Tra sussurri elettronici e fragilità emotive, LoRR torna a emozionare con Spina, il nuovo singolo pubblicato ad aprile. È il secondo brano estratto dal suo primo EP in italiano, in uscita nel mese di maggio, e conferma il talento di una delle cantautrici emergenti più interessanti della scena musicale attuale.
“Spina”: il nuovo singolo di LoRR
Dopo Come Un Cane, LoRR prosegue il suo percorso con sonorità intime e minimali, ispirate a Bon Iver e James Blake. In Spina, la voce non esplode: si insinua, si mescola ai synth e ai bassi dark, raccontando una storia d’amore che sembra dimenticata, ma che riemerge con un dettaglio improvviso. Un profumo, un nome, una ferita che ancora punge.
“Il ritmo del tuo cuore è coi miei passi / Io ti ho gettato via per non bruciarmi”
Il videoclip in bianco e nero – uscito il 16 aprile – restituisce visivamente questa tensione tra vicinanza e distanza, tra corpo e vulnerabilità.
Chi è LoRR?
Dietro il nome LoRR c’è Laura Salvi, classe 1997, musicista milanese con un percorso che unisce il Conservatorio Verdi, il trip-hop londinese e la sperimentazione elettronica. Oltre alla sua attività da solista, ha collaborato con Aiello, ha prestato la voce alla campagna Alfa Romeo Tonale e ha vinto il Premio Nazionale delle Arti per la miglior performance vocale.
L’EP di LoRR, in arrivo a maggio per Groundkeeper Studios (distribuzione ADA Music Italy), sarà un viaggio sonoro tra emozioni quotidiane, suoni stratificati e parole leggere ma profonde.
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L’intervista a LoRR
Spina sembra nascere da un ricordo che punge ancora. Cosa ti ha spinta a trasformare quella sensazione in una canzone?
Allora, diciamo che in generale io, quando ho qualcosa che mi fa soffrire o insomma qualche sensazione o emozione che mi manda un po’ in botta, ho bisogno di fare qualcosa di terapeutico — e per me è la musica. Quindi tendenzialmente scrivo e canto, ed è un’esigenza proprio fisica, mentale, insomma… nel cercare di superare in qualche modo quell’emozione.
Quindi è venuto abbastanza naturale: la canzone è uscita, diciamo, non era calcolato. Però mi sono messa, dovevo sfogarmi, e ho scritto Spina. Caso raro, perché di solito non lo scrivo così di getto, però per Spina è andata così.
Nel ritornello scegli di non alzare la voce ma di sussurrare. In un mondo musicale che spesso urla, vero? Quanto conta per te la delicatezza?
Eh, per me conta tanto. Io sono molto fan delle voci liberate, quindi delle voci spinte. Arrivo dal soul, quindi mi piace la voce piena. Però nel periodo in cui ho scritto Spina ero in una fase in cui volevo esplorare anche altre sfumature della mia voce, quindi sussurrare — che non è molto facile tecnicamente, almeno non lo era per me.
Ed è importante, perché è bello essere dolci, è bello essere delle anime dolci e delicate. E non sempre urlare è il giusto modo per farsi sentire, no? C’è molto rumore in giro, c’è tanto casino. Io vivo a Milano, una città rumorosissima. Quindi avere un po’ di dolcezza e delicatezza è bello — e quindi conta tanto.
Il tuo nuovo EP è interamente in italiano. Cosa ti ha spinta a scrivere finalmente nella lingua madre?
Allora, i motivi sono due e sono molto stupidi. Il primo era che al tempo io studiavo in conservatorio, e tutti quanti — tutti i professori — continuavano a dirmi: “Ah, devi scrivere in italiano!” Mi stavano facendo una capa tanta con ‘sto italiano, perché io scrivevo cose soul, cose in inglese. E quindi tutti erano: “Ah, tu sei in Italia, devi scrivere in italiano.” Vabbè, ok. Quindi già era lì nell’aria.
Però mi son mollata con un tipo, e mi son resa conto che nessuno ascoltava i brani in inglese. Nessuno si ascoltava il mio testo, eppure io ci mettevo impegno, cacchio! Avevo scritto ‘sta canzone, e non ascoltavano il testo! E il tipo non avrebbe ascoltato il testo? No. Facciamolo in italiano.
Quindi ho scritto in italiano per quello, e poi da lì mi è piaciuto in generale scrivere nella mia lingua, perché ha delle sfumature e dei sapori diversi, e posso un po’ sperimentare. Quindi, andiamo avanti.
C’è un filo invisibile che lega tutte le canzoni?
Il filo c’è, nel senso che penso che sia un po’ la dolcezza e l’immergersi un po’ nella vita e nelle piccole cose. Anche se ci sono dei brani un po’ più up, non sono tutti tristi e malinconici. Però tendenzialmente è vivere la vita anche attraverso le piccole cose, i dettagli, no? Fermarsi un po’ in questo flow.
