MikeAngel ci porta nel suo funky

9 Giu , 2025 - EMERGENTI

MikeAngel ci porta nel suo funky

Michelangelo, in arte MikeAngel, ha trovato nel funky il mezzo perfetto per raccontare emozioni vere, storie vissute e un’identità musicale ben definita. Dal 2020, anno in cui ha intrapreso il suo percorso artistico dopo una fase di profonda introspezione, l’artista romano ha saputo unire ritmo travolgente e narrazione autentica.

Dall’esordio con Game Lova fino ai videoclip cinematografici come Marte e Tsunami, realizzati insieme al regista Alessandro Sabeone, MikeAngel ha costruito un immaginario unico e riconoscibile. Con Outfit, uscito a luglio 2024, lancia un messaggio chiaro: esprimere sé stessi è la vera forza.

A completare il suo universo musicale, la collaborazione stabile con Luigi Montagna, polistrumentista e co-produttore dei brani, e un’intensa attività live con il suo MikeAngel Show, che ha infiammato i locali più importanti di Roma. Il tutto in attesa dell’EP Funky Man, che promette di far ballare e riflettere.

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L’intervista a MikeAngel

Il funk è spesso stato un linguaggio sociale oltre che musicale. In che modo ti permette di connetterti col pubblico e comunicare emozioni autentiche?
Credo che ognuno di noi abbia dentro un linguaggio personale per esprimere emozioni, sensazioni, persino colori. Il problema è che spesso non ci sentiamo liberi di tirarlo fuori. Viviamo in un mondo che ti spinge a trattenerti, che ti fa paura a mostrarti per come sei davvero, e ti fa credere che se sei diverso, allora sei sbagliato.
Per me quel linguaggio è il Funky. È la mia voce amplificata, è ritmo che nasce da dentro e prende forma attraverso ogni strumento, ogni linea di basso, ogni strofa. Quando faccio Funky non mi nascondo: mi racconto.
Attraverso questo stile riesco a creare un contatto diretto col pubblico, senza filtri, perché quello che suono è esattamente quello che sento. E questa autenticità, secondo me, si percepisce.
Il Funky mi permette di essere me stesso e, nel farlo, dà anche agli altri il permesso di lasciarsi andare, ballare, emozionarsi. È una connessione che va oltre la musica: è umana, vera.

Il tuo show è una vera esperienza immersiva: cosa rende il MikeAngel Show unico rispetto a un live “classico”?
Ciò che rende il MikeAngel Show davvero unico è il coinvolgimento totale del pubblico.
Non ho mai visto chi mi ascolta come un semplice spettatore. Un live, per me, non è una performance da eseguire e basta. È uno scambio, un’energia che si costruisce insieme, minuto dopo minuto.
Se il pubblico rimanesse solo a guardare, dopo tre canzoni probabilmente perderebbe attenzione. Ma io non glielo permetto—perché li voglio dentro la musica.
Li sollecito, li chiamo, li coinvolgo. Canta con me, batti le mani con me, balla, sorridi, lasciati andare. In quel momento smettiamo di essere “io” e “loro”, e diventiamo un unico corpo che vibra allo stesso ritmo.
Ci divertiamo, spingiamo al massimo, ci sciogliamo insieme.
Ed è proprio questo che rende ogni show diverso, irripetibile: l’umanità che si crea, quella scintilla che scatta solo quando tutti si sentono parte di qualcosa di vero.
Quando succede… non è più solo musica. È connessione pura.

Ballo, corpo, fisicità: quanto contano per te nella tua musica e nella relazione con chi ti guarda?
Quando mi chiedono: “Ma tu balli?”, io rispondo sempre con un sorriso: “Io non ballo… faccio ballare!”
Il movimento, il corpo, l’energia fisica sono una parte fondamentale del mio modo di stare sul palco. Non è coreografia, è istinto.
Mi muovo al ritmo del groove, seguo il battito delle emozioni che voglio trasmettere. Ogni passo, ogni gesto, ogni sguardo ha lo stesso peso delle parole.
Perché non voglio solo che la mia musica si ascolti: voglio che si senta, che si viva, che entri nelle gambe, nelle mani, nel cuore di chi ho davanti.
Ballare non è solo intrattenere, è connettersi. È un modo per dire: “Ehi, siamo qui insieme, lasciamoci andare, godiamocela.”
Ed è proprio questa fusione tra musica e fisicità che rende il mio live qualcosa di più di un semplice concerto. È un’esperienza che si vive con tutti i sensi. È Funky, è istinto, è verità.

Durante il release party del 24 aprile, qual è stato il momento che ti ha fatto dire: “Ok, sto davvero lasciando un segno”?
Il momento in cui ho capito di star davvero lasciando un segno è stato fin dall’inizio del release party del 24 aprile.
Ho alzato lo sguardo e ho visto più di 80 persone, di tutte le età, totalmente immerse nello show. C’era attenzione, calore, presenza. E non era solo il mio show—era il nostro. Di tutti quelli che erano lì.
Il Caffè Letterario di Ostiense era pieno, la proprietaria all’inizio quasi non ci credeva… ma poi ha capito che stava succedendo qualcosa di speciale.
A differenza di tanti altri release party, io non volevo fare il classico live frontale. Ho voluto creare un’esperienza dinamica, viva, dove a turno cantavamo io e gli ospiti che avevo invitato.
Ognuno presentava l’altro, ci sostenevamo a vicenda, come una vera famiglia artistica.
In quel momento ho pensato: qui non si sta celebrando solo un disco, si sta celebrando un’idea di musica che unisce, che accoglie, che crea legami veri.
Ha vinto la musica. E quando vince la musica, vinciamo tutti.

