapevolezza dei miei strumenti e delle mie possibilità.
E un ruolo fondamentale in questo percorso lo ha avuto Riccardo Ruggeri. Mi ha supportata e mi ha aiutata a trovare la mia dimensione, senza mai stravolgere l’idea iniziale del progetto, ma trovando il modo di valorizzarla senza intaccare le emozioni e le sensazioni che volevo raccontare.
È stato un percorso di scoperta, non sempre lineare, in cui ci sono stati anche momenti di dubbio. Avere accanto Riccardo e la scuola di musica Sonoria mi ha dato il supporto e la guida necessari per trasformare quelle incertezze in qualcosa di concreto e, soprattutto, per dare forma e vita al mio primo progetto da cantautrice.
Arrivi al tuo debutto discografico a 29 anni, dopo un percorso musicale già vissuto e maturato nel tempo. Pensi che aspettare il momento giusto ti abbia permesso di presentarti oggi con una consapevolezza diversa rispetto a qualche anno fa?
Assolutamente sì. Forse il mio debutto arriva un po’ più tardi rispetto a quello di tanti artisti emergenti, ma avevo la necessità di sentirmi pronta prima di uscire con un mio progetto.
Non volevo bruciare le tappe semplicemente per pubblicare una canzone. All’inizio, infatti, il mio obiettivo era soprattutto quello di scoprire me stessa attraverso la scrittura e capire dove potesse portarmi questo percorso, più che arrivare necessariamente alla pubblicazione di un brano.
Poi, quasi naturalmente, il progetto ha iniziato a prendere forma e il resto è arrivato da sé.
Oggi penso che aver aspettato mi abbia permesso di arrivare a questo debutto con una consapevolezza diversa, più solida e soprattutto con la sensazione di essere pronta a raccontarmi attraverso la mia musica.
“Rimorsi e Occhi Belli” apre ufficialmente il progetto Aida. Quali aspetti della tua identità artistica hai voluto anticipare con questo primo brano e cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi capitoli?
Indubbiamente il progetto Aida sarà pieno di sfaccettature. “Rimorsi e Occhi Belli” è il primo capitolo di un percorso in cui l’emotività avrà un ruolo importante e che sento il bisogno di esplorare sempre più a fondo.
Sto scoprendo nella scrittura uno spazio in cui posso raccontare parti di me che magari non ho mai espresso, pensieri, sensazioni e tutto quel “non detto” che spesso rimane dentro.
È un processo che sto vivendo con molta curiosità, ma anche con una consapevolezza nuova: non ho più la necessità di raccontare qualcosa a tutti i costi, ma sento il bisogno di capire cosa ho da dire e trovare il modo più autentico per farlo.
Questo primo brano anticipa quindi una parte molto personale della mia identità artistica, legata alla capacità di osservare quello che vivo, elaborarlo e trasformarlo in musica. Nei prossimi capitoli vorrei continuare proprio in questa direzione, andando sempre più in profondità e lasciando emergere sfumature diverse di me.
Credo che il bello di questo progetto sia anche il fatto che non so ancora esattamente dove mi porterà. So però che voglio continuare a scoprirlo attraverso la scrittura, con serenità e consapevolezza, una canzone alla volta.
Il punto della Redazione
Il debutto di Aida colpisce soprattutto per un elemento: “Rimorsi e Occhi Belli” non sembra voler dimostrare qualcosa, ma trovare il modo giusto per raccontarla. Ed è proprio questa ricerca della misura a definire il primo passo del progetto.
La scrittura parte da esperienze personali ma evita di chiudersi dentro una storia precisa, lasciando spazio a chi ascolta. I rimorsi diventano così qualcosa di più ampio di una relazione finita: possono essere occasioni mancate, momenti in cui non si è avuto il coraggio di osare o semplicemente versioni di noi che continuiamo a osservare da lontano.
Interessante anche la volontà di costruire un linguaggio che non si esaurisca nella musica. Arrangiamenti, immagini e identità grafica partecipano allo stesso racconto, con lo sguardo utilizzato come filo conduttore tra ciò che mostriamo e ciò che continuiamo a portarci dentro.
“Rimorsi e Occhi Belli” è soltanto il primo capitolo, ma lascia già intravedere una direzione precisa: trasformare il non detto in uno spazio creativo nel quale Aida possa continuare a scoprirsi, prima ancora che definirsi.

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