Quindi, l’ascolto… io ve lo consiglio ovviamente, ma vi consiglio di ascoltarlo in generale la sera, quando potete magari immergervi, perché è tutto… il filo conduttore, insomma, è: dettagli sognanti, questi rifugi sonori.
Il tentativo è quello. Poi mi direte voi.
Il tuo sound ha radici nel blues e nel trip hop inglese, ma suona sempre personale. Quali ascolti ti hanno influenzato di più nella scrittura e nella produzione di questo lavoro?
Allora, io vado a fasi, lo confesso.
Quindi sicuramente la mia radice più profonda è il soul, è la musica trip hop — che in generale è una musica molto sensoriale. Che è un po’ quello che cercavo nel mio lavoro e nelle mie produzioni.
La mia scrittura è stata influenzata da più persone. Devo dire che in quel periodo stavo ascoltando anche molta samba, molte cose blues a caso. Però in generale avevo scoperto un po’ tutto il lavoro di Billie Eilish, per come cantava — quindi per questa voce molto soffusa. Poi Bon Iver, tanta roba… insomma, mi sono persa un po’ in quel mondo.
E poi in realtà una cosa che ha influenzato moltissimo è stata la televisione, perché io ho iniziato a lavorare in tv, ho iniziato a fare dei sound design per dei programmi — ma delle cose molto stupide — però mi sono soffermata un po’ sui suoni, su cose più sensoriali, e le ho riportate nel mio lavoro.
Quindi forse in realtà il fatto che stessi facendo delle cose un po’ al di fuori della musica, però comunque in qualche modo legate al suono, mi ha influenzata. Nella scrittura, forse meno, ma nella produzione sì.
Il tuo percorso musicale è iniziato dal flauto traverso. Hai studiato poi in conservatorio, ma la tua musica respira anche via elettronica e sperimentazione. Come convivono rigore e istinto nella scrittura?
Allora, “rigore” non so se è proprio la mia parola. Diciamo che ho molta disciplina, nel senso che tendo ad essere molto fissata sui miei obiettivi. Però il mondo della musica non è minimamente facile, il mondo artistico, dei progetti artistici, è molto difficile.
E quindi in generale si hanno anche molti sentimenti, a volte, che ti incupiscono — un po’ la frustrazione di non farcela mai, di queste difficoltà qui. Però sopravvivo perché in qualche modo sono fissata, ed è una cosa terapeutica. E quindi ho investito tutto quanto, perché è quello che sono.
Quindi l’istinto della scrittura esiste perché, oltre ad essere terapia, è l’unico spazio in cui riesco ad essere me stessa.
Forse il rigore non so se esiste, però la disciplina e la volontà di continuare a fare le cose, di continuare a spingere, di continuare a provarci, è dettata dal fatto che comunque sono io, e investo molto di me stessa.
Anche se le cose non vanno… però è il mio mondo. Quindi sì, ho studiato — ho studiato anche flauto traverso, che sentirete peraltro nell’EP — ma l’ho studiato da piccolina e poi l’ho abbandonato. Quindi lol. E mi sono dedicata al canto.
La musica elettronica, la sperimentazione, sono venute abbastanza naturali. A me piace sperimentare, mi piace provare nuove cose: quindi flauto traverso, il basso, poi canto, poi produrre, poi provare a fare un po’ di sound design. Mi piace provare, mi piace scoprire nuove cose.
La tua produzione ha un suono internazionale ma profondamente personale. Cosa significa per te suonare come se stessi parlando solo ad una persona?
Domanda difficile, la rileggo, aspetta.
In realtà io non so se suono per parlare a una persona. Io lo faccio e basta.
Forse sì, in qualche modo comunico qualcosa, comunico a una persona. È bello pensare che qualcuno possa sentirsi rappresentato.
Non so cosa significhi, nel senso che… diciamo che scrivo i brani dalle emozioni che vivo, e mi piace cercare di creare uno spazio in cui le persone possano immedesimarsi e possano in qualche modo ritrovarsi ed immergersi.
Anche le sensazioni che scrivo, quello di cui parlo, cerco sempre di lasciarle in qualche modo un po’ sospese, in modo che qualcuno possa inserirsi con la sua storia.
Quindi… non ci ho mai pensato. È una domanda difficilissima e non so oggettivamente come rispondere. Però sicuramente è bello se le persone si immedesimano, e se riescono a farlo con loro stesse.
Quindi io spero, in qualche modo, di riuscire a creare uno spazio in cui le persone possano immergersi con la loro storia e rivedersi in quello che scrivo.
Nel video di Spina, girato in bianco e nero, c’è molta fisicità. Che tipo di dialogo c’è tra il tuo corpo e la tua musica?