Che atmosfera volevi creare quella sera e cosa hai provato a portare sul palco?
Quella sera volevo creare qualcosa che andasse oltre il semplice live.
Sul palco desideravo portare freschezza, gioia, spensieratezza… ma anche un senso profondo di famiglia, di connessione, di appartenenza.
Volevo che ogni persona presente si sentisse accolta, coinvolta, parte viva di un momento speciale.
L’atmosfera che cercavo era dirompente, vibrante, qualcosa capace di lasciare il segno non solo nelle orecchie, ma nel cuore.
Non mi interessava eseguire semplicemente dei brani, ma creare un’esperienza unica, in cui la musica diventasse un ponte tra le persone.
Tra una canzone e l’altra si respirava entusiasmo, vicinanza, verità.
C’era qualcosa di raro nell’aria: la sensazione che, per una sera, ci si potesse davvero lasciare andare e vivere qualcosa di irripetibile.
E guardando i volti sorridenti, gli sguardi emozionati, le mani che battevano il tempo… ho sentito che tutto quello che avevo immaginato si stava realizzando.
Penso che quella sera, sul palco, sia successo qualcosa di magico.
E la cosa più bella è che non ero solo io a portarla… ma l’abbiamo costruita insieme.

C’è stato un episodio o un gesto del pubblico che ti è rimasto particolarmente impresso?
Uno dei momenti che mi ha colpito di più è stato quando ho cantato Game Lova (Ti va ti va). Appena sono partite le prime note, il pubblico si è acceso: cantavano con me, battevano le mani, e l’energia era palpabile.
Sul palco non ero solo — c’erano anche gli altri ospiti — e insieme, insieme davvero, abbiamo trasformato quel momento in una festa.
Non c’erano più barriere tra noi e il pubblico: eravamo un’unica voce, un unico battito.
In quell’istante eravamo tutti protagonisti. È un’emozione che porterò sempre con me.

C’è un brano dell’EP che dal vivo ha preso una nuova forma o una nuova energia rispetto alla versione in studio?
Sì, Game Lova è sicuramente il brano che dal vivo ha preso una nuova vita. In studio ha la sua forma, ma è sul palco che esplode davvero.
Nasce tutto dalla mia voglia di sperimentare e giocare con la musica in tempo reale: nei live cambio l’armonizzazione del ritornello, proprio sul “ti va ti vaa”, e quel momento crea una magia speciale.
È un cambiamento che faccio solo dal vivo, e ogni volta il pubblico impazzisce.
È come se quella parte diventasse un rituale collettivo, dove ci capiamo senza parlare.
Lì sento che la musica è viva, ed è un’esperienza che va oltre la semplice esecuzione.

Dopo Funkyman, come sta evolvendo il tuo sound? Che vibes ti stanno ispirando in questo momento?
Il funky resta il cuore pulsante del mio sound — è parte di me, e continuerà sempre a esserlo.
Ma in questo momento sto esplorando nuove melodie, mi sto lasciando ispirare da esperienze diverse, da sfumature inaspettate, da emozioni che non avevo ancora raccontato.
Sto assaporando nuovi colori, nuove vibrazioni, per dare vita a qualcosa che abbia la stessa forza di Funkyman: un brano che non passa, che resta, che irrompe.
Il mio obiettivo è portare al pubblico qualcosa di altrettanto immortale, ma con nuove forme, nuove visioni.

Con chi ti piacerebbe collaborare nella scena romana – o anche oltre – e dove immagini di portare il personaggio MikeAngel nei prossimi anni?
Sai, in questa domanda tutti si aspettano che faccia il nome di un big… ma la verità è che, in questo momento, non sento la necessità di collaborare con nessuno.
Sento forte il bisogno di raccontare la mia voce, il mio mondo funky, senza contaminazioni.
Sto costruendo qualcosa che mi rappresenti al 100%, e voglio che arrivi così com’è: sincero, colorato, vivo.
Detto questo, ci sono due artisti che sento molto vicini, soprattutto per la wave che portano avanti: Alba e Minimal. Con loro, sono sicuro che potrebbe nascere qualcosa di autentico e interessante.
E mi immagino sempre più immerso nel mio universo funky, su palchi sempre più grandi, ma con lo stesso spirito di adesso: libero, funky e vero.

Hai detto che il funk ti ha “chiamato”. Se oggi potessi ascoltare quella stessa voce, cosa ti sta chiamando adesso?
Il funky per me non è stato un semplice incontro: è stata una chiamata, profonda, viscerale. Una voce che ha preso casa nel mio corpo e che ancora oggi vibra in ogni mia nota.
Non mi ha mai lasciato — è una presenza costante, una spinta creativa che pulsa dentro di me.
Se oggi potessi riascoltarla, quella voce mi direbbe di andare oltre, di spingermi ancora più in profondità nel mio mondo funky.
Non per cambiare stile, ma per evolverlo, per contaminarlo con nuove influenze, nuove emozioni, nuovi suoni.
Il funky è la mia radice, ma attorno crescono rami pieni di sfumature, colori e sensazioni diverse.
E quella voce mi guida, mi ispira, mi accompagna mentre costruisco una musica che è sempre più mia, sempre più viva, sempre più libera.

mikeangel

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