Sì, il video di Spina ha molta fisicità. Le persone che sono all’interno del video sono una coppia — erano una coppia — ed è venuto in maniera abbastanza spontanea e naturale.
Il rapporto invece tra corpo e musica, secondo me, è fondamentale. Quindi io, quando canto e suono, tendo ad essere una persona molto fisica, mi muovo molto. E il dialogo è positivo — perlomeno quando sono sul palco e quando suono — perché sono immersa in un altro mondo. Poi fuori ho i miei pari mentali come tutti quanti.
Componi, scrivi e produci. Ti senti più artigiana del suono o narratrice di emozioni?
Mi sento un’artigiana delle emozioni o una narratrice del suono… non lo so.
Forse mi sento più una narratrice di emozioni, perché secondo me le emozioni sono un po’ a tutto tondo. Quindi tutto il suono che costruisco cerco di addobbarlo e crearlo in maniera tale che sostenga il più possibile le sensazioni.
Quando produco, quando scrivo, anche i testi, cerco sempre molto di portare la sensorialità. Quindi di far vivere le cose in maniera chiara attraverso delle sensazioni.
Le due cose — scrittura e suono — hanno lo stesso fine: cercare di creare delle sensazioni, che possono essere piccoli dettagli di vita, un piccolo sound design che ti aiuti a immedesimarti nella scena.
Quanto è importante per te avere il controllo creativo totale sul tuo progetto? C’è qualcosa che affideresti volentieri a qualcun altro?
Per me è importante avere, più che il controllo creativo, avere le idee chiare su quello che si deve fare — e quello ovviamente dipende da me.
Ho delle spalle che mi assistono ogni tanto: c’è il bassista, il batterista… Tendenzialmente in questo EP ho fatto tutto io, quasi tutto. Poi ci sono delle persone che sono i miei piccoli pilastri — che chiamo — perché so che conoscono me, conoscono il mio progetto e possono capire quello che sto cercando.
Quindi il controllo creativo totale non è mai una bella cosa, non bisogna essere dei dittatori, ma bisogna avere chiaro quello che si vuole. E se sai quello che vuoi, poi dopo contatti anche le persone giuste.
Quindi mi affido ad altre persone, e mi affido alle persone che so che mi capiscono e che hanno cura delle cose.
Spesso parli di stratificazione di voci e di un approccio quasi fisico al suono. Come costruisci i tuoi brani in studio? C’è un processo ricorrente o lasci spazio all’improvvisazione?
Io improvviso molto, devo essere onesta.
Tendenzialmente ho delle idee, le butto giù e poi creo. Tutta la mia creazione è un po’ a stratificazione — penso che si senta non solo nelle voci, ma nella scrittura, nell’arrangiamento dei brani.
Tendo molto ad andare a piani, forse un po’ perché parto molto dai dettagli. Faccio fatica a creare il generale ultimamente.
Faccio fatica a scrivere la canzone dall’inizio alla fine, piano e voce. Scrivo tutto, ma ultimamente sono in una fase in cui scrivo la prima strofa, poi la costruisco più in piano, poi inizio il ritornello e vado un po’ a piccoli dettagli che si aggiungono.
L’improvvisazione è importante, perché è la creazione. Improvviso tantissimo. Cazzeggio tantissimo, dovrei dire.
Hai calcato palchi jazz, collaborato con Aiello, cantato per Alfa Romeo. Quanto ti ha aiutato questa versatilità a costruire Lore come identità artistica?
Ho collaborato con Aiello, gli ho fatto dei cori per un brano molto bello — tra l’altro lui spacca — e ho cantato per altri, sì, per la pubblicità, per la tv.
Secondo me tutto fa brodo.
A me piace essere versatile, mi piace intraprendere nuove avventure, quindi continuerò a farlo. In qualche modo sì, impatta la mia identità artistica, perché ogni esperienza ti arricchisce e la riporti nel tuo mondo, nel mondo di Lore.
Quindi è importante non essere chiusi, ma sperimentare.
Sentire un po’ di jazz, sentire un po’ di musica classica, e cercare di capire: se una cosa non ci piace, cercare di capire perché; se una cosa invece ci piace, capire come è stata fatta, soffermarsi un pochino.
È importante sperimentare, provare, fare nuove esperienze.
Il tuo EP uscirà a maggio. Se potessi lasciare una sola sensazione nelle orecchie di chi lo ascolta, quale sarebbe?
Il romanticismo.
Io spero che rimanga una sensazione di benessere ma di libertà romantica, dell’essere insomma delle anime romantiche, libere.
È un romanticismo che in realtà non è quella cosa smielosa, brutta da film… ma la dolcezza del vivere, del vivere nelle piccole cose.
Una dolcezza anche verso se stessi, non per forza verso qualcun altro. Quindi sì.
Grazie per questa intervista complicatissima